Il wrestler, ovvero due o tre cose sull’alternanza #scuolalavoro

Ieri una mia collega d’ufficio è andata presso un IIS (quelli che quando li frequentavo io si chiamavano ITIS) a effettuare dei colloqui propedeutici al portare alcuni allievi della scuola a fare l’alternanza presso la ditta per cui lavoro. Al ritorno da questi episodi ha raccontato un po’ della sua giornata, e nelle chiacchiere di una persona che di mestiere si occupa di selezione del personale e formazione mi è sembrato di trovare due o tre spunti interessanti sull’argomento scuola-lavoro.
Il primo è quello da cui ho preso il titolo per il post. Uno dei ragazzi colloquiati, non so se per semplice scazzo o per una protesta più consapevole, ha scelto di rispondere all’intervista in modo provocatorio, per cui alla domanda su che lavoro volesse fare da grande (forse già questa espressione, usata dalla collega, da sola basterebbe a spiegare perchè il ragazzo non fosse affatto felice di rispondere all’intervista) ha risposto ‘Il wrestler’ e alla domanda ‘Cosa ti interessa della nostra azienda’ ha risposto ‘A me non interessa la vostra azienda’. Quest’ultima risposta in particolare non dava pace alla mia collega, si chiedeva come fosse possibile un simile atteggiamento. Confesso di averci messo un po’ a realizzare che leif che fa i colloqui di selezione per l’alternanza scuola lavoro, non sapeva che i ragazzi fossero obbligati a praticarla, finchè non gliel’ho detto era onestamente convinta che fosse una loro libera scelta.
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Paura e apatia

A fine mese cambierò posto di lavoro. Stessa azienda che paga lo stipendio, luogo diverso, cliente diverso, colleghi diversi, compiti diversi. Quali esattamente ancora non lo so, il mio ‘posto fisso’ non è certo una fucina di certezze, però visto come mi trovo con la situazione attuale spero che il cambio porti un miglioramento. Nella settimana scorsa ho informato alcuni colleghi (nel senso che lavorano nello stesso posto su cose simili, pur essendo stipendiati da ditte diverse) della mia prossima sparizione, e dato che tutti loro si lamentano spesso delle loro condizioni di lavoro (e tra reperibilità e turni festivi e serali ne hanno ben d’onde), mi aspettavo delle risposte tra il ‘beato te’ e il ‘che stronzo, io invece resto qui’, invece alla fine, con forse una sola eccezion,e tutti considerano il cambio come un peggioramento.
Ecco, forse questo marginalissimo dettaglio della reazione ad un fatto già di per se marginale ci dà una visione panoramica della situazione italiana, ovvero del fatto che, aldilà dei singoli problemi, il vero dramma è un’assoluta passività di fronte agli eventi. Passività che in passato ho spesso considerato frutto della mancanza di speranza, ma forse andrebbe piuttosto ascritta ad un eccesso di paura che porta a preferire accontentarsi di un presente assolutamente insoddisfacente anzichè muoversi verso un cambiamento di cui si vedono solo i rischi ignorando le speranze. E purtroppo non credo che questo ragionamento valga solo in ambito lavorativo.