Una risorsa

A gennaio probabilmente mi cambieranno lavoro, ovviamente non si sa ancora per andare dove ma al 99% non farò più la stessa cosa e non avro più gli stessi colleghi.
L’altro giorno uno di questi colleghi (il capo del ‘team’ di cui faccio parte) stava parlando col suo capo delle prossime scadenze e ad un certo punto ha detto “poi tra un po’ mi togliete pure una risorsa…”. Dal tono, dall’espressione, da tutto il contesto si capiva che con quella frase oltre a lamentarsi della diminuzione delle ore di lavoro di cui poteva disporre c’era del dispiacere per il fatto che un collega sparisse, però adesso l’attenzione la vorrei mettere proprio sulle parole, su quel ‘risorsa’, e su quanto l’usare questa parola per una persona sia avvilente, non solo per chi si sente definito così, ma proprio per quanto ci dice del modo di pensare che i lavori (almeno quelli come il mio) richiedono con una veemenza tale da essere quasi un’imposizione. Continue reading

“Con le vostre teorie la città sarebbe morta”

Con questa frase Piero Fassino, sindaco di Torino, si è rivolto sabato ad un gruppo di cittadini che si era presentato (ovviamente come ospite iantteso ed indesiderato) alla festa per i 30 anni del piano regolatore di Torino. (per chi volesse sapere qualcosa in più sulla vicenda consiglio questo post oopure quest’altro)
Come si vede in questo video la portavoce di questo gruppo sottolineava come, visti i risultati che mettono Torino come città record in Italia per numero di sfratti e numero di alloggi sfitti, oltre che per debito pro capite del comune e livello di inquinamento, un festeggiamento delle politiche comunali, che sono come minimo concausa dell’attuale sfracelo, sembrava quantomai fuoriluogo. La risposta di Fassino, che potete ascoltare nello stesso video ma che fondalmentalmente si riassume nel titolo di questo post, mi suggerisce due riflessioni.
La prima è che ho perso il conto degli anni passati dall’ultima volta in cui un politico italiano, a fronte di una critica, ha risposto “No, quel che ho fatto era/è giusto perchè…”. Allo stato attuale si registrano solo due tipi di risposta: “Gli altri han fatto peggio” oppure “Provateci voi che siete tanto bravi a parlare”, che sono entrambe implicite ammissioni d’errore, ma anche entrambi rifiuti dell’accettazione delle proprie responsabilità. (sulla prima ci sarebbe anche da segnalare come sottintenda una visione del mondo diviso in due blocchi preoccupante oltre che irrealistica)
La seconda riflessione è che i politici italiani appaiono completamente incapaci di valutare il proprio operato. Ascoltando Fassino o gli si assegna l’oscar per la recitazione oppure si deve pensare che sia realmente convinto di quel che dica, che creda davvero che quello che la sua amministrazione, e le precedenti, hanno fatto a Torino fosse il meglio possibile date le circostanze. E questo, se come penso va esteso all’intera classe politica, non è solo preoccupante, è uno scenario apocalittico.

Paura e apatia

A fine mese cambierò posto di lavoro. Stessa azienda che paga lo stipendio, luogo diverso, cliente diverso, colleghi diversi, compiti diversi. Quali esattamente ancora non lo so, il mio ‘posto fisso’ non è certo una fucina di certezze, però visto come mi trovo con la situazione attuale spero che il cambio porti un miglioramento. Nella settimana scorsa ho informato alcuni colleghi (nel senso che lavorano nello stesso posto su cose simili, pur essendo stipendiati da ditte diverse) della mia prossima sparizione, e dato che tutti loro si lamentano spesso delle loro condizioni di lavoro (e tra reperibilità e turni festivi e serali ne hanno ben d’onde), mi aspettavo delle risposte tra il ‘beato te’ e il ‘che stronzo, io invece resto qui’, invece alla fine, con forse una sola eccezion,e tutti considerano il cambio come un peggioramento.
Ecco, forse questo marginalissimo dettaglio della reazione ad un fatto già di per se marginale ci dà una visione panoramica della situazione italiana, ovvero del fatto che, aldilà dei singoli problemi, il vero dramma è un’assoluta passività di fronte agli eventi. Passività che in passato ho spesso considerato frutto della mancanza di speranza, ma forse andrebbe piuttosto ascritta ad un eccesso di paura che porta a preferire accontentarsi di un presente assolutamente insoddisfacente anzichè muoversi verso un cambiamento di cui si vedono solo i rischi ignorando le speranze. E purtroppo non credo che questo ragionamento valga solo in ambito lavorativo.

Migranti e figli

Stamattina dal balcone ho visto il mio vicino Constantin che usciva per andare a sostenere il secondo scritto del suo esame di maturità, gli ho augurato in bocca al lupo e lui ha risposto il ‘crepi’ di rito.
Constantin è moldavo, vive a Torino da cinque anni, da quando i suoi genitori, dopo sei anni di vita e lavoro in Italia, sono finalmente riusciti ad ottenere il permesso per il ricongiungimento familiare. Sei anni (per Constantin, il più piccolo, quelli dagli 8 ai 14) in cui i loro due figli li hanno visti due, forse tre volte l’anno.
Certo, la storia della famiglia di Constantin non è terribile come quella dei migranti che occupano le stazioni in questi giorni. Nessuna guerra, niente scafisti, nè motovedette, nè clandestinità, solo distanza, privazioni, separazione. E poi ha persino un lieto fine. Però, sarà che ho un figlio di quindici mesi, ma pensare di dover ‘solo’ separarmi da mio figlio per sei anni (e poi loro mica lo sapevano quanti sarebbero stati) mi sembra una cosa inaccettabile. Quello che sopportano i migranti che la ‘nostra’ polizia strapazza a Ventimiglia non riesco nemmeno a immaginarlo.
Ecco, quando penso a queste storie, e poi sento i discorsi ‘da mercato’ sulla presunta invasione dei migranti, sulla scabbia, e su questo genere di cazzate, che li faccia Salvini o un cerebroleso meno famoso, a me a queste persone viene da fare un augurio. Gli auguro che, quando (quando, non se) i loro figli dovranno emigrare da questa nazione che sta andando a pezzi, la nazione che li ospita li tratti come i miei vicini e non come i migranti di Ventimiglia. E pazienza se come augurio sembrerà loro un po’ misero.

Priorità ingannevoli

L’altro giorno per strada ho visto questo manifesto. Apparentemente nulla di male, è innegabile che di notte un ciclista ben illuminato corre meno rischi di uno al buio, però poi ci si pensa un po’ meglio, e ti vengono in mente alcune cose.
Prima di tutto ti viene in mente che la maggior parte degli incidenti ai ciclisti non avvengono di notte, ma di giorno, e per quelli illuminare la bici può fare ben poco, ma soprattutto ti viene in mente che la stragrande maggioranza degli incidenti che coinvolgono un ciclista non sono responsabilità del ciclista, ma di un auto che non gli ha dato precedenza, o lo ha superato dove non c’era spazio, oppure del fatto che ha dovuto sterzare per evitare una buca o aggirare un auto parcheggiata in seconda fila, o che ha dovuto lasciare la pista ciclabile (nei rari tratti in cui c’è) perchè era bloccata da auto parcheggiate. E a quel punto ti chiedi dove sono i manifesti per invitare gli automobilisti a rispettare le precedenze anche quando l’altro veicolo è una bici, o a non parcheggiare in seconda fila, o a dare precedenza a chi attraversa sulle strisce, e se non te ne eri mai accorto ti accorgi in quel momento che non ci sono.
Quindi non ci sono manifesti che incitano gli automobilisti a rispettare le regole, ma ce ne sono per incitare i ciclisti a farlo, e questo suggerisce che siano i ciclisti il maggior problema della circolazione, il che è esattamente il contrario della verità. Forse non ce ne si dovrebbe stupire, dato che a Torino storicamente, con forse solo un paio di eccezioni, tutte le amministrazioni sono state al servizio della più grande fabbrica di auto cittadina, e ora lo sono della ditta olandese che l’ha inglobata. Forse non ci si dovrebbe stupire, ma schifare si, perchè ha perfettamente ragione @yamunin nel tweet in cui rispondeva alla mia segnalazione: il gioco è quello di scaricare la colpa sulla vittima, come per i morti sul lavoro, come per quell’orrenda campagna pubblicitaria di qualche tempo fa sulla violenza sulle donne. Questo caso forse è un po’ meno grave, ma è il principio che non deve passare.

Orti Garbati

Scrivo questo breve post per rivolgere una domanda ad Antonio Saitta, presidente PD della provincia di Torino. Da molti mesi lei parla di un progetto di orti urbani in regione polveriera a Susa. Ora io inviterei ad aprire Google Earth e a ricercare Susa. Nell’immagine che vi viene proposta troverete una segnalazione ‘Polveriera’, se andate ad ingrandirla arriverete ad un’immagine simile a quella che avevo twittato qui, ovviamente senza il cerchio rosso, quello l’ho messo io per evidenziare dove verrebbero realizzati gli “orti urbani”.
Ora, su cos’è un orto penso che possiamo essere più o meno tutti daccordo, forse è sul significato di ‘urbano’, che c’è qualche problema in più. Secondo il dizionario Hoepli per questo termine ci sono tre definizioni. Dando per escluso che per una porzione di territorio in valsusa si possa dire che riguarda la città di Roma, ed essendo altrettanto impossibile, come si deduce dalla foto, che lei possa aver voluto intendere che questi orti hanno a che fare con la città, può spiegarci per che motivo ritiene di poter definire questi orti civili, o educati, o garbati?
Resto in attesa di una sua cortese risposta

“Io non sono più niente”

Come scritto in un post precedente, ormai mi sono fatto un’idea di come comportarmi alle prossime elezioni. Però, siccome su “Cambiare si può” avevo avuto delle speranze, e siccome continuano ad averne persone di cui ho una buona opinione, ho ripensato spesso alla breve storia di quella formazione e mi sono chiesto dove sia stato l’errore, il problema che ha inceppato tutto. Ora credo di averlo trovato, in un aneddoto che è relativo a Paolo Ferrero (tra i capipartito aderenti a “Rivoluzione civile” senza confronto quello di cui ho più stima) ma che mi porta a conclusioni che credo si possano estendere a tutti i ‘politici’ partecipanti a quella lista.

Chiomonte, località la Maddalena, 27 giugno 2011, più o meno le 8 di mattina.

Sulla barricata che era stata chiamata Stalingrado (diamole i nomi di posti dove si è vinto, che porta bene, si era detto) tante persone attaccate alle sue reti. Anche su quella, come su ognuna delle barricate, c’è un amministratore, a rendere fisicamente evidente lo scontro tra istituzioni che lo stato e la stampa cercano di negare.
A un certo punto quell’amministratore, dalla sua posizione rialzata, vede qualcosa che non lo convince, si volta e cerca un collega che possa dargli il cambio per permetterglli di controllare, ma non lo trova. Continua a guardarsi intorno per un po’, poi individua Ferrero, pochi metri più in là, gli urla “Paolo, vieni tu qui al mio posto”, salta giù dalla rete e corre via. Preso un po’ di sorpresa Ferrero resta fermo, ma solo un istante, poi raggiunge la barricata e ci sale sopra, un po’ rallentato dalle scarpe poco adatte. Mentre si avvicina risponde alla chiamata anche a voce dicendo “Volentieri, però guarda che io non sono più niente”.
Ecco, secondo me in quella frase c’è tutto il problema. Ferrero, allora come oggi, era il segretario di un partito che raccoglieva quasi un milione di voti alle elezioni, eppure, non essendo più nè ministro nè deputato si sentiva “niente”. La maggior parte delle persone vicine a quella barricata non rappresentava altro che se stesso, eppure era lontanissima dal sentirsi “niente”, lui, che rappresentava tanti, invece, per il solo fatto di non avere un incarico istituzionale, si sentiva annientato.
Alla luce di questo episodio diventa più facile capire perchè ai rappresentanti dei partiti sembri così necessario essere parte delle istutuzioni da accettare qualsiasi condizione pur di ottenere quello scopo. Perchè se si è, o se si pensa di essere, “niente” è ovvio che non si può fare niente.

Bavagli

Maria Dolores Cospedal, segretario del partito ppolare spagnolo, spagnolo, commentando la manifestazione di ieri a Madrid ha dichiarato che si trattava di “un tentativo di mettere un bavaglio alla società spagnola”, paragonandolo al tentativo di golpe militare del 23 febbraio 1981, in cui la ‘guardia civil’ entrò in armi nel parlamento.
La mancanza di senso del ridicolo della Cospedal, che non rileva l’incoerenza del fatto che quei corpi che nell’81 assaltavano il parlamento ora malmenano cittadini disarmati agli ordini del governo del suo partito, è evidente e ha l’effetto di evidenziare il trucco retorico. Che non è solo suo, ma anzi è così usato da poter dire che sia di moda.
La Cospedal cerca di forzare un pargone assurdo (un assalto di un numero limitato di golpisti armati paragonato ad una manifestazione di molte migliaia di cittadini disarmati) per dipingere i dimostranti come il male e, come ‘necessaria’ conseguenza, se stessa, il suo partito ed il parlamento come il bene.
Il potere sa di essere delegittimato al punto di non provare nemmeno ad qualificarsi come sensato, o ragionevole, o intelligente, il suo unico tentativo di legittimazione è ormai quello di costruire l’immagine di un nemico perfettamente malvagio e potenzialmente esiziale per tutta la società, e di puntare sul vecchio adagio ‘il nemico del mio nemico è mio amico’ (peraltro anch’esso un evidente falso retorico) per estorcere un poco convinto appoggio. Per fortuna i governanti non paiono eccellere nemmeno nella retorica, e evidenti scivoloni come quello della Cospedal aiutano a svelare i loro trucchetti, più o meno uguali ad ogni latitudine (e longitudine).

Il mondo di Bersani

Ieri alla radio ho sentito Pierluigi Bersani dire che alle amministrative il suo partito ha indiscutibilmente vinto. Di primo acchito mi viene da ridere, delle 4 città principali (Palermo, Genova, Verona, Parma) il PD vince solo in una, quella in cui il candidato sindaco uscito dalle primarie era quello che non avrebbero voluto, e anche nelle altre città sostanzialmente perde ovunque vi sia un’alternativa che si pone alla sua sinistra, anche di poco. (1)
Comunque, preso dal dubbio, cerco dei dati percentuali (guardate le righe ‘Italia’) e da questi vedo che il PD percentualmente rispetto alle regionali di due anni fa ha perso circa il 40% dei suoi voti (se guardiamo alle amministrative delle stesse città, cinque anni fa, la perdita è minore, ‘solo’ circa il 20%). Certo, sempre meglio del PDL che ne perde più di metà, o della lega che ne perde l’80% (ma rispetto a 5 anni fa perde meno del PD), ma se l’italiano ha ancora un senso da qui a chiamarla vittoria ancora ce ne passa. E così mi viene un pensiero, il più facile, il più scontato: ‘Ma Bersani in che mondo vive?’
Un secondo dopo averlo pensato però capisco che forse stavolta non è una banalità, che un po’ casualmente ho centrato il punto. In che mondo vive, soprattutto in che mondo ragiona. L’affermazione di Bersani ha senso se si ipotizza che lui non conti nè i voti nè le percentuali, ma solo i sindaci.
In altre parole, che non gli interessi quante persone sono daccordo con lui, ma solo quanto grande è la fetta di potere che riesce ad accaparrarsi, ponendosi come orizzonte più lontano, come progetto a lungo termine, le elezioni del 2013. Elezioni che, con buona probabilità, daranno al suo partito una maggioranza in parlamento, anche se sarà votato da non più di 1 su 4 dei votanti. Ovvero, con le affluenze delle ultime elezioni, più o meno da 1 su 6 degli aventi diritto. Però i Bersani, i Napolitano, gli Alfano (adlib….) continuano a chiamarla democrazia e a parlare come se ci rappresentassero.
Che rinuncino a causarci il danno è da escludere, a meno che non li fermiamo noi. Nel frattempo, possiamo almeno sommessamente chiedere che ci venga evitata la beffa?

(1) Anche se la questione è molto dibattuta personalmente rispetto al PD considero il M5S lievemente più di sinistra. O, se preferite, meno di destra.

Il costo del caffè

In una recente intervista l’amministratore delegato di trenitalia Moretti, per sostenere la necessità di aumentare il costo degli abbonamenti pendolari, ha detto che ”50 euro al mese vuol dire nemmeno un caffè per ogni giorno”.
La prima e più banale reazione è di chiedersi quanto duri un mese a casa Moretti, oppure se il poveraccio a scuola abbia avuto problemi con l’aritmetica di base, però io credo che il punto non sia quello, e che purtroppo la questione sia più grave.
Partiamo proprio dall’aritmetica di base: 50 euro divisi per 30 giorni fanno 1 virgola 6 periodico euro, quindi Moretti afferma che un caffè costa almeno 1,70 euro (a Torino, dove vivo io, normalmente va da 90 centesimi ad 1 euro, so che in altre città costa anche meno).
Ora, la mia ipotesi è che Moretti non abbia sbagliato questo banale calcolo, e che non abbia nemmeno mentito, che quindi lui paghi un caffè non meno di 1 euro e 70 (e fin qui nulla da obiettare a lui, magari al barista), e che pensi che quello sia il prezzo normale. E qui sta il problema, perchè se la conoscenza della realtà che ha l’amministratore delegato di Trenitalia, che con le sue scelte condiziona la vita di milioni italiani, e se magari arriviamo a immaginare che questo distacco dalla realtà non riguardi solo lui, ma la maggior parte della classe politico-dirigenziale italiana, c’è veramente da preoccuparci.
Quindi rivolgerei a Mauro Moretti un appello: Per favore dottor Moretti, che sia o no vero, ci dica che non sa contare. Lo faccia per la nostra tranquillità.