Da Roma a Chiomonte

Da Roma a Chiomonte la distanza è di circa ottocento chilometri, oppure di otto giorni. O forse di anni luce, dipende dai punti di vista.
Questo post è dal mio punto di vista, di me che a Roma ero andato tranquillo, per partecipare ad una manifestazione che pensavo forse non troppo incisiva ma sicuramente rilassata, e a Chiomonte invece ero partito preoccupato. Questo sicuramente adombra dei dubbi sulle mie capacità di previsione, ma dato che questo post è un’analisi e non una previsione potete continuare a leggere.
Domenica ero preoccupato non per quanto era successo otto giorni prima, e ancora meno per quanto avevano scritto o detto i media mainstream. Per capire che in val Clarea non si sarebbe ripetuto quanto successo a Roma bastavano due cartine (o anche due cartoline) dei due luoghi e un po’ di cervello. A Roma per chi voleva far cambiare tono alla manifestazione con attacchi immotivati c’era un bersaglio possibile ogni tre metri, a Chiomonte ce n’era uno solo, ed era quello su cui puntava l’intero corteo, ovvero il non-cantiere. Non valeva nemmeno la pena di chiedersi se chi ha incendiato macchine a Roma aveva intenzione di andare in val Clarea. Se ci fosse andato (o se ci è andato) non poteva trovare modo di esercitare la sua voglia di prevaricazione, gliene sarebbero mancati gli strumenti.
Questi erano i motivi oggettivi per cui anche chi non sapesse nulla del movimento notav, o anche di nessun movimento, non avrebbe dovuto preoccuparsi per domenica. Poi, secondo me, ce ne sono un altro paio, di cui sono convinto ma che non posso dare per dimostrati.
Il primo è il fatto che la manifestazione di domenica aveva un obiettivo chiaro e impegnativo. Essendo chiaro non lasciavva spazio a chi volesse infilarsi negli spazi che l’indeterminazione apre necessariamente all’improvvisazione, e anche alla forzatura, essendo impegnativo poteva essere condiviso anche da chi pensa che non si possa ripetere in eterno lo stesso tipo di manifestazione quando il tuo interlocutore ti ha detto chiaro e tondo che del tuo parere non gliene frega niente. Perchè comunque anche andare alla più tranquilla e banale delle marce costa tempo e fatica e se succede che, non senza ragioni, inizi a pensare che non serva, difficilmente continui ad andarci, o rinunci o cambi modo di protestare.
L’altro motivo della mia confidenza è la storia del movimento notav, il fatto che non sia una giustapposizione, più o meno improvvisata, di grossi blocchi (come l’organizzazione della manifestazione di Roma,per capirsi)  ma un insieme di individui e piccoli gruppi che prima si sono riuniti su un  obiettivo limitato e poi, avendone il tempo, sono cesciuti assieme, il che riduce di molto il rischio che quacuno ritenga più importante mettersi in vetrina che non fare quello che serve, o può servire.
Quello che, da prima del 15 ottobre, mi preoccupava della manifestazione era la scelta. Ero e sono convinto che in questo momento quella manifestazione di disobbedienza civile sia stata la scelta giusta, per quanto potevo ho anche cercato di convincere gli indecisi e di far cambiare idea ai contrari, ma questo sicuramente non diminuiva i timori personali. Perchè annunciare che si compierà un’azione che è considerata reato, specificando anche dove e quando, e poi andare a farla davvero, avanzando a volto scoperto verso le videocamere, o verso lacrimogeni, idranti e manganelli non lascia tranquilli. E il sapere che la scelta della risposta è in mano a persone dotate di grande acume tattico, come hanno dimostrato ieri lasciando che un centinaio di carabinieri rimanesse su un ponte, chiuso fra due gruppi ognuno di più di mille persone non aiuta la tranquillità. Insomma, sono convinto che tagliare le reti era (e resta, visto che non l’abbiamo ancora fatto) la cosa giusta da fare, ma questo non la rende facile.
A questa preoccupazione nell’ultima settimana se ne sono aggiunte altre, soprattutto per tutta la pressione che ci è stata messa addosso. Giovedì scorso in un’assemblea Alberto Perino ha detto che domenica il movimento notav si sarebbe giocato molto, ma io penso che la posta in gioco fosse ancora più alta di quanto si è detto quella sera, perchè dopo le proposte antimanifestazione del ministro Maroni (dal DASPO, alle fidejussioni, ai divieti di corteo a Roma), e soprattutto dopo il silenzio-assenso della quasi totalità del parlamento (e fin qui ci siamo abituati) e soprattutto delle grande maggioranza dell’opinione pubblica, il rischio di cancellazione del dissenso era molto alto. Oggi penso lo sia leggermente meno, perchè fortunatamente venerdì c’è stata una prima risposta (un piccolo corteo della FIOM a Roma ,che stando ai regolamenti non avrebbe dovuto essere, eppure è stato) e poi domenica c’è stata la seconda, in Val Clarea. Un fiume di persone (diciamo 10000? Qualcuno in più o qualcuno in meno cambia poco) che tutte hanno commesso un reato, a volto scoperto, sapendo quel che facevano e quel che rischiavano, e che così hanno detto chiaro e forte che non esistono zone inviolabili, e che, come dovrebbe essere ovvio, più si espande una zona rossa meno la si può difendere. Il che, di questi tempi, va considerato una gran buona notizia.