Migranti e figli

Stamattina dal balcone ho visto il mio vicino Constantin che usciva per andare a sostenere il secondo scritto del suo esame di maturità, gli ho augurato in bocca al lupo e lui ha risposto il ‘crepi’ di rito.
Constantin è moldavo, vive a Torino da cinque anni, da quando i suoi genitori, dopo sei anni di vita e lavoro in Italia, sono finalmente riusciti ad ottenere il permesso per il ricongiungimento familiare. Sei anni (per Constantin, il più piccolo, quelli dagli 8 ai 14) in cui i loro due figli li hanno visti due, forse tre volte l’anno.
Certo, la storia della famiglia di Constantin non è terribile come quella dei migranti che occupano le stazioni in questi giorni. Nessuna guerra, niente scafisti, nè motovedette, nè clandestinità, solo distanza, privazioni, separazione. E poi ha persino un lieto fine. Però, sarà che ho un figlio di quindici mesi, ma pensare di dover ‘solo’ separarmi da mio figlio per sei anni (e poi loro mica lo sapevano quanti sarebbero stati) mi sembra una cosa inaccettabile. Quello che sopportano i migranti che la ‘nostra’ polizia strapazza a Ventimiglia non riesco nemmeno a immaginarlo.
Ecco, quando penso a queste storie, e poi sento i discorsi ‘da mercato’ sulla presunta invasione dei migranti, sulla scabbia, e su questo genere di cazzate, che li faccia Salvini o un cerebroleso meno famoso, a me a queste persone viene da fare un augurio. Gli auguro che, quando (quando, non se) i loro figli dovranno emigrare da questa nazione che sta andando a pezzi, la nazione che li ospita li tratti come i miei vicini e non come i migranti di Ventimiglia. E pazienza se come augurio sembrerà loro un po’ misero.