Etica e giurisprudenza

Sulle pagine di questo blog ho argomentato spesso contro la tendenza, sempre più in voga, a far coincidere etica e legalità, torno oggi sull’argomento per riportare un’argomentazione a sostegno della mia tesi fornitami da una fonte da cui non mi sarei mai aspettato un aiuto in tal senso: un giudice.
Sabato scorso ero nell’aula 59 de tribunale di Torino per assistere al processo per direttissima a Nicoletta Dosio, storica attivista notav, per il reato di evasione dagli arresti domiciliari cui è sottoposta (non mi dilungo sul caso, chi vuole approfondire può trovare materiale qui). Per la verità sono arrivato nell’aula a processo già abbondantemente iniziato ed ho potuto sentire solo le deliberazioni del giudice, ma è proprio da queste che viene la mia argomentazione.
Nel riepilogare il processo il giudice dava atto del fatto che “l’imputata ha dato lettura di un documento in cui spiegava le ragioni del suo comportamento”(1), ma dichiarava di non aver tenuto conto nel giudizio di quanto detto da Nicoletta perchè “sono considerazioni che attengono all’etica, e non sono rilevanti per la giurisprudenza”(1).
Ecco, così netto non l’avevo mai detto nemmeno io. L’etica non è rilevante per la giurisprudenza (e quindi per la legalità). Fanno parte di due campi diversi, non hanno alcun contatto fra di loro, e stavolta a dirvelo non è un anarchico o qualcuno che si oppone allo status quo, ma di un giudice di tribunale, uno il cui mestiere è mantenere lo status quo.
E ora, voi che sostenete che la legalità sia tutto, come potete non credere a chi in fatto di legalità ha l’ultima parola?

(1) tutte le citazioni delle frasi del giudice sono a memoria, non ho avuto la prontezza di prendere appunti o registrare

Strategia referendaria

Nell’ultimo weekend ci sono stati i ballottaggi di molti grossi comuni, di cui si è parlato molto, Un po’ prima del voto e un po’ dopo una nuova ondata di accuse ridicole, ma dagli effetti pesanti, contro il movimento notav (A proposito, siete ancora in tempo per venire stasera alla fiaccolata in solidarietà con gli accusati). Questa combinazione di eventi mi ha suggerito un raccontino che @mazproject pubblica oggi
Potete leggerlo qui.

Fassino e TINA

Guardando alle cifre si potrebbe pensare che Torino, tra le grandi città, sia stata l’unica in cui le elezioni per il PD sono andate tutto sommato bene. Certo, dopo due elezioni consecutive in cui eleggevano il sindaco al primo turno questa volta sono rimasti molto lontani da questo obiettivo ottenendo il 42% di voti e perdendo quasi il 15% dalle elezioni precedenti, però mentre a Napoli sono fuori dal ballottaggio, a Roma al ballottaggio ci arrivano ma con un grosso ritardo, e a Milano partono praticamente alla pari, qui hanno 10 punti abbondanti di vantaggio, che sembrerebbero un margine rassicurante. E lo potrebbero essere se il problema per il sindaco uscente si chiamasse Chiara, anzichè TINA.
Tutte le campagne elettorali del PD (e prima dei DS) sono state basate sul convincere gli elettori che non esistessero alternative, ma in nessun luogo questo ha funzionato bene quanto a Torino, anche grazie al fatto che una parte del centrodestra (lista ‘I moderati‘) si è dichiaratamente schierata con Chiamparino prima e con Fassino poi, mentre l’altra parte ha contribuito alle vittorie presentando candidati privi di qualsiasi possibilità di vittoria (Buttiglione, la poco luminosa meteora Coppola, e a questo turno Napoli). Essere andati al ballottaggio ha però smascherato il bluff, ha reso evidente che un’alternativa (migliore o peggiore, a ognuno il proprio giudizio, non è di questo che volevo parlare) esiste ed è praticabile oggi.
E’ per questo che il PD teme che un 11% abbondante di vantaggio possa non essere sufficiente per vincere il ballottaggio, ed è per lo stesso motivo che il PD nazionale teme che questo risultato possa sbriciolare tutta la sua impalcatura. E io credo che entrambi i timori siano fondati.

“Con le vostre teorie la città sarebbe morta”

Con questa frase Piero Fassino, sindaco di Torino, si è rivolto sabato ad un gruppo di cittadini che si era presentato (ovviamente come ospite iantteso ed indesiderato) alla festa per i 30 anni del piano regolatore di Torino. (per chi volesse sapere qualcosa in più sulla vicenda consiglio questo post oopure quest’altro)
Come si vede in questo video la portavoce di questo gruppo sottolineava come, visti i risultati che mettono Torino come città record in Italia per numero di sfratti e numero di alloggi sfitti, oltre che per debito pro capite del comune e livello di inquinamento, un festeggiamento delle politiche comunali, che sono come minimo concausa dell’attuale sfracelo, sembrava quantomai fuoriluogo. La risposta di Fassino, che potete ascoltare nello stesso video ma che fondalmentalmente si riassume nel titolo di questo post, mi suggerisce due riflessioni.
La prima è che ho perso il conto degli anni passati dall’ultima volta in cui un politico italiano, a fronte di una critica, ha risposto “No, quel che ho fatto era/è giusto perchè…”. Allo stato attuale si registrano solo due tipi di risposta: “Gli altri han fatto peggio” oppure “Provateci voi che siete tanto bravi a parlare”, che sono entrambe implicite ammissioni d’errore, ma anche entrambi rifiuti dell’accettazione delle proprie responsabilità. (sulla prima ci sarebbe anche da segnalare come sottintenda una visione del mondo diviso in due blocchi preoccupante oltre che irrealistica)
La seconda riflessione è che i politici italiani appaiono completamente incapaci di valutare il proprio operato. Ascoltando Fassino o gli si assegna l’oscar per la recitazione oppure si deve pensare che sia realmente convinto di quel che dica, che creda davvero che quello che la sua amministrazione, e le precedenti, hanno fatto a Torino fosse il meglio possibile date le circostanze. E questo, se come penso va esteso all’intera classe politica, non è solo preoccupante, è uno scenario apocalittico.

Imparzialità – Piccolo controesempio

L’altro giorno, dopo la notizia della sentenza d’appello per il cosiddetto ‘assalto al cantiere’ della Maddalena di Chiomonte dell’8 dicembre 2011, ho inviato una serie di tweet per rinfrescare la memoria su quanto l’articolo non menzionava e spiegare così perchè ritengo quella sentenza comunque ingiusta, seppure più mite di quella di primo grado. Per farlo mi sono concentrato in particolare sui casi di due feriti tra i notav, proprio oggi mi è capitato di conoscere uno di loro, Yuri.
Yuri aveva 16 anni nel 1011, ed è stato colpito al capo da un lacrimogeno, sicuramente sparato in modo non regolamentare, visti i danni che ha causato. Parlando con lui gli ho chiesto come stia ora, mi ha detto che da quel giorno si porta dietro un orecchio da cui non sente praticamente nulla, tranne un fischio continuo che da quattro anni accompagna ogni secondo della sua vita, e un procedimento penale aperto a suo carico
Si, perchè se per delle lesioni permanenti causate ad un ragazzo di 16 anni da un pubblico ufficiale ad oggi gli indagati sono 0 (e la procura ha chiesto l’archiviazione, sentendosi rispondere dal GIP che prima di archiviare avrebbero dovuto fare delle indagini serie) per un notav che denuncia di aver subito una violenza dalle forze dell’ordine trovarsi un procedimento a carico è ormai un fatto automatico.
Imparzialità. Fine del piccolo controesempio

Non scegliere

Partiamo da un argomento di moda, il caso Cancellieri, per fare un discorso un po’ più vasto.
Nel merito ci sarebbe poco da dire. Un ministro si mobilita per far concedere gli arresti domiciliari alla figlia di un noto imprenditore, con cui il figlio del ministro ha stretti rapporti d’affari. Davanti al parlamento il ministro nega un suo interessamento particolare alla vicenda, ma risultano almeno tre lunghe telefonate con la famiglia dell’imprenditore. Insomma, fatti provati di fronte a cui non ci dovrebbero essere dubbi sul fatto che un simile ministro sia un danno per il paese, per cui non mi sembra interessante discutere di questo.
Quello su cui mi vorrei soffermare è invece l’atteggiamento di quei politici che sarebbero per le sue dimissioni, ma solo se la procura competente (quella di Torino) dovesse iscriverla nel registro degli indagati (cosa che, per ora, il procuratore capo Caselli ha evitato di fare). Ci sono almeno due motivi per cui questo tipo di presa posizione, di cui peraltro questo è solo uno dei tanti casi, praticamente per ognuno dei tanti parlamentari indagati, è estremamente grave.
Il primo è problema è anche formale: se la decisione su se un ministro (o parlamentare) possa continuare ad esercitare il suo ruolo viene delegata alla magistratura, viene meno il principio della separazione dei poteri enunciato da Montesquieu e su cui tutte le democrazie rappresentative, compreso lo stato italiano, dichiarano di basarsi. Dunque demandando una simile decisione alla magistratura si abdica dalla democrazia, senza non dico chiedere il parere degli interessati (noi), ma neppure avvisarli.
C’è poi un secondo problema, altrettanto grave. Il compito di un politico consiste nel compiere delle scelte, se il politico rinuncia a priori a questo suo diritto-dovere, con dichiarazioni come ‘se verrà indagato non potrà più ricoprire il suo ruolo’, quale senso che continui a ricoprire la propria posizione? La sudditanza ai sondaggi, e più in generale al ‘gradimento’ del loro ‘pubblico’ (e già solo l’uso di questi termini da parte dei politici meriterebbe pagine di analisi), è un fatto purtroppo noto, ma che dovrebbe provocare una reazione, a maggior ragione quando non ci sia più ritegno ad esplicitarlo in questo modo, e questa reazione non può limitarsi al disertare le urne come successo di recente alle elezioni regionali della Basilicata, perchè, per quanto sia un segnale chiarissimo, si perderà nel vuoto dato che i suoi destinatari hanno ampiamente dimostrato di non voler (o non saper) ascoltare.
Quando si parla a un sordo, volontario o meno, non serve alzare la voce, bisogna proprio cambiare mezzo di comunicazione

Da New Dehli a Ferrara (passando per Roma)

C’è un legame forte tra le due vicende che, negli ultimi giorni, hanno visto protagonisti da una parte il governo (ed in particolare l’ex ministro Giulio Terzi di Sant’Agata) e dall’altra il sindacato di polizia Cosip.
Breve e sommario riepilogo delle due vicende:
I “marò” (raccontato molto meglio qui)
Due militari italiani in servizio di polizia su una nave privata in navigazione in prossimità delle coste indiane vengono accusati dell’assassinio di due pescatori che sono stati probabilmente scambiati per pirati. Neppure la difesa dei due contesta il fatto che i colpi che hanno ucciso i pescatori siano usciti dalle loro armi, l’unico argomento del contendere è a chi competa di istruire il processo. L’India ritiene di avere competenza e trattiene i due, cui concede però un’ampia licenza (1 mese) per consentire loro di votare. Ad una settimana circa dalla data del previsto rientro l’allora ministro Giulio Terzi di Sant’Agata dichiara che i due non faranno ritorno in India, il governo indiano reagisce bloccando i movimenti dell’ambasciatore italiano, che era il garante dei due. Dopo qualche giorno di braccio di ferro il governo italiano cede e decide per il ritorno in India dei militari, il ministro Terzi, in conseguenza di questa scelta, dà le dimissioni.
Il Cosip (raccontato molto meglio qui)
Il Cosip è un sindacato di Polizia, che ieri aveva indetto un’assemblea nazionale a Ferrara, con un dibattito dal titolo “Poliziotti in carcere, criminali fuori, la legge è uguale per tutti?” preceduto da un “sit-in della solidarietà per Luca, Paolo, Monica, ed Enzo”, che si è tenuto in piazza Savonarola. Forse è utile precisare che “Luca, Paolo, Monica, ed Enzo” sono i quattro poliziotti condannati in definitivo (peraltro con pene lievissime) per le loro responsabilità nella morte di Federico Aldrovandi, e piazza Savonarola è il luogo di lavoro della madre di Federico.
Come dicevo c’è un legame forte tra le due vicende, e molto preoccupante. C’è la convinzione, da parte di chi opera in operazioni di polizia, di essere al di sopra della legge, da cui segue la pretesa che questo ‘essere al di sopra’ venga riconosciuto ed istituzionalizzato, da cui segue a sua volta la persecuzione di chi questo ‘essere al di sopra’ non vuole ammetterlo.
In Italia le forze di polizia godono di ampi poteri per legge, e di poteri ancora più ampi di fatto. E’ una situazione grave, ma permettere che questo stato di fatto venga assunto come regola sarebbe ancora più grave, probabilmente irrimediabile.

Trattativa

Sono perplesso. Digito la parola trattativa in un motore di ricerca e arrivo a questa definizione

trattativa: negoziato, patteggiamento, colloquio per arrivare a un accordo
(fonte http://it.thefreedictionary.com/trattativa)

Ma allora non capisco il motivo per cui, ieri, durante incontro sul futuro delle officine ex Diatto all’urban Center di Torino, quando una persona del pubblico ha chiesto all’assessore CurtiAllora ci sarà una trattativa con i residenti” lei ha risposto urlando con sdegno “Trattativa? Ma mica siamo in guerra“.
Nella mia modesta esperienza ricordo di aver letto spesso di trattative che vedevano coinvolti i sindacati, e in nessuno di quei casi si aveva un contesto di guerra.
Dopo averci riflettuto penso che l’unica ipotesi con cui credo si possa spiegare la repulsione dell’assessore per questa pratica è la seguente. Le trattative avvengono tra due parti che, magari obtorto collo, ma si riconoscono l’un l’altra pari legittimità, io temo che l’assessore Curti, come molti suoi colleghi, non sia in grado di riconoscere a dei cittadini pari legittimità con degli amministratori. Che lei, come i suoi colleghi, ritenga di vivere, di esistere, su un piano diverso da quello delle persone che si trova ad ammministrare.
A mio avviso questo, indipendentemente dal fatto che abbia ragione o torto a ritenerlo, è la prova definitiva del fallimento della classe politica di cui fa parte.

“Io non sono più niente”

Come scritto in un post precedente, ormai mi sono fatto un’idea di come comportarmi alle prossime elezioni. Però, siccome su “Cambiare si può” avevo avuto delle speranze, e siccome continuano ad averne persone di cui ho una buona opinione, ho ripensato spesso alla breve storia di quella formazione e mi sono chiesto dove sia stato l’errore, il problema che ha inceppato tutto. Ora credo di averlo trovato, in un aneddoto che è relativo a Paolo Ferrero (tra i capipartito aderenti a “Rivoluzione civile” senza confronto quello di cui ho più stima) ma che mi porta a conclusioni che credo si possano estendere a tutti i ‘politici’ partecipanti a quella lista.

Chiomonte, località la Maddalena, 27 giugno 2011, più o meno le 8 di mattina.

Sulla barricata che era stata chiamata Stalingrado (diamole i nomi di posti dove si è vinto, che porta bene, si era detto) tante persone attaccate alle sue reti. Anche su quella, come su ognuna delle barricate, c’è un amministratore, a rendere fisicamente evidente lo scontro tra istituzioni che lo stato e la stampa cercano di negare.
A un certo punto quell’amministratore, dalla sua posizione rialzata, vede qualcosa che non lo convince, si volta e cerca un collega che possa dargli il cambio per permetterglli di controllare, ma non lo trova. Continua a guardarsi intorno per un po’, poi individua Ferrero, pochi metri più in là, gli urla “Paolo, vieni tu qui al mio posto”, salta giù dalla rete e corre via. Preso un po’ di sorpresa Ferrero resta fermo, ma solo un istante, poi raggiunge la barricata e ci sale sopra, un po’ rallentato dalle scarpe poco adatte. Mentre si avvicina risponde alla chiamata anche a voce dicendo “Volentieri, però guarda che io non sono più niente”.
Ecco, secondo me in quella frase c’è tutto il problema. Ferrero, allora come oggi, era il segretario di un partito che raccoglieva quasi un milione di voti alle elezioni, eppure, non essendo più nè ministro nè deputato si sentiva “niente”. La maggior parte delle persone vicine a quella barricata non rappresentava altro che se stesso, eppure era lontanissima dal sentirsi “niente”, lui, che rappresentava tanti, invece, per il solo fatto di non avere un incarico istituzionale, si sentiva annientato.
Alla luce di questo episodio diventa più facile capire perchè ai rappresentanti dei partiti sembri così necessario essere parte delle istutuzioni da accettare qualsiasi condizione pur di ottenere quello scopo. Perchè se si è, o se si pensa di essere, “niente” è ovvio che non si può fare niente.

Omologazione

Pubblico una lettera ricevuta da una mailing list, mascherando solo il nome del ragazzo.
La mia prima reazione, leggendola, è stata il disgusto per quanto sia sceso in basso uno stato che per combattere il dissenso ricorra a ritorsioni e/o minacce verso minorenni. Subito dopo però è arrivato un pensiero più razionale. Forse questa azione non va collegata a nient’altro, ma semplicemente presa come un atto a se stante, e giudicata in quanto tale.
Se così fosse vorrebbe dire che, come ipotizza l’autrice della lettera, lo stato considera il dissenso, se pubblicamente espresso, una forma di disagio giovanile, una specie di malattia da curare ed estirpare prima che sia troppo tardi.
A conti fatti, spero ardentemente che sia solo un meschino ricatto.

Ciao a tutti,

segnalo che stanno arrivando a casa convocazioni presso gli uffici di assistenza sociale, richiesti dalla Procura di Torino – Tribunale dei minorenni – per i ragazzi, minorenni appunto, che prendono parte a presidi, sit-in, volantinaggi, manifestazioni, attività No Tav, senza che ci sia una configurazione di un reato.

Si tratta di ragazzini identificati dalle forze dell’ordine, mentre, pacificamente, manifestavano in Valle di Susa.
Mio figlio *****, ancora 14enne, è stato segnalato, insieme ad altri minorenni, in quanto volantinava a Susa, a fine settembre.

Non essendoci presenza di reato, perché la Procura “segnala” i ragazzini ai servizi sociali?
Per vedere se il loro sano attivismo è sintomo di patologie o disagi familiari? Se hanno genitori violenti, oppressivi che li costringono a manifestare per diritti civili e politici?

Manifestare diviene sintomo di disagio, per i rappresentanti della legge?

Se questo non è regime, non so cos’altro dire.