Sempre un passo avanti

Ci sono persone che si sentono in dovere di essere sempre un passo avanti. Di prenderti in contropiede, di sorprenderti ogni volta che parlano.
E’ una specie di malattia, io la chiamo sindrome di Underwood, dal nome del personaggio di House of cards, il bisogno di affrontare ogni difficoltà rilanciando, senza avere la capacità, o la possibilità, di scegliere un altro comportamento. Vietato attendere, vietato mediare, sempre pretendere il massimo, senza troppo occuparsi di se la boutade sia sostenibile. Tra i più famosi esponenti di questa modalità annoveriamo due degli ultimi tre presidenti del consiglio italiani, Renzi e Salvini (Ok, formalmente Salvini non è mai stato presidente del consiglio, ma io sono piuttosto pragmatico), ma personaggi così se ne trovano ovunque, da un certo livello di potere in su. Nelle pubbliche amministrazioni, nelle aziende (dove ho incontrato il caso che mi ha suggerito questo post), a volte persino nelle associazioni, formali o meno, un po’ dappertutto. Continue reading

Non posso permettermi

La settimana scorsa in ufficio si è lavorato parecchio. C’era una scadenza questo lunedì e, come sempre quando un progetto parte già truccato, si era di corsa per cercare di rispettarla almeno in parte. Come prevedibile a un certo punto della giornata di venerdì ha iniziato a diventare esplicita la domanda se il sabato si sarebbe dovuti venire a lavorare. Come altrettanto facilmente prevedibile noi esecutori di basso livello avremo voluto non farlo mentre chi era gerarchicamente un po’ più in alto invece lo voleva. Tutto come da copione.
Quello che però mi ha colpito e vorrei riportare è la frase che uno di questi capi, di un livello intermedio, ha pronunciato per giustificare il fatto che ci chiedeva un sacrificio che non avremmo voluto fare per mettere una pezza ad una situazione disastrosa di cui non avevamo colpa. La frase è “con la situazione che abbiamo non posso permettermi di non farvi lavorare nel weekend”.
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Controllo

Io lavoro per un’azienda che mi affitta ad una seconda azienda, che mi affitta ad una terza azienda. Se dopo questo incipit vi state chiedendo quanto la terza azienda paga per il mio lavoro, e che percentuale di questo arrivi a me che il lavoro lo faccio son ottime domande ma non so darvi risposte. Infatti non è di questo che volevo parlarvi, bensì dei rendiconti.
Ad ognuna delle tre ditte devo rendicontare le ore che lavoro, alla prima mensilmente con un foglio excel, alla terza sempre con un foglio excel ma settimanalmente. Per la seconda sfioriamo il delirio, devo caricare i dati settimanalmente su un programma e confermarli come definitivi quindicinalmente. Non ogni due settimane, proprio ogni 15 giorni, a metà e fine mese, col risultato che in alcune settimane devo dare i dati due volte. L’ossessione per il controllo (presunto, che per capire se/quanto/come sto lavorando una sfera di cristallo è molto più utile di quei fogli ore) è a livelli patologici. Continue reading

Il wrestler, ovvero due o tre cose sull’alternanza #scuolalavoro

Ieri una mia collega d’ufficio è andata presso un IIS (quelli che quando li frequentavo io si chiamavano ITIS) a effettuare dei colloqui propedeutici al portare alcuni allievi della scuola a fare l’alternanza presso la ditta per cui lavoro. Al ritorno da questi episodi ha raccontato un po’ della sua giornata, e nelle chiacchiere di una persona che di mestiere si occupa di selezione del personale e formazione mi è sembrato di trovare due o tre spunti interessanti sull’argomento scuola-lavoro.
Il primo è quello da cui ho preso il titolo per il post. Uno dei ragazzi colloquiati, non so se per semplice scazzo o per una protesta più consapevole, ha scelto di rispondere all’intervista in modo provocatorio, per cui alla domanda su che lavoro volesse fare da grande (forse già questa espressione, usata dalla collega, da sola basterebbe a spiegare perchè il ragazzo non fosse affatto felice di rispondere all’intervista) ha risposto ‘Il wrestler’ e alla domanda ‘Cosa ti interessa della nostra azienda’ ha risposto ‘A me non interessa la vostra azienda’. Quest’ultima risposta in particolare non dava pace alla mia collega, si chiedeva come fosse possibile un simile atteggiamento. Confesso di averci messo un po’ a realizzare che leif che fa i colloqui di selezione per l’alternanza scuola lavoro, non sapeva che i ragazzi fossero obbligati a praticarla, finchè non gliel’ho detto era onestamente convinta che fosse una loro libera scelta.
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Una risorsa

A gennaio probabilmente mi cambieranno lavoro, ovviamente non si sa ancora per andare dove ma al 99% non farò più la stessa cosa e non avro più gli stessi colleghi.
L’altro giorno uno di questi colleghi (il capo del ‘team’ di cui faccio parte) stava parlando col suo capo delle prossime scadenze e ad un certo punto ha detto “poi tra un po’ mi togliete pure una risorsa…”. Dal tono, dall’espressione, da tutto il contesto si capiva che con quella frase oltre a lamentarsi della diminuzione delle ore di lavoro di cui poteva disporre c’era del dispiacere per il fatto che un collega sparisse, però adesso l’attenzione la vorrei mettere proprio sulle parole, su quel ‘risorsa’, e su quanto l’usare questa parola per una persona sia avvilente, non solo per chi si sente definito così, ma proprio per quanto ci dice del modo di pensare che i lavori (almeno quelli come il mio) richiedono con una veemenza tale da essere quasi un’imposizione. Continue reading

Paura e apatia

A fine mese cambierò posto di lavoro. Stessa azienda che paga lo stipendio, luogo diverso, cliente diverso, colleghi diversi, compiti diversi. Quali esattamente ancora non lo so, il mio ‘posto fisso’ non è certo una fucina di certezze, però visto come mi trovo con la situazione attuale spero che il cambio porti un miglioramento. Nella settimana scorsa ho informato alcuni colleghi (nel senso che lavorano nello stesso posto su cose simili, pur essendo stipendiati da ditte diverse) della mia prossima sparizione, e dato che tutti loro si lamentano spesso delle loro condizioni di lavoro (e tra reperibilità e turni festivi e serali ne hanno ben d’onde), mi aspettavo delle risposte tra il ‘beato te’ e il ‘che stronzo, io invece resto qui’, invece alla fine, con forse una sola eccezion,e tutti considerano il cambio come un peggioramento.
Ecco, forse questo marginalissimo dettaglio della reazione ad un fatto già di per se marginale ci dà una visione panoramica della situazione italiana, ovvero del fatto che, aldilà dei singoli problemi, il vero dramma è un’assoluta passività di fronte agli eventi. Passività che in passato ho spesso considerato frutto della mancanza di speranza, ma forse andrebbe piuttosto ascritta ad un eccesso di paura che porta a preferire accontentarsi di un presente assolutamente insoddisfacente anzichè muoversi verso un cambiamento di cui si vedono solo i rischi ignorando le speranze. E purtroppo non credo che questo ragionamento valga solo in ambito lavorativo.

Muretti di gomma

Penso che sia una nuovo (ma neanche più tanto) ruolo aziendale: il muretto di gomma. ovviamente anche nell’ufficio dove lavoro ce n’è uno. Gerarchicamente è un livello sopra a me, il che fa si che ogni richiesta (non necessariamente per il mio interesse, molto più spesso per il buon funzionamento dell’ufficio) debba passare da lui. E lui non dice praticamente mai di no, ma assolutamente mai si muove per far si che cambi qualcosa. La sua tattica preferita è ovviamente prendere tempo, e le tecniche che adotta più spesso sono due: il cavillare su dettagli irrilevati, e l’istituire un collegamento (del tutto inesistente nella realtà) tra la questione di cui si parla ed un qualche altro argomento, per poi arrivare a richiedere approfondimenti sul secondo. E così alla fine tutto si trova impantanato e tutto resta com’è.
Una curiosità, il mio personale muretto di gomma è politicamente schierato, e il suo partito è il PD. Non sorprende, vero?