Le radici cristiane dell’Europa

Ho sempre pensato che quanti chiedevano che nella costituzione dell’UE fosse inserito un richiamo alle radici cristiane dell’Europa avessero torto, rifelttendo sul comportamento tenuto dalle istuzioni UE nelle ultime settimane sulla questione del debito greco ho cambiato opinione.
L’ostinata negazione di realtà evidenti, quali l’impossibilità per la Grecia di ripagare il debito e il fatto che le misure proposte finora dalla stessa UE in cinque anni non hanno fatto altro che aggravare la situazione di quel paese, rendono chiaro il fatto che la questione di cui queste istituzioni si stanno occupando non è la permanenza o meno della grecia nell’euro o nell’UE, e nemmeno la salvezza dello stato greco. Quello di cui queste istituzioni si stanno occupando è la pepetuazione di un modello di pensiero basato sull’accettazione della sofferenza come una situazione inevitabile e contro cui è vano tentare qualunque forma di ribellione, una situazione in cui il massimo miglioramento a cui si può aspirare è quello di evitare le punizioni inflitte dall’autorità, assecondandala in ogni suo minimo volere.
I greci, in modo più chiaro con il loro referendum di una settimana fa, ma in relatà con tutto il percorso che a quel referendum ha portato, avevano dichiarato la loro intenzione di non accettare questa situazione e di essere pronti a rischiare un crollo immediato pur di avere una speranza di salvezza e non rassegnarsi al lento e doloroso cammino verso il fallimento imposto dall’autorità.
Le ‘proposte’ formulate dalla UE nel vertice di ieri sono la dimostrazione del fatto che per queste isituzioni la risposta greca non può essere accettabile, e non può esserlo perchè nonostante in astratto sostengano di essere per la libertà di opinione nel concreto dimostrano di non poterla tollerare, in quantola loro soppravvivenza è basata sulla passività e la rassegnazione dei loro sottoposti e minacciata da ogni voce che affermi qualcosa qualcosa di diverso dalla loro Verità Unica.
Io questo lo trovo profondamente cristiano.

Il voto utile

L’ultima goccia è stata questa dichiarazione di Vendola (che trovate qui)

Consideriamo attentamente la storia recente, penso a quei voti del movimento 5 stelle che hanno consentito di consegnare il Piemonte al leghista Roberto Cota

Il martellamento sul voto utile non è però iniziato oggi e non viene da una sola voce, quindi vediamo di chiarire un paio di cose, usando l’esempio portato dal leader di SEL, che è sicuramente il più frequentemente utilizzato da chi sostiene la stessa sua tesi.
Vediamo di partire dai dati (che trovate ad esempio qui).
Nelle elezioni del consiglio regionale del Piemonte del 28-29 marzo 2010 vinse Roberto Cota con 1.043.318 voti contro i 1.033.946 di mercedes Bresso. Una differenza di meno di 10.000 voti. In quella stessa elezione Davide Bono Movimento 5 stelle) prese 90.086 voti individuali, l’unica lista che lo sosteneva ne prese 69.448, cio vuol dire che oltre 20.000 persone votarono lui ma non il movimento 5 stelle.
Nelle elezioni regionali è abbastanza normale che i voti del candidato siano più di quelli della somma delle liste, ma nel caso di Bono la differenza ( -22% ) è decisamente superiore alla norma (nel caso della Bresso, ad esempio, è stata del 13% circa). Questi dati hanno portato molti analisti a pensare che ci sia stato un numero rilevante di persone (in genere si ritiene esponenti del movimento notav, tendenzialmente di sinistra ma disgustati dal comportamento tenuto dalla Bresso in relazione a quella materia) che hanno votato una delle liste che sosteneva l’ex governatore, ma hanno indicato come presidente Davide Bono. La loro analisi è probabilmente giusta, ma non va a sostegno del discorso sul ‘voto utile’ per almeno due ragioni.
La prima, più semplice, è che stiamo parlando di sistemi elettorali diversi tra di loro, che per le elezioni politiche il voto disgiunto è cosa completamente diversa (si tratterebbe di votare partiti diversi per camera e senato), e che dunque i due casi non sono paragonabili. E’ una cosa talmente ovvia che non si può pensare che un uomo politico non la sappia, per cui viene da chiedersi quanto sia in buona fede chi usa un simile argomento.
C’è poi però un altro discorso, meno evidente ma altrettanto importante, e su questo sono chiamato a rispondere in prima persona. Io sono uno di quelli che tre anni fa hanno votato uno dei partiti pro-Bresso (rifondazione) e Davide Bono come presidente. Scelsi quel voto non perchè volessi eleggere Bono, ma perchè il regolamento elettorale permette il voto disgiunto, permette di votare un presidente senza votare una lista, ma non permette di votare una lista senza votare un presidente. Quindi, siccome non avevo intenzione di votare Bresso, ho scelto un candidato che non avesse speranze di vincere, in modo da poter dare il mio voto a rifondazione. Se questo non fosse stato possibile non avrei votato.
Quindi, ‘caro’ governatore Vendola e ‘cari’ candidati e simpatizzanti della sua coalizione, mettetevelo in testa, l’utilità si definisce sempre in rapporto ad un obiettivo e, per me, e spero per molti altri, aiutarvi ad andare al governo non è utile per nessuno dei nostri obiettivi, in nessun modo.

Il mondo di Bersani

Ieri alla radio ho sentito Pierluigi Bersani dire che alle amministrative il suo partito ha indiscutibilmente vinto. Di primo acchito mi viene da ridere, delle 4 città principali (Palermo, Genova, Verona, Parma) il PD vince solo in una, quella in cui il candidato sindaco uscito dalle primarie era quello che non avrebbero voluto, e anche nelle altre città sostanzialmente perde ovunque vi sia un’alternativa che si pone alla sua sinistra, anche di poco. (1)
Comunque, preso dal dubbio, cerco dei dati percentuali (guardate le righe ‘Italia’) e da questi vedo che il PD percentualmente rispetto alle regionali di due anni fa ha perso circa il 40% dei suoi voti (se guardiamo alle amministrative delle stesse città, cinque anni fa, la perdita è minore, ‘solo’ circa il 20%). Certo, sempre meglio del PDL che ne perde più di metà, o della lega che ne perde l’80% (ma rispetto a 5 anni fa perde meno del PD), ma se l’italiano ha ancora un senso da qui a chiamarla vittoria ancora ce ne passa. E così mi viene un pensiero, il più facile, il più scontato: ‘Ma Bersani in che mondo vive?’
Un secondo dopo averlo pensato però capisco che forse stavolta non è una banalità, che un po’ casualmente ho centrato il punto. In che mondo vive, soprattutto in che mondo ragiona. L’affermazione di Bersani ha senso se si ipotizza che lui non conti nè i voti nè le percentuali, ma solo i sindaci.
In altre parole, che non gli interessi quante persone sono daccordo con lui, ma solo quanto grande è la fetta di potere che riesce ad accaparrarsi, ponendosi come orizzonte più lontano, come progetto a lungo termine, le elezioni del 2013. Elezioni che, con buona probabilità, daranno al suo partito una maggioranza in parlamento, anche se sarà votato da non più di 1 su 4 dei votanti. Ovvero, con le affluenze delle ultime elezioni, più o meno da 1 su 6 degli aventi diritto. Però i Bersani, i Napolitano, gli Alfano (adlib….) continuano a chiamarla democrazia e a parlare come se ci rappresentassero.
Che rinuncino a causarci il danno è da escludere, a meno che non li fermiamo noi. Nel frattempo, possiamo almeno sommessamente chiedere che ci venga evitata la beffa?

(1) Anche se la questione è molto dibattuta personalmente rispetto al PD considero il M5S lievemente più di sinistra. O, se preferite, meno di destra.

La paura

Leggevo ieri questo interessante articolo di @mazzettam in cui si dimostra come l’aumento di suicidi di cui tanto si parla non trovi corrispondenza nelle statistiche, nè in Italia nè in Grecia, e come questo aumento risutli solo scegliendo con cura quali dati considerare e quali escludere.
Dopo la lettura mi sono chiesto il perchè, allora, di questo tam-tam. Pigrizia dei giornalisti, che prendono per buona la notizia lanciata da un incauto senza verificarla? Potrebbe essere, ma in modo così capillare mi sembra difficil, e poi, tra tanti difetti, la pigrizia a Monti non gliela attribuisco, e anche lui ha avvalorato questa tesi in un suo discorso.
Allora forse la ricerca di un titolo che richiami l’attenzione? In parte sicuramente gioca anche questo, ma io credo che non sia una questione solo giornalistica, ma dell’intero sistema di “comando e controllo” (cit.) dell’Italia. Secondo me questo tam tam è una scelta cosciente, funzionale ad una modalità di gestione della società basta non più su ‘il bastone e la carota’ ma su ‘il bastone e il bastone’ L’obiettivo di questa modalità è costringere anche i non molti che non vi si sono ancora rassegnati all’approccio TINA (There Is No Alternative, non c’è alternativa), e quindi a rassegnarsi all’inazione.
La mia ipotesi trova sostegno nelle varie modalità con cui il governo del paese (inteso non solo come l’esecutivo Monti, ma in modo più complessivo come l’insieme delle istituzioni e dei poteri economici che le dirigono) sta aumentando la pressione contro quelle opposizioni che cercano di agire nel ‘mondo reale’, su cui il suddetto governo può esercitare un controllo molto minore di quello che ha sul mondo dei media, e contemporaneamente a garantire una sostanziale impunità a chi agisce per sostenere gli interessi del governo stesso.
In questa luce a mio giudizio si possono leggere sia l’accanimento giudiziario contro i notav (isolamento per detenuti in attesa di giudizio, accuse di lesioni perchè un carabiniere durante un inseguimento si è procurato una distorsione, conteggio di chi è colpito da insolazione o intossicato dai lacrimogeni fra i poliziotti feriti dai manifestanti), sia le assoluzioni clamorose degli ultimi tempi (Dell’Utri, piazza della Loggia), sia le proposte di legge per rendere il blocco stradale un reato penale anche nei casi in cui ora non è considerato tale, sia i continui ostacoli e ritardi nelle indagini sui casi di abusi di polizia (casi Diaz, Bianzino, Cucchi o, fortunatamente per colpe meno gravi, ancora sulle manifestazioni notav). Insomma, io vedo uno scenario simile a quello che profetizzava Antonio Albanese.
Resta da vedere quale sarà la risposta che troverà questo modus operandi nel mondo reale, su cui ancora il governo del paese non ha il completo comando e controllo. Forse eccedo in ottimismo, ma mi sembra che gli ultimi eventi, dal primo maggio in piazza ad alcuni risultati delle elezioni amministrative, indichino che il loro piano non stia funzionando come speravano.

“E’ meglio tacere…”

Un vecchio adagio recita “E’ meglio tacere e dare l’impressione di essere stupidi che aprire la bocca e togliere ogni dubbio”. Non credo che Marcello Sorgi abbia pensato a questo detto stamattina, quando durante il programma radiofonico ‘Prima pagina’ ha risposto ad una telefonata di Paolo Prieri (qui la registrazione) sull’argomento TAV Torino-Lyon.
Dopo aver interrotto Prieri e averlo criticato perchè “più che una domanda ha fatto uno spot a favore dei notav” (cosa in parte vera, anche se la domanda c’era, ma ad altri che hanno fatto lo stesso per altri argomenti il conduttore non ha ribattuto, vedi prima telefonata sul podcast completo della trasmissione), Sorgi inizia col dire che i Notav sono dei violenti, che hanno assaltato gli operai del cantiere (falso, nessun operaio del cantiere risulta essere mai stato aggredito nè risultano indagini in questo senso) e che hanno assaltato il cantiere addirittura a colpi “di candelotti di dinamite” (altro clamoroso falso).


Sorgi poi dice che quanto affermato da Prieri sull’inutilità della linea “è falso”, ma l’unico studio che sostiene l’utilità della linea è stato fatto oltre 10 anni fa, e in questi 10 anni le sue previsioni sono state totalmente smentite. Infatti, a fronte di un aumento dei traffici previsto oltre il 50% si è avuta una sostanziale stabilità (vedi grafico in questo documento), ed è quindi difficle considerarla attendibile, e di conseguenza quello che dice Prieri può essere opinabile, ma sicuramente non lo si può etichettare come “falso”. La precisione delle parole è importante, e Sorgi, che di mestiere fa il giornalista, ne dovrebbe tener conto. Tanto più quando, come in questo caso, opera su un servizio pubblico come la Rai.
Il conduttore vorrebbe poi argomentare a favore della TAV, ma riesce solo a dire che se la ferrovia è meno inquinante dei TIR. Evidentemente ignora che questa ipotesi è già stata smentita sia da Mirko Federici, dell’Università di Siena (qui una breve citazione dal suo lavoro), che da prof. Ulgiati dell’Università di Napoli, e mai sostenuto da nessuna analisi sul ciclo competo di costruzione/manutenzione/esercizio.
Ma la chicca è un’altra. Sempre Sorgi “Se si trattasse si una discussione tranquilla io le direi portiamola avanti per tutto il tempo necessario”. Splendida idea, portiamo avanti la discussione, ma intanto costruiamo. E quando, a opera terminata o quasi, dovessimo decidere che non serviva che facciamo? Ripristinare le falde acquifere come prima è impossibile, senza pensare ai miliardi di euro spesi.
Mi sono dilungato a riportare alcune ragioni notav, non per la questione in sè ma per documentare la grave incompletezza, quando non l’erroneità, delle affermazioni di Sorgi, tenendo anche presente che tutti questi ‘errori’ li assembla in una risposta di meno di tre minuti. Il fatto che Marcello Sorgi, così come il suo giornale ‘La Stampa’, siano favorevoli al TAV non mi disturba, è nella logica delle cose che un quotidiano filoconfindustriale lo sia (se non loro chi?), trovo invece vergognoso l’atteggiamento di chi, incaricato di gestire una fascia di grande ascolto di un servizio pubblico, la occupa con affermazioni fuorvianti frutto, nella migliore delle ipotesi, di una totale incompetenza sull’argomento.
E il problema più grave è che lo stesso atteggiamento di Sorgi ultimamente l’ho ravvisato più volte anche in molti suoi colleghi, particolarmente in discussioni su twitter, a titolo di esempio riporto questo storify in tre parti (1, 2, 3) relativo ad una discussione tra @mazzettam e @MNuma1, account ora chiuso ma che fino a ieri risultava registrato da Massimo Numa, collega di Sorgi a ‘La Stampa’. In questa discussione @MNuma1 per più giorni ha insistito nel chiedere a @mazzettam un’identità che questi aveva già fornito, come verificabile del primo storify.
E’ come se, abituati ad esprimersi con un mezzo che, per sua natura, non consente il contraddittorio, questi giornalisti avessero introiettato la certezza che questa asimmetria gli permetta di affermare quello che vogliono senza nessuna cura per la realtà dei fatti, e di conseguenza basino la propria autorevolezza non sulla validità dei propri argomenti, ma solo sulla potenza del microfono a loro disposizione. Io non sono un giornalista professionista, però per ognuna delle affermazioni che ho fatto sul tav ho citato dati e/o documenti, Sorgi non l’ha fatto per nessuna delle affermazioni della sua risposta. E, purtroppo, facendolo è rimasto nella media dell’attuale giornalismo italiano.

Regole e accordi

Questa mattina il giornale radio di raidue ripportava l’affermazione dell’autority di garanzia per gli scioperi che, riguardo a quello ventilato dai taxisti “Un blocco totale della categoria sarebbe illegittimo”.
Premesso che non conosco bene la questione, ma a pelle penso di essere contrario al merito della protesta dei taxisti, in questo momento secondo me il punto importante in questa questione è un altro, ovvero il fatto che tutte le regole sugli scioperi, sulla non interrompibilità di determinati servizi essenziali (ma i taxi sono un servizio essenziale o un lusso? li usano in molti, vista la differenza di tariffe con un bus?), sono frutto di accordi. Accordi in cui i lavoratori rinunciavano preventivamente a determinati comportamenti in cambio di altri diritti.
Ora, se questi diritti ci vengono tolti, come sta succedendo ormai da tempo (la questione articolo 18 è solo un dettaglio di questo problema), è evidente che la controparte non ha rispettato (o ha smesso di rispettare) i termini dell’accordo, che quindi non esiste più. E allora, non vedo come un’autorità (in italiano suona peggio, vero?), possa chiedere che venga rispettato. Nè questo nè nessun altro accordo che l’a vostra parte per prima ha violato.

Cemento armato improvvisato

Stamattina, ascoltando il giornale radio (raidue), sento la notizia dell’irruzione della polizia in una favela di Rio per catturare dei trafficanti di droga, nella notizia la cosa che mi colpisce di più è un dettaglio: secondo la giornalista i trafficanti per difendersi “hanno improvvisato delle barricate di cemento armato”
Ora, avendoci messo un po’ mano, nell’edilizia, io so che preparare una gettata di cemento armato richiede un certo tempo, dopodichè il cemento ha bisogno di alcune ore per solidificarsi, e di almeno una settimana per poter essere considerato minimamente robusto (per capirsi, abbastanza da camminarci sopra se è il un pavimento). Quindi mi chiaedo quanto è durato questo assalto delle forze di polizia per permettergli di ‘improvvisare’ barricate in cemento armato?
Ora, magari a qualcuno questa può sembrare solo una polemica inutile su un uso errato di un termine, ma secondo me non è così. Non è così perchè quello delle barricate ‘improvvisate’ è solo un dettaglio, quindi non è necessario alla notizia, quindi se lo si riporta lo si fa con un’intenzione precisa, tantopiù se la notizia ha uno spazio limitato come in questo caso. Ma se la notizia non è vera (in questo caso non lo è nè se le barricate non esistevano nè se erano preparate da tempo, e quindi in ogni caso) questo significa che si mente intenzionalmente. Ora, questo falso io l’ho scoperto, ma chissà quanti mi sono bevuto? Quanti ve ne siete bevuti voi?