“Selma” e le distanze

Ieri ho visto “Selma – la strda per la libertà“, film evitabile, ma in cui un paio di dettagli mi hanno colpito per la distanza che segnano fra la reltà presente e l’immaginario del film (Che non so dire se corrisponda o meno alla reltà dei fatti narrati).
Il primo è numerico: nel film al primo tentativo di marcia Selma – Montgomery parteciparono poco più di 500 persone, al secondo circa 5000. Pensare che numeri così esigui (in una nazione di 200 milioni di abitanti) fossero sufficienti a smuovere la politica e confrontarli con le risposte dei presidenti del consiglio degli ultimi dieci anni a manifestazioni di decine di migliaia di persone è davvero sconfortante.
Anche la riflessione che mi suggerisc il secondo dettaglio è amara. Le immagini della carica della polizia alle manifestazione hanno un’impressionante similitudine con quelle che si vedono in strada negli ultimi anni, ma dell’onda di indignazione che porta in pochi giorni a decuplicare i partecipanti non c’è nessuna traccia, anzi, sempre più spesso si sentono parole di apprezzamento o compatimento per i ‘poveri poliziotti’.
Oggi un “tweet di “@ricchiardic diceva che nessuno fermerà Renzi perchè siamo un paese imbelle. Sicuramente veo, ma quanto è possibile fare viste queste distanze?

Potenza della tecnologia

Ieri stavo dando una mano per la realizzazione di un film alla ex Diatto (se non sapete cos’è guardate qui, e in generale tutto il blog). L’attività si svolgeva in due parti. Nella prima la regista scriveva sui muri con un gessetto (in modo che si cancelli da solo nel giro di qualche settimana) dei testi, nella seconda li filmava. Quel che ho trovato interessante, e che è oggetto di questo post, è il differente comportamento dei passanti (pochi, ieri mattina a Torino pioveva).
Mentre si stava scrivendo le persone che passavano vicino a noi ci rivolgevano occhiate disgustate o ostili, mentre quando si stava riprendendo gli sguardi erano curiosi, e per rispetto quasi tutti evitavano di passare tra la macchina da presa e il muro, anche a costo di scendere dal marciapiede e affrontare gli schizzi che le auto di passaggio (per fortuna poche anche quelle) sollevavano.
Ecco, questa differenza è quel che non riseco a spiegarmi. Eravamo le stesse persone, vestite nello stesso modo, bagnate più o meno nello stesso modo (un po’ di più durante le riprese, visto che sono state fatte dopo), dov’era la differenza?
Ieri ci ho pensato parecchio, l’unica ipotesi che sono riuscito a confezionare è la presenza del mezzo tecnologico, la macchina da presa sul cavalletto. Mi sono chiesto di quale strano potere questo apparecchio disponga per riuscire a ribaltare così facilmente il disprezzo in rispetto, di nuovo ho trovato una sola possibile risposta che, come quella al quesito precedente, non mi convince del tutto. La risposta è che la presenza di un oggetto tecnologico, e, già dall’apparenza, di un certo valore economico, nella percezione di quei passanti, modifica lo status di chi lo utilizza. Chi usa un oggetto di quel tipo automaticamente non può essere un perdigiorno, un reietto, un sovversivo, non può essere niente che lui giudichi in modo troppo negativo.
Come ho detto, delle due risposte che mi sono dato non sono del tutto convinto, ma temo di non esserlo perchè non lo voglio, perchè mi sembra che diano una visione della ‘gente’ eccessivamente squallida. Ma d’altra parte non riesco a convincermi neanche che siano sbagliate.

Diaz for dummies

Ieri sera sono andato a vedere “Diaz – don’t clean up this blood”. Prima di vederlo ne avevo lette parecchie recensioni, da quelle postive come questa del collettivo militant, a quelle negative come questa di Enrico Zucca e Lorenzo Guadagnucci (che, per chi non lo sapesse, è uno dei personaggi del film, con nome modificato, come tutti). Stamattina poi ne ho trovata un’altra, di jumpinshark, che è forse quella che mi ha convinto di più.
Premessa: ‘Diaz’ vuole chairamente essere un film per il grande pubblico, quindi concentrasi solo una parte (comunque già pesantissima) di quanto in effetti accadde in quei giorni a Genova era una necessità, sia per ragioni di durata della pellicola che di recepibilità della stessa. Ho visto il film in una sala piccola, quindi il mio campione non è statisticamente attendibile, ma a giudicare dai commenti direi che il film funziona, il messaggio arriva e arriva con forza, e direi che arriva tanto più forte quanto meno lo spettatore è informato sui fatti, il che è indubbiamente un bene. Da spettatore abbastanza informato ho però trovato alcune cose che mi hanno dato molto fastidio.
(Avviso spoiler. I fatti su cui si basa il film dovrebbero essere noti a tutti, quindi non credo di rovinare alcuna sorpresa, però se continuate la lettura sappiate che ve ne rivela alcune parti)
Iniziamo dalle cose che mi sono piaciute: Non è possibile, a meno di non essere in cattiva fede, pensare che il film sostenga che quanto è successo sia dipeso da alcune ‘mele marce’, tuttalpiù evidenzia molto le rare ‘mele sane’ ma, direi, senza arrivare a farne degli eroi.
Non è equivocabile il fatto che nella Diaz non vi fossero armi e che la polizia (tutta quella presente) abbia partecipato sia al pestaggio a freddo che alla fabbricazione di prove false, così come non è equivocabile che tutta la polizia presente abbia partecipato, attivamente o da semplice ma compiaciuto spettatore, alle torture di Bolzaneto.
Oltre a questo trovo sia da segnalare il fatto che il personaggio di poliziotto più positivo presentato nel film (Fournier nella realtà) quando capisce cosa sta avvenendo a Bolzaneto non riesce a fare meglio che andarsene con un suo amico per non essere coinvolto. Insomma, il film ha la giusta durezza verso i colpevoli di quel massacro.
In contrasto con quanto pensano Zucca e Guadagnucci (ed altri) a me è piaciuta anche la scelta di non dare ai personaggi i nomi veri. Trovo che questo vada nella direzione di evitare di archiviare il film come riferentesi ad un caso chiuso e ormai non più ripetibile. I poliziotti e funzionari dello stato rappresentati nel film non sono (solo) i loro corrispettivi presenti a Genova, sono ognuno una categoria non esaurita, di cui si possono trovare in ogni momento esempi vivi e attivi.
Contrasta con questo, però (ed è il primo e più piccolo fastidio) l’immagine di Berlusconi che riferisce alla camera sui fatti, presa da immagini di repertorio. Quell’immagine spinge nella direzione opposta, verso ‘ attribuire a quell’uomo, a quel governo, tutte le colpe, verso il considerare quello delle nostre forze dell’ordine un problema ormai superato. Tra le due spinte alla fine forse è la prima a prevalere, la seconda però trovo che la indebolisca non poco
Secondo fastidio: trovo condivisibile la scelta di e quando chiudere il film, e di conseguenza il limitare ai titoli di coda le notizie sul dopo, mi pare però un’omissione grave il fatto di non aver trovato spazio nemmeno in quelli per citare le numerose promozioni ricevute dai responsabili. E’ vero che la descrizione delle omissioni a copertura è pittusto approfondita, però secondo me non evidenziare che lo stato oltre a frenare per proteggere i colpevoli li premiò riduce di molto l’evidenza delle colpe di chi, senza essere a Genova, avallò quanto vi successe.
Infine il terzo e principale fastidio (con premessa): il film, come detto, si concentra sulla questione Diaz, il prima e il dopo hanno uno spazio minimo, e questo ci sta, però i 20 minuti (credo 20 minuti, ma vado ad impressione) sul ‘prima’ li ho trovati veramente poco convincenti. Dopo la breve sequenza in reverse del lancio della bottiglia (che verrà poi ripresa con un’insistenza forse un po’ esagerata) il film si apre su immagini della devastazione di un bancomat e alcune vetture. Siamo già al sabato, Carlo Giuliani è già morto e sono successe una quantità di altre cose, ma per tutta la durata della scena non lo si sa. La chiara impressione che riceve lo spettatore è che il motore primo del disastro siano state le violenze di una parte dei manifestanti. In tutto il film c’è solo Un breve accenno ad abusi della polizia precedenti al blitz alla Diaz, fatto in modo tale da rendere facile attribuirlo all’inziativa di un singolo poliziotto. La carica contro un corteo pacifico ed autorizzato in via Tolemaide pare non essere mai esistita, così come l’aggessione dei pacifisti in piazza Manin e tutti gli altri abusi. Nel film più poliziotti affermano, a più riprese, che “vogliono pareggiare i conti”, avvalorando l’ipotesi che fino a quel momento avessero subito delle aggressioni, quando invece le avevano commesse. E non vale come scusa nemmeno la mancanza di dati processuali su queste omissioni, infatti, almeno su via Tolemaide, la sentenza di proscioglimento dei manifestanti accusati di resistenza stabilisce che hanno agito per difendersi da un’aggressione ingiustificata che stavano subento da parte delle forze dell’ordine (vedi qui alla voce ‘Venerdì 14 dicembre 2007 La sentenza’)
La mancanza di queste parti, tra l’altro, rende difficilmente spiegabile il terrore o la rabbia che colgono tutti i manifestanti ad ogni notizia dell’approssimarsi della polizia (a meno di non voler supporre che si sentano in colpa per aver fatto qualcosa di sbagliato, impressione che il film in più parti sembra suggerire).
Insomma, per come l’ho visto io “Diaz – don’t clean up this blood” è un buon film ‘for dummies’, come credo fisse nelle intenzioni del regista. Per chi conosce almeno un po’ la storia di Genova 2001 però lascia un retrogusto spiacevole.

Le idi di marzo

Venerdì sera sono andato a vedere il nuovo film di George Clooney. L’ho trovato bello, e durissimo. Credo sia, tra tutti gli ‘oggetti di comunicazione’ con diffusione paragonabile, la più dura critica del mondo politico che abbia visto (ma anche del mondo della finanza, visto Clooney stesso ha detto “Avrei potuto ambientarlo anche a Wall Street”). I discorsi fortissimi del candidato presidente sembrano essere un chiaro riferimento ad Obama, ma il film non da mai l’idea di parlare solo di una persona o di un partito, anche se è ambientato all’interno delle primarie dei democratici.
Insomma, non voglio rovinare la visione, ma il film è un’ecatombe morale da cui non si salva nessuno, perchè il sistema (politico o economico) garantisce che nessuno che moralmente si possa salvare riesca ad arrivare ad un ruolo di un qualche rilievo, la tesi di fondo sembra essere che il sistema non è più riformabile. I che implicherebbe ovviamente che debba essere abbattuto, chissà se era intenzione di Clooney dire questo.

Melancholia

Sabato sera sono andato a vedere questo film. Come d’abitudine di Von Trier un film molto lento ma che descrive in modo estremamente preciso e dettagliato i suoi personaggi, in questo caso due sorelle, e le loro reazioni emotive a quel che gli accade. Solo che in questo caso quello che gli accade è senza senso, non perchè non possa in assoluto succedere, anche se è improbabile, ma perchè se in nessun caso potrebbe succedere nel modo descritto nel film, modo che (senza spiegare troppo per non togliere nulla a chi, nonostante questo post, volesse ancora vederlo) è imprescindibile per gli sviluppi psicologici dei personaggi. E allora mi viene da chiederemi, perchè fare un film così? Perchè si pensa che la realtà dei fatti non valga la pena di essere presa in considerazione? Nemmeno per verificare se la propria idea ha un senso oppure no?
E’ un peccato perchè nel film non mancano dei passaggi genialli, a volte anche comici, novità recente per Von Trier, però immerso in quel contesto privo di senso non resta nulla