I reietti dell’altro pianeta

A Ursula Le Guin mi ha fatto avvicinare Filippo. I primi incontri non sono stati entusiasmanti, ma ha insistito abbastanza perchè insistessi anch’io, e adesso lo ringrazio di questo. Già in L’occhio dell’Airone avevo trovato molte cose interessanti, anche se nell’ultima parte la descrizione dei paesaggi, punto debole della scrittura della Le Guin, occupa molto spazio efa perdere un po’ quota al racconto. In I reietti dell’altro pianeta invece non ho trovato buchi.
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Heartland

Ho iniziato a leggere Heartland incuriosito da una presentazione/intervista di Wu Ming 4, e devo dire che non ha deluso le aspettative.
Il romanzo racconta le vicende di alcuni abitanti di Tipton, cittadina della periferia di Birmingham, nel pieno delle Midlands che sono state il cuore dell’industria pesante inglese e che di quella stessa industria hanno seguito e stanno seguendo il disfacimento.
E proprio questo è il tema del romanzo, il disfacimento. Delle famiglie, delle classi, delle stesse identità di ogni individuo (salvo poi, per alcuni, ricostruirsi in un’abborracciata identità nazionale o religiosa ostentata quanto più possibile ma priva di profondità). Calciatori mancati, piccoli politici locali, insegnanti precari, un avvocato d’ufficio, un ex studente modello si muovono sulle pagine cercandosi un proprio posto nel mondo, diverso da quello in cui più o meno stabilmente si trovano e che tutti detestano. Continue reading

P come Parigi

Terzo post consecutivo di segnalazione di un mio pezzo che compare in uno spazio diverso da questo blog.
E’ uscito il numero 5 di Nuova Rivista Letteraria, per celebrare il centenario della rivoluzione d’ottobre il tema di questa uscita è “l’alfabeto delle rivoluzioni”. Visto che sull’argomento ho pubblicato un romanzo mi è stato chiesto di scrivere uno dei 21 articoli, precisamente la lettera P come Parigi (la comune di). Sulla quarta di copertina c’è l’elenco degli autori, e vedere il mio nome assieme a quello di Valerio Evangelisti (per dirne solo uno) è una gran soddisfazione
Buona lettura.

Razza migrante

Maz Project ha pubblicato la versione 1.0 dell’e-book Razza migrante (liberamente scaricabile dal link precedente); all’interno c’è anche un mio racconto intitolato Ad Evanston. Non è un racconto nuovo, l’avevo scritto già nel 2011, all’indomani dei riot francesi e inglesi, ma è molto adatto al tema del libro che, come annunciato dal titolo, sono le migrazioni.
Buona lettura.

Io e il ‘viaggio’

Oggi ho finito di leggere Un viaggio che non promettiamo breve. Essendo stato un pre-lettore del libro ne avevo già parlato qui e, anche se in modo più particolare, anche qui.
Fa un effetto strano leggere un libro di cui sei coprotagonista, non solo quando è proprio la tua voce a parlare dalle pagine, ma anche quando semplicemente viene raccontato un episodio in cui tu c’eri, e ancora di più lo fa quando la narrazione ha un tono epico che oltretutto ti sembra pienamente giustificato, e questo effetto toglie la già poca obiettività di cui normalmente dispongo.
Detto questo parliamo del libro. Come più volte dichiarato dall’autore la costruzione prevede di narrare fatti reali con stile letterario, e il campo di applicazione di questo esperimento è la storia del movimento notav, 25 anni di lotte contro il progetto della nuova linea ad alta velocità (ripeto, contro il progetto, che della linea ad oggi non esiste ancora un metro) ma anche i molti di più che hanno costruito in valsusa le condizioni perchè questa lotta riuscisse a reggere così tanto tempo. Il libro è diviso in 5 parti che saltano un po’ avanti e indietro nel tempo, dall’eresia dei Catari ad oggi, e a tratti anche a destra e a sinistra nello spazio, dall’Andalusia a Trieste, ma sempre ruotando attorno agli ultimi 25 anni in Valsusa.
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Un viaggio che non promettiamo breve

Oggi (11° anniversario della battaglia del seghino) esce in libreria “Un viaggio che non promettiamo breve – 25 anni di lotte notav”, nel consigliarlo mi permetto di dare un piccolissimo suggerimento per la sua lettura.
Prima di iniziarlo guardate bene la copertina, perchè il lavoro che ZeroCalcare ha fatto riempiendo la X rossa della bandiera notav con le facce di chi quello sbarramento si è messo a formarlo, spesso proprio con il suo corpo, è lo stesso che Wu Ming 1 ha fatto con il testo che troverete aprendo il volume, raccontando l’opposizione con le voci di chi l’ha fatta, e di chi in tempi precedenti ha costruito le condizioni per cui questa lotta ha potuto resistere venticinque anni senza che una controparte decisamente meglio armata potesse acquisire un vantaggio decisivo.
Per raggiungere questo risultato ha potuto contare su una grossa collaborazione da parte del movimento notav in varie forme. Alcuni lo hanno guidato nelle visite (a volte difficoltose) ai luoghi della lotta, sia a quelli divenuti simboli sia a quelli attualmente terreno di scontro. Alcuni gli hanno rilasciato lunghe interviste che gli hanno permesso, oltre che di raccogliere una larga quantità di aneddoti su questi venticinque anni ed oltre, anche di entrare nell’atmosfera del movimento. Altri (tra cui io) hanno collaborato alla revisione del testo, facendo da ‘cavie’, su cui testare l’effetto di una scrittura che, pur riportando fatti oggettivi (scrupolosamente verificati, la controparte ha già dimostrato con il caso De Luca di avere la querela esageratamente facile) ha lo stile di un romanzo epico (in più occasioni l’autore ha detto di essersi ispirato al ciclo andino di Manuel Scorza).
In conclusione rubo ad Alberto Prunetti le parole per invitarvi a leggere il libro perchè, come dice in una sua recensione.
“serve, servirà per il futuro, il tuo libro. Forse non serve in Val di Susa, dove sanno fare le cose benissimo anche senza di noi. Serve al di fuori della valle”.

Update 9 novembre. Su Alpinismo Molotov abbiamo pubblicato un post con i commenti del gruppo al libro e stralci della grande mole di mail che ci eravamo scambiati con Wu Ming 1 in quanto ‘lettori di prova’ del testo. Lo trovate qui

L’eco di uno sparo

Devo premettere che quando ho deciso di leggere L’eco di uno sparo mi aspettavo di trovarmi di fronte ad una storia completamente diversa: il nome dell’autore, associato a vicende partigiane, mi portava ad ipotizzare una storia del tutto diversa da quella raccontata. Non stavo cercando un libro che illustrasse la vita comune della reggiana degli anni dai ’20 ai ’50 del secolo scorso, e forse non ci ero preparato.
Detto questo, e riconosciuto che la descrizione di quell’ambiente la trovo riuscitissima, e la scrittura quasi sempre molto godibile, non sono però riuscito ad apprezzare il libro. Se è vero che nel romanzo più volte Zamboni dichiara esplicitamente di non considerare i uguali le due parti in conflitto, ed anzi si schiera inequivocabilmente dalla parte dei partigiani, sia nella forma che nel peso le vicende narrate sembrano invece tutte tese a sottolineare la fondamentale uguaglianza, se non delle due fazioni almeno degli uomini che le componevano (altissimi gradi esclusi, di questo gli va dato atto), cosa che al mio orecchio non suona poi tanto diversa.
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Stop and go sui generis

Oggi avrei dovuto pubblicare la dodicesima giornata di Rossa come una ciliegia, non l’ho fatto e non proseguirò la pubblicazione ‘in diretta’ perchè a fine febbraio/inizio marzo il romanzo uscirà in formato cartaceo per la Habanero edizioni di Genova.
Per far conoscere meglio il libro ed informare delle presentazioni che organizzeremo ho aperto un blog dedicato, al momento è quasi vuoto ma man mano si popolerà.
Spero che nessuno se ne dispiaccia troppo, in fondo è solo una sorta di stop and go sui generis, a primavera potrete riprendere la lettura da dove l’avete interrotta. E poi spero di vedervi in qualche presentazione

Lieto fine

Avvertenza: questo post contiene spoiler su quasi tutti i romanzi citati

Qualche giorno fa ho finito di leggere Le correzioni di Jonathan Franzen (per chi fosse interessato ne ho scritto una breve recensione). Il romanzo mi è piaciuto molto, ma sono rimasto negativamente colpito dal finale (un capitoletto di 10 pagine su 600 del libro), che per introdurre un (moderatamente) lieto fine in una storia disastrosa rischia di rinnegare il quadro potentissimo che ne risultava. Ovviamente è possibile che il finale sia stato richiesto dall’editore (prima di questo romanzo Franzen non era ancora così famoso, e anche Ridley Scott fu forzato ad appiccicare un insulso lieto fine in fondo a Blade Runner), ma avendo letto anche Libertà, che in modo meno eclatante soffre dello stesso problema, tenderei a pensare che questo tipo di scelta sia nelle corde dell’autore.
Essendomi cimentato con la scrittura di romanzi ho sperimentato anch’io la tentazione del forzare un lieto fine, il desiderio di fornire almeno un appiglio di speranza al termine di una narrazione che ne spazzava via molta. Quale poi sia il limite in cui addolcire la pillola abbia o meno senso è questione difficile da dirimere, ma io la aggredirei più a monte chiedendomi se davvero quando raccontiamo una storia (o almeno una storia lunga, lasciando fuori i racconti nei quali mi sembra che il problema sia meno sentito) è necessario che questa abbia una chiusa che apre alla speranza.
L’isola dell’angelo caduto, uno dei più bei libri che abbia letto negli ultimi anni, si tiene ben lontano da questa tentazione, e da questa scelta esce molto irrobustito, ad esempio in confronto a Lupo mannaro, altro bel noir dello stesso Lucarelli, a mio avviso però depotenziato dall’inserimento da un finale che, seppure non lieto, riapre alla speranza espulsa nelle pagine precedenti. Con questo non voglio dire che nessun romanzo debba avere un lieto fine, in un altro noir come Questa non è una canzone d’amore questo è uno sbocco talmente naturale che sembrerebbe una forzatura proporne uno diverso, mi piacerebbe invece capire cosa faccia provare allo scrittore (ripeto, me compreso) l’urgenza di proporre una soluzione simile anche quando totalmente forzata, se sia una necessità psicologica innata nell’essere umano oppure se derivi dal un atteggiamento dispregiativo verso le critiche che non contengano una proposizione alternativa. Perchè credo che per i romanzi vale lo stesso criterio che per ogni altra affermazione, ovvero che dove è possibile è bene proporre soluzioni alternative, ma dove non se ne hanno sia già importante evidenziare i problemi senza edulcorali.