Liberiamo la ciliegia

Il 28 maggio 1871 Eugene Varlin, dopo essere stato massacrato di botte, veniva fucilato in rue Rosier, nello stesso punto in cui due mesi prima il generale Lecomte aveva pagato la sua scelta di ordinare il fuoco su una folla disarmata: L’uccisione di Varlin da parte dell’esercito versagliese è uno degli ultimi episodi della semaine sanglante. In questo anniversario ‘libero’ la versione digitale di Rossa come una ciliegia, il mio romanzo sulla Comune di Parigi, di cui Varlin è uno dei protagonisti.
L’impaginazione è un po’ fatta in casa, ma potete scaricare il pdf qui.
Naturalmente volendo potete sempre procurarvi il cartaceo (indicazioni qui, sezione ‘Schede libro’, colonna destra in alto).
Buona lettura, e quando avete finito se ripassate di qui a lasciarmi un commento fate cosa gradita.

#RossaComeUnaCiliegia – giorno IX

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frecciaSx 13 settembre

Parigi, 20 settembre 1870

Sono rincasato tardi, ma voglio comunque lasciare sulla pagina le impressioni della giornata. Dopo il disastro di ieri a Châtillon ho passato tutto il giorno cercando di parlare con soldati e guardie che fossero sul posto, per avere informazioni di prima mano. Mentre per le guardie mi è bastato muovermi nelle camerate accanto a quelle del mio battaglione per i soldati è stato più difficile incontrarne qualcuno, ma un giro per le ambulanze mi ha permesso di parlare con alcuni dei feriti più lievi, che uscivano dopo essersi fatti cambiare le medicazioni ricevute ieri.
Il tentativo di riprendere il forte non pareva cosa tanto superiore alle possibilità della nostra armata, eppure è miseramente fallito. Ducrot, da subito, ha incolpato di questo la guardia nazionale, dicendo che le guardie, a differenza dei soldati, si rifiutavano di andare all’attacco, e spesso scappavano; sono però i suoi stessi uomini a smentirlo. Di quelli con cui ho parlato solo due hanno detto di aver visto guardie rifiutarsi di attaccare, e uno di loro diceva che l’ordine che era stato impartito era insensato, e che tentare di eseguirlo sarebbe stata la morte certa, mi ha detto che lui stesso non sa dire se, al loro posto, avrebbe ubbidito, e che se così fosse stato l’avrebbe fatto solo per timore di essere punito. Mi tranquillizza sapere che i soldati la pensino così, e che allo stesso modo ne parlino. Non avevo molti dubbi sul fatto che Ducrot mentisse, ma è importante sapere che non saranno solo le guardie a riportare la realtà dei fatti; tra i loro racconti e quelli dei soldati credo che ogni parigino potrà essere informato, e non cadere nei tranelli che il governo sta già preparando. Anche se non mi stupisce è triste constatare come i nostri governanti, anche sotto assedio, si preoccupino più di ammansire con le loro menzogne la popolazione di Parigi che non di respingere l’invasore, che è sempre più vicino alla vittoria. Tra ieri e oggi tutti i rappresentanti dei governi stranieri si sono affrettati a lasciare Parigi, e questo non lascia buone speranze per quel che ci aspetta.
Quando sono stato raggiunto ad Anversa dalla notizia della caduta di Bonaparte e della proclamazione della terza repubblica credevo che ci sarebbe stato un maggiore ricambio negli uomini al governo. Non che mi aspettassi tra loro qualche socialista, sappiamo bene che il capitale non avrebbe mai ceduto le redini, neanche in condivisione, tuttavia credevo che nell’alternare il bastone e la carota, questa volta, dopo tanti anni di bastone, sarebbe stato il turno della carota. Da queste prime due settimane non pare che sarà così, sembra piuttosto che, invece di concedere qualcosa per non rischiare di perdere tutto, il governo scelga di arroccarsi sulle stesse posizioni che già l’imperatore difendeva a fatica. Forse non è strano, dato che gli uomini come Jecker, che tengono i fili dei nuovi governanti, sono gli stessi che manovravano Bonaparte, ma mi sarei aspettato da parte loro una maggiore capacità di imparare dai propri errori.
Quando ho lasciato Parigi, cinque mesi fa, gli animi erano esasperati, e di certo non può averli rasserenati una guerra dichiarata contro il volere del popolo, e condotta in modo inetto. Forse qualcuno può oggi abboccare all’amo della proclamata repubblica, ma non credo che l’illusione durerà per molto; presto la popolazione di Parigi si risveglierà, volente o nolente; la durezza della realtà è troppo vicina ai loro occhi perché la possano ignorare a lungo. Anche Blanqui ed i suoi non paiono aver abboccato, e muovono a Trochou critiche ancor più dure delle nostre anche se, come sempre, non giungono abbastanza a fondo da identificare il vero problema nell’organizzazione capitalista. Per ora però l’importante è che si combatta insieme il nemico comune, il loro numero ed il loro slancio ci saranno di grande aiuto. Quindi non temo per Parigi, il mio dubbio è se si possa essere altrettanto fiduciosi per il resto della Francia. Senza la visione diretta dei fatti non si può far altro che affidarsi alle narrazioni che ne giungono, e il potere ha mezzi che gli permettono molto più facilmente di coprire le distanze. A Strasburgo, a Metz, sicuramente la gente avrà visto abbastanza da sapere a cosa credere, ma in quelle parti della Francia che la guerra avrà risparmiato? Cosa sapranno coloro che ci vivono? A quali racconti crederanno? Saremo in grado, noi, di far arrivare, almeno nelle città più grandi, la nostra versione? Io credo che sia questo il quesito principale, la questione che dirimerà tra un futuro realmente nuovo ed uno identico al passato, tranne che nei nomi. A Lyon possiamo contare su Bakunin, a Marsiglia su Hugues, a Narbonne su Digeon, a Limoges, a Saint Etienne e in altre città ci saranno altri compagni che sono in contatto con qualcuno di noi qui a Parigi, e forse altro appoggio alla causa potranno fornirlo i blanquisti, ma ora che l’assedio è stato chiuso la difficoltà sarà principalmente per noi, che ci troviamo nella capitale e dobbiamo farne uscire i nostri racconti. Per quanto arduo sia il compito dobbiamo riuscire ad impedire che in Bretagna, o in Garonna, arrivi solo la voce dei servi degli Jecker.
C’è poi un’altra questione che m’angustia. Meno di due mesi fa i miei compagni dell’internazionale francese e di quella tedesca si scambiavano lettere in cui ci si giurava che mai e poi mai avremmo combattuto l’uno contro l’altro, mentre oggi io e molti altri ci siamo arruolati volontari nella guardia civile. Certo, si può dire che oggi sia la guardia della repubblica, e non più dell’imperatore, e che combattiamo contro il kaiser, che è di certo peggio di chi ci governa, ma di meno peggio in meno peggio non si potrebbe dire che lo stesso Bonaparte fosse meno peggio dell’imperatore prussiano? In ogni opzione c’è sempre un meno peggio, ma non sempre la differenza vale la scelta, e a volte ignorare le opzioni evidenti e perseguire quelle più nascoste, quelle che a un primo sguardo parrebbero una semplice astensione, è l’unica cosa giusta da fare. Il punto è: noi internazionalisti che ci siamo arruolati nella guardia civile abbiamo passato quel limite, oppure stiamo perseguendo la scelta migliore, difendendo un governo che, pur non volendoci, è per sua natura costretto ad avere per noi più tolleranza di quanta ne aveva Bonaparte, o ne avrebbe il kaiser, e difendendo quindi insieme ad esso anche la nostra possibilità di agire nella direzione di un governo veramente giusto? Quando mi sono arruolato ero certo di star facendo la scelta migliore, ma il comportamento di Ducrot oggi mi porta a dubitare. Può essere che anche noi internazionalisti si sia caduti in una delle loro trappole? Difficile a dirsi, e forse anche inutile, dal momento che non credo si sia più in tempo per invertire la rotta su questa decisione. Penso che su queste righe dovrò tornare a riflettere in tempi più calmi.

23 settembrefrecciaDx

#RossaComeUnaCiliegia – giorno VI

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frecciaSx 22 agosto

Anversa, 4 settembre 1870

Qualcuno taccerà di infantilità questo mio comportamento, e se lo facesse io non potrei affermare che abbia torto, ma non per questo ho intenzione di modificarlo. Per me oggi è stato il giorno di una nuova nascita, quindi un comportamento infantile mi deve essere concesso, almeno oggi. Domani forse abbandonerò questo diario che sto iniziando, ma in questo momento mi pare giusto fermare su queste pagine i miei pensieri, e pensare di farlo giorno per giorno nei prossimi mesi, che saranno sicuramente un periodo di grandi cambiamenti.
Questa mattina i giornali riportavano la notizia della cattura di Napoleone III da parte dell’esercito prussiano, e della proclamazione della terza repubblica; questi fatti, così importanti per ogni francese così come per ogni uomo o donna che abbia a cuore la libertà, lo sono, egoisticamente, ancora di più per me. La mia condanna non è stata cancellata, ma non voglio credere che in una nazione che si proclama Repubblica si possa dar seguito ad una condanna inflitta per il solo fatto di aver fatto parte di un’associazione dichiarata illegale da un tiranno, forse neppure più pienamente lucido. Credo, voglio credere, che non vi sia più un motivo per il mio esilio, e dunque, dopo aver passato tutta la giornata di oggi in preparativi, domattina prenderò il sacco che è già pronto accanto al mio letto, riattraverserò quel confine che ho dovuto passare quattro mesi fa e punterò verso Parigi, per riunirmi a quanti ho lasciato a lottare contro un nemico che, per quanto mostri volti diversi, è sempre il medesimo. Credo non sarò l’unico a farlo.
Questi quatto mesi sono stati per il mio animo la peggiore sofferenza che ricordi. Dopo le retate di primavera, convinto dai miei compagni che in quella situazione la mia permanenza non sarebbe stata di giovamento per alcuno, sono fuggito dalla Francia. La condanna di luglio ha aggiunto ulteriori motivazioni al mio esilio, e sono del tutto convinto che quella scelta sia stata giusta, ciononostante in questi mesi ho continuato a sentirmi un disertore, anche perché, da quando sono in questa città, ho saputo rendermi ben poco utile. Ho scritto alcune lettere, parlato con alcuni compagni, ma non sono riuscito a realizzare alcunché di concreto; persino per il mio alloggio e per i pasti dipendo ancora dai risparmi che ho portato con me lasciando Parigi, e soprattutto dalla generosità dei compagni. All’inizio non riuscivo a capacitarmi di questa mia inattività, mi ripetevo che per un membro di un’associazione che si dice internazionale non poteva fare differenza trovarsi in Belgio anziché in Francia; ho poi capito che in realtà non era quello il discrimine, bensì il fatto di trovarsi sradicato, in una città che non conoscevo e in cui mi auguravo di non dover restare troppo a lungo. Ma oggi per fortuna tutto ciò non ha più importanza, da domani potrò tornare ad essere parte della nostra grande lotta.
Dalle notizie che giungono da sud la situazione della guerra pare disperata. Dopo la sconfitta dell’altro giorno, che ha portato all’abdicazione del tiranno, il grosso di quanto rimane dell’esercito è assediato, parte a Metz, parte a Strasburgo, e difficilmente potrà tenere a lungo quelle due città. Tutto quanto possono fare quegli uomini è resistere, per dare a Parigi il tempo di riorganizzarsi ed essere pronta a combattere i prussiani quando volgeranno in quella direzione.
Per conto mio spero mi sia dato almeno il tempo di tornare in città, prima che venga circondata; se ci sarà un assedio, come ormai pare probabile, doverlo vivere da lontano mi farebbe sentire ancora più colpevole per la mia fuga. Ma questo non succederà, domani lascerò Anversa, già prima di sera tornerò a sentir parlare la mia lingua, e il giorno successivo sarò di nuovo a casa.

7 settembre frecciaDx