Tag Archives: alienazione

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Ieri sono uscito per comprare delle verdure, i tre-quattrocento metri che ho percorso (più altrettanti al ritorno) di certo non bastano a fare una statistica attendibile, però ho visto decisamente più persone in strada rispetto a quel che succedeva nell’ultimo mese. Sicuramente più del doppio, probabilmente quattro o cinque volte tante.
Rispetto alla mia ultima uscita per acquisti (martedì) non ci sono state modifiche alle normative, non una ragione in più considerata valida per uscire, non un metro o un minuto in più concessi. E allora perchè?
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Inutilità

In questi giorni sia io che mia moglie stiamo telelavorando, quindi inevitabilmente finiamo per ascoltarci a vicenda, soprattutto io ascolto lei visto che il suo lavoro è molto telefonico, e questo ascolto mi ha fatto rendere conto di quanto scollegato dalla realtà sia il mio lavoro da informatico.
Praticamente in ognuna delle sue telefonate in qualche modo si ha a che fare con l’attuale situazione, vuoi per il caso di qualcuno che è positivo al covid, o che ha avuto contatti con qualcuno che è positivo, vuoi per le diverse prassi da seguire a seguito dell’epidemia e/o del lockdown. Nel mio lavoro, a parte il fatto che io e i miei colleghi non ci troviamo più nello stesso luogo fisico, nulla è cambiato: non ciò che dobbiamo realizzare, non i modi, non i tempi.
Se mai avessi avuto bisogno di una conferma dell’inutilità di quel che faccio potrei dire di averla trovata.

C’è un sole splendido

Ieri ho messo nell’armadio la giaccavento invernale e ho tirato fuori quella estiva, oggi dovrei fare un’operazione analoga per le scarpe. Fuori c’è un sole splendido (e lasciamo perdere che un sole splendido ad aprile qui a Torino preannuncia una brutta siccità nell’estate) e questo rende ancora più penoso il quarto weekend consecutivo da recluso nel proprio alloggio. Io già un po’ mi sento in gabbia ovunque a Torino, per quanto a tratti lo abbia voluto e a lungo ci abbia provato non sono mai diventato un cittadino, ho bisogno di un contatto frequente con la natura, per chi ha letto Il senso di Smilla per la neve, credo che seppure in scala più ridotta, i miei bisogni e le mie sensazioni somiglino molto a quelle della protagonista. Ufficialmente la reclusione è confermata per i prossimi 10 giorni, ma non penso che si potrà a tornare a circolare prima di maggio, e anche allora probabilmente non senza limitazioni che la stessa OMS giudica non solo inutili ma dannose. Dura resistere

Diario recluso 3

(continua da qui)

Martedì 17 marzo
Io e Emiliano ormai abbiamo quasi stabilito una routine. Al mattino si sveglia abbastanza tardi, verso le nove, con calma fa colazione, si lava, si veste, poi viene un po’ al tavolo dove lavoro a disegnare e colorare, verso le dieci, dieci e trenta fa merenda, poi sin genere scende a giocare in cortile fino verso mezzogiorno. Alle dodici e trenta io stacco dal lavoro, cucino qualcosa di veloce, mangiamo, poi gli accendo i cartoni animati, lavo i piatti e riprendo a lavorare. Verso le tre, tre e mezza lo stacco dai cartoni, gioca un po’ per conto suao, fa merenda, dopo le quattro scende di nuovo in cortile, io lavoro fino alle cinque poi lo raggiungo fino a quando inizia a fare buio, che lasciarcelo senza che ci sia io o la mamma non è una cosa che mi piaccia, anche se con la finestra del balcone aperta e il volume di voce esagerato dei bimbi lo sento benissimo.
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Diario recluso 2

(continua da qui)

Venerdì 13 marzo
Giornata simile a ieri, con la differenza che Emiliano comincia a dare segni di insofferenza per l’isolamento, e soprattutto per il fatto che io sono in casa ma, dovendo lavorare, e anche recuperare il ritardo causato da due giorni di ferie e quasi uno intero di mancata connessione, non posso dargli retta. Hai voglia a trovargli un gioco che possa fare da solo, o a chiedergli di scegliersene uno, dopo cinque minuti è sempre di nuovo seduto vicino a me a parlarmi, per questo io e Gemma decidiamo che da lunedì chiederemo alla babysitter di venire un paio d’ore al mattino, così potrà giocare un po’ con lei. Io riesco persino a fare una corsetta, ma di quello ho raccontato qui (paragrafo ‘il racconto di R’).
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Diario recluso

Oggi è l’ottavo giorno in cui sono confinato in casao dalle (altrui) paranoie da COVID-19, apparentemente un punto poco sensato per iniziare un diario, ma è proprio oggi pomeriggio che è successo il fatto che mi ha convinto della necessità di tener traccia degli eventi. Di questo episodio però parlerò tra qualche post, quando ci arriveremo. Per ora parto dall’inizio e vedrò di recuperare gradualmente il ritardo.

Lunedì 9 marzo
Mattina, rientro al lavoro, che giovedì e venerdì ho preso due giorni di ferie per cercare di gestire la chiusura della scuola materna di mio figlio Emiliano (in Piemonte nonostante non ci fossero ancora numeri rilevanti di contagiati la chiusura è partita ben prima che in altre regioni, forse perchè il governatore Cirio da buon novarese si sente più lombardo che piemontese), e rientrando trovo le palazzine semideserte. Di qualche centinaio di persone che ci lavorano ce ne sono forse cinquanta, e i cinque colleghi del mio gruppo sono uno in malattia e quattro in telelavoro, mi contattano via skype e mi dicono per organizzarmi per iniziare anch’io il telelavoro da domani.
Lì per lì, superati i problemi tecnici e burocratici, mi sembra una buona notizia, certo con Emiliano che mi gira attorno lavorare non sarà semplicissimo, ma almeno risparmieremo i soldi della babysitter. In serata però arriva un’altro pezzo di informazione che arriva solo in serata, con l’annuncio dell’estensione della zona rossa a tutta l’Italia.
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Sempre un passo avanti

Ci sono persone che si sentono in dovere di essere sempre un passo avanti. Di prenderti in contropiede, di sorprenderti ogni volta che parlano.
E’ una specie di malattia, io la chiamo sindrome di Underwood, dal nome del personaggio di House of cards, il bisogno di affrontare ogni difficoltà rilanciando, senza avere la capacità, o la possibilità, di scegliere un altro comportamento. Vietato attendere, vietato mediare, sempre pretendere il massimo, senza troppo occuparsi di se la boutade sia sostenibile. Tra i più famosi esponenti di questa modalità annoveriamo due degli ultimi tre presidenti del consiglio italiani, Renzi e Salvini (Ok, formalmente Salvini non è mai stato presidente del consiglio, ma io sono piuttosto pragmatico), ma personaggi così se ne trovano ovunque, da un certo livello di potere in su. Nelle pubbliche amministrazioni, nelle aziende (dove ho incontrato il caso che mi ha suggerito questo post), a volte persino nelle associazioni, formali o meno, un po’ dappertutto. Continue reading

Una risorsa

A gennaio probabilmente mi cambieranno lavoro, ovviamente non si sa ancora per andare dove ma al 99% non farò più la stessa cosa e non avro più gli stessi colleghi.
L’altro giorno uno di questi colleghi (il capo del ‘team’ di cui faccio parte) stava parlando col suo capo delle prossime scadenze e ad un certo punto ha detto “poi tra un po’ mi togliete pure una risorsa…”. Dal tono, dall’espressione, da tutto il contesto si capiva che con quella frase oltre a lamentarsi della diminuzione delle ore di lavoro di cui poteva disporre c’era del dispiacere per il fatto che un collega sparisse, però adesso l’attenzione la vorrei mettere proprio sulle parole, su quel ‘risorsa’, e su quanto l’usare questa parola per una persona sia avvilente, non solo per chi si sente definito così, ma proprio per quanto ci dice del modo di pensare che i lavori (almeno quelli come il mio) richiedono con una veemenza tale da essere quasi un’imposizione. Continue reading

“Con le vostre teorie la città sarebbe morta”

Con questa frase Piero Fassino, sindaco di Torino, si è rivolto sabato ad un gruppo di cittadini che si era presentato (ovviamente come ospite iantteso ed indesiderato) alla festa per i 30 anni del piano regolatore di Torino. (per chi volesse sapere qualcosa in più sulla vicenda consiglio questo post oopure quest’altro)
Come si vede in questo video la portavoce di questo gruppo sottolineava come, visti i risultati che mettono Torino come città record in Italia per numero di sfratti e numero di alloggi sfitti, oltre che per debito pro capite del comune e livello di inquinamento, un festeggiamento delle politiche comunali, che sono come minimo concausa dell’attuale sfracelo, sembrava quantomai fuoriluogo. La risposta di Fassino, che potete ascoltare nello stesso video ma che fondalmentalmente si riassume nel titolo di questo post, mi suggerisce due riflessioni.
La prima è che ho perso il conto degli anni passati dall’ultima volta in cui un politico italiano, a fronte di una critica, ha risposto “No, quel che ho fatto era/è giusto perchè…”. Allo stato attuale si registrano solo due tipi di risposta: “Gli altri han fatto peggio” oppure “Provateci voi che siete tanto bravi a parlare”, che sono entrambe implicite ammissioni d’errore, ma anche entrambi rifiuti dell’accettazione delle proprie responsabilità. (sulla prima ci sarebbe anche da segnalare come sottintenda una visione del mondo diviso in due blocchi preoccupante oltre che irrealistica)
La seconda riflessione è che i politici italiani appaiono completamente incapaci di valutare il proprio operato. Ascoltando Fassino o gli si assegna l’oscar per la recitazione oppure si deve pensare che sia realmente convinto di quel che dica, che creda davvero che quello che la sua amministrazione, e le precedenti, hanno fatto a Torino fosse il meglio possibile date le circostanze. E questo, se come penso va esteso all’intera classe politica, non è solo preoccupante, è uno scenario apocalittico.

Paura e apatia

A fine mese cambierò posto di lavoro. Stessa azienda che paga lo stipendio, luogo diverso, cliente diverso, colleghi diversi, compiti diversi. Quali esattamente ancora non lo so, il mio ‘posto fisso’ non è certo una fucina di certezze, però visto come mi trovo con la situazione attuale spero che il cambio porti un miglioramento. Nella settimana scorsa ho informato alcuni colleghi (nel senso che lavorano nello stesso posto su cose simili, pur essendo stipendiati da ditte diverse) della mia prossima sparizione, e dato che tutti loro si lamentano spesso delle loro condizioni di lavoro (e tra reperibilità e turni festivi e serali ne hanno ben d’onde), mi aspettavo delle risposte tra il ‘beato te’ e il ‘che stronzo, io invece resto qui’, invece alla fine, con forse una sola eccezion,e tutti considerano il cambio come un peggioramento.
Ecco, forse questo marginalissimo dettaglio della reazione ad un fatto già di per se marginale ci dà una visione panoramica della situazione italiana, ovvero del fatto che, aldilà dei singoli problemi, il vero dramma è un’assoluta passività di fronte agli eventi. Passività che in passato ho spesso considerato frutto della mancanza di speranza, ma forse andrebbe piuttosto ascritta ad un eccesso di paura che porta a preferire accontentarsi di un presente assolutamente insoddisfacente anzichè muoversi verso un cambiamento di cui si vedono solo i rischi ignorando le speranze. E purtroppo non credo che questo ragionamento valga solo in ambito lavorativo.