I reietti dell’altro pianeta

A Ursula Le Guin mi ha fatto avvicinare Filippo. I primi incontri non sono stati entusiasmanti, ma ha insistito abbastanza perchè insistessi anch’io, e adesso lo ringrazio di questo. Già in L’occhio dell’Airone avevo trovato molte cose interessanti, anche se nell’ultima parte la descrizione dei paesaggi, punto debole della scrittura della Le Guin, occupa molto spazio efa perdere un po’ quota al racconto. In I reietti dell’altro pianeta invece non ho trovato buchi.
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Heartland

Ho iniziato a leggere Heartland incuriosito da una presentazione/intervista di Wu Ming 4, e devo dire che non ha deluso le aspettative.
Il romanzo racconta le vicende di alcuni abitanti di Tipton, cittadina della periferia di Birmingham, nel pieno delle Midlands che sono state il cuore dell’industria pesante inglese e che di quella stessa industria hanno seguito e stanno seguendo il disfacimento.
E proprio questo è il tema del romanzo, il disfacimento. Delle famiglie, delle classi, delle stesse identità di ogni individuo (salvo poi, per alcuni, ricostruirsi in un’abborracciata identità nazionale o religiosa ostentata quanto più possibile ma priva di profondità). Calciatori mancati, piccoli politici locali, insegnanti precari, un avvocato d’ufficio, un ex studente modello si muovono sulle pagine cercandosi un proprio posto nel mondo, diverso da quello in cui più o meno stabilmente si trovano e che tutti detestano. Continue reading

Liberiamo la ciliegia

Il 28 maggio 1871 Eugene Varlin, dopo essere stato massacrato di botte, veniva fucilato in rue Rosier, nello stesso punto in cui due mesi prima il generale Lecomte aveva pagato la sua scelta di ordinare il fuoco su una folla disarmata: L’uccisione di Varlin da parte dell’esercito versagliese è uno degli ultimi episodi della semaine sanglante. In questo anniversario ‘libero’ la versione digitale di Rossa come una ciliegia, il mio romanzo sulla Comune di Parigi, di cui Varlin è uno dei protagonisti.
L’impaginazione è un po’ fatta in casa, ma potete scaricare il pdf qui.
Naturalmente volendo potete sempre procurarvi il cartaceo (indicazioni qui, sezione ‘Schede libro’, colonna destra in alto).
Buona lettura, e quando avete finito se ripassate di qui a lasciarmi un commento fate cosa gradita.

Razza migrante

Maz Project ha pubblicato la versione 1.0 dell’e-book Razza migrante (liberamente scaricabile dal link precedente); all’interno c’è anche un mio racconto intitolato Ad Evanston. Non è un racconto nuovo, l’avevo scritto già nel 2011, all’indomani dei riot francesi e inglesi, ma è molto adatto al tema del libro che, come annunciato dal titolo, sono le migrazioni.
Buona lettura.

Io e il ‘viaggio’

Oggi ho finito di leggere Un viaggio che non promettiamo breve. Essendo stato un pre-lettore del libro ne avevo già parlato qui e, anche se in modo più particolare, anche qui.
Fa un effetto strano leggere un libro di cui sei coprotagonista, non solo quando è proprio la tua voce a parlare dalle pagine, ma anche quando semplicemente viene raccontato un episodio in cui tu c’eri, e ancora di più lo fa quando la narrazione ha un tono epico che oltretutto ti sembra pienamente giustificato, e questo effetto toglie la già poca obiettività di cui normalmente dispongo.
Detto questo parliamo del libro. Come più volte dichiarato dall’autore la costruzione prevede di narrare fatti reali con stile letterario, e il campo di applicazione di questo esperimento è la storia del movimento notav, 25 anni di lotte contro il progetto della nuova linea ad alta velocità (ripeto, contro il progetto, che della linea ad oggi non esiste ancora un metro) ma anche i molti di più che hanno costruito in valsusa le condizioni perchè questa lotta riuscisse a reggere così tanto tempo. Il libro è diviso in 5 parti che saltano un po’ avanti e indietro nel tempo, dall’eresia dei Catari ad oggi, e a tratti anche a destra e a sinistra nello spazio, dall’Andalusia a Trieste, ma sempre ruotando attorno agli ultimi 25 anni in Valsusa.
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L’eco di uno sparo

Devo premettere che quando ho deciso di leggere L’eco di uno sparo mi aspettavo di trovarmi di fronte ad una storia completamente diversa: il nome dell’autore, associato a vicende partigiane, mi portava ad ipotizzare una storia del tutto diversa da quella raccontata. Non stavo cercando un libro che illustrasse la vita comune della reggiana degli anni dai ’20 ai ’50 del secolo scorso, e forse non ci ero preparato.
Detto questo, e riconosciuto che la descrizione di quell’ambiente la trovo riuscitissima, e la scrittura quasi sempre molto godibile, non sono però riuscito ad apprezzare il libro. Se è vero che nel romanzo più volte Zamboni dichiara esplicitamente di non considerare i uguali le due parti in conflitto, ed anzi si schiera inequivocabilmente dalla parte dei partigiani, sia nella forma che nel peso le vicende narrate sembrano invece tutte tese a sottolineare la fondamentale uguaglianza, se non delle due fazioni almeno degli uomini che le componevano (altissimi gradi esclusi, di questo gli va dato atto), cosa che al mio orecchio non suona poi tanto diversa.
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Gabbie d’oro

Questo racconto è nato da tre articoli (“L’oro del diavolo”,”Le miniere che assetano”,”La resistenza di Màxima”) apparsi su Altreconomia di dicembre. Gli articoli ovviamente contengono molto più materiale di quanto qui presentato, ragion per cui ne consiglia vivamente la lettura.
Oltre che qui lo troverete anche su mazproject

«Pronto?»
«Bè, insomma, fino a Shanghai è andata bene, ma poi…»
«Possono pure chiamarla prima classe ma su queste compagnie aeree asiatiche sembrerà sempre di essere su un carro bestiame…. »
«Sarà che i cinesi sono piccoli e quindi non sanno come fare un sedile largo. E poi non hanno nemmeno un cazzo di bourbon decente, cercano di rifilarti sempre quel maledetto whisky giapponese…»
«Vabbè, inutile pensarci, tanto a Ulan Bator stavolta ci dovevo venire, non poteva bastare una videoconference… »
«Se hanno scarcerato Monkbahyar può voler dire solo che qualcuno quaggiù vuole alzare il prezzo, e per farlo deve essere disposto a giocare pesante, visto che la sua mossa d’apertura è far liberare dopo solo sei anni di carcere un contestatore che eravamo riusciti a far condannare a ventuno. E quindi bisogna parlarci di persona… »
«La situazione alle miniere della valle del Buuruljult è già al limite così, non possiamo permetterci che quelli che abbiamo a libro paga alzino la cresta. D’altronde è il problema di lavorare in questi stati autoritari, ogni piccolo pubblico ufficiale ha un potere enorme di cui può disporre a suo piacimento, il che è ottimo perché hai bisogno di comprare meno persone, però quando si mettono di traverso possono crearti grossi problemi…»
«Di sicuro bisognerà aumentare le loro provvigioni, ma bisogna anche fargli capire che non possono tirar la corda più di tanto. L’ideale poi sarebbe far entrare in testa a quegli zucconi che gestiscono la miniera che devono rinunciare a qualche fetta del loro guadagno per gestire un po’ meglio le cose…»
«Nessuno gli chiede di rispettare i limiti di metalli pesanti dell’organizzazione mondiale della sanità, ma se li superi di mille volte poi diventa difficile evitare che la questione esca dal contesto locale, e sai benissimo che se lo fa finisci per spendere per metterla a tacere molto più di quanto averesti speso per ridurre le dispersioni a cifre meno eclatanti. Senza contare che poi qualche stronzo di giornalista che non si fa blandire né intimorire ancora c’è, e se la notizia arriva ad uno di loro non la puoi fermare, e finisci per trovarti contro una campagna di boicottaggio… »
«Ok, non è per una campagna che vai in malora, però ci rimetti un sacco di soldi…»
«Quelli del Buuruljult dovremmo mandarli a formarsi un po’ a Taliwang, loro si che si sanno gestire. Mica rinunciano a usare il mercurio, o installano chissà quali costosi filtri delle acque di scarico, però ci stanno un po’ più attenti, hanno sforamenti che fanno meno notizia, e soprattutto lasciano che si arricchisca anche qualcuno dei locali, così tutti possono sognare e a nessuno viene in mente di piantar casino. Anche se gli muore uno dei figli per avvelenamento da mercurio quelli pensano agli altri figli, quelli che ancora respirano, e continuano a lavorare come prima, sperando di poterli liberare dalla vita che fanno loro…»
«No, non è una grossa spesa. Basta permettere che si arricchisca qualcuno ogni tanto (e ti dico ‘arrichisca’ come lo dicono loro, ma non voglio mica dire ricco sul serio) e gli altri si illudono; ingigantiscono da loro stessi la storia che si raccontano per darsi coraggio e si convincono a vicenda. Non hai nemmeno bisogno di incatenarli, anche se potrebbero non se ne vanno, la loro gabbia è la loro stessa illusione. E in questo modo a Taliwang hanno un’estrazione oltre le conto tonnellate d’oro l’anno e zero problemi con i locali…»
«Eh, si, in Indonesia ci sanno fare. Non come quei fessi di peruviani, avidi peggio dei mongoli. Ma dico io, d’accordo che le vecchie miniere prima o poi si esauriscono e quelle nuove bisogna aprirle, ma due contemporaneamente nello steso posto, abbattendo case e prosciugando lagune? Sembra che lo si faccia apposta per crearsi problemi da soli. Non puoi aprirne una, lasciar passare due o tre anni e poi presentare il progetto dell’altra? Rinunci a un po’ di guadagno, ma gestisci il tutto in tranquillità… »
«Lo so che è contro il nostro interesse, che noi degli studi legali dalla tranquillità non abbiamo mai nulla da guadagnare, però facendo così per forza trovano qualcuno che si impunta, come quella cazzo di indigena, la Chaupe. In Perù poi hanno quello stronzo di presidente indio che deve far finta di stare “dalla parte del suo popolo”, e allora non è così facile trovare un giudice che butti in prigione gli oppositori solo perché glielo chiede una multinazionale…»
«Certo, puoi minacciarli, denunciarli, tenerli sotto processo quattro o cinque anni, ma alla fine se non si spaventano tornano liberi, e con molto più ascendente sugli altri…»
«Ah, bene, bella notizia. Sono contento che in Perù siate riusciti a sistemare la cosa nonostante se la Chaupe sia tornata libera. Alla fine un governo che pensa di poter fare senza soldi e appoggi dura poco, e raramente arriva al potere qualcuno così ingenuo da non capirlo. Un conto è non far condannare chi protesta, altro dargli ragione… »
«Bravi, bravi, mi avete evitato di dover andare fino in quel postaccio…»
«Pazienza se si dovrà spendere di più in sorveglianza e misure antisabotaggio, sono cose che in questi progetti si devono mettere in conto… »
«Sono contento. Adesso che arrivo in albergo vedo di farmi buona una notte di sonno e poi provvedo a sistemare le cose anche qui in Mongolia, così almeno per qualche mese sono tranquillo. Di dover lasciare il mio bell’attico per un altro viaggio da pezzenti come questo non ne ho proprio nessuna voglia.»

Stop and go sui generis

Oggi avrei dovuto pubblicare la dodicesima giornata di Rossa come una ciliegia, non l’ho fatto e non proseguirò la pubblicazione ‘in diretta’ perchè a fine febbraio/inizio marzo il romanzo uscirà in formato cartaceo per la Habanero edizioni di Genova.
Per far conoscere meglio il libro ed informare delle presentazioni che organizzeremo ho aperto un blog dedicato, al momento è quasi vuoto ma man mano si popolerà.
Spero che nessuno se ne dispiaccia troppo, in fondo è solo una sorta di stop and go sui generis, a primavera potrete riprendere la lettura da dove l’avete interrotta. E poi spero di vedervi in qualche presentazione

#RossaComeUnaCiliegia – giorno XI

frecciaSx vai all’inizio
frecciaSx 23 settembre

Parigi, 31 ottobre 1870

La notizia della caduta di Metz era giunta la prima volta quattro giorni prima, e Felix Pyatt l’aveva scritta sul suo Le Combat, il governo aveva però smentito, e a Parigi in molti avevano creduto agli avvoltoi; ora però pare che finalmente nessuno voglia più dar loro retta. Ormai soltanto qualche mestatore cerca di convincere che l’esercito francese non sia in rotta, che Metz non sia persa, o che lo sia, ma che l’esercito francese si sia riorganizzato poco più vicino a Parigi ed ancora contrasti l’avanzata prussiana. In pochi lo dicono, e nessuno dà loro retta.
La folla, come oramai ogni giorno, si è radunata in strada. Differentemente dai giorni precedenti però stavolta non si contenta di mostrare se stessa e la propria rabbia, questa volta si da un obiettivo, ed una direzione.
In principio sono stati solo quelli che alla caduta dell’uomo di dicembre avevano circondato il parlamento, obbligando chi vi sedeva a concedere quella repubblica che mai avrebbero voluto, a muoversi verso il municipio, ma mano a mano che si avanza il corteo si fa sempre più numeroso ed impetuoso. Adesso i pochi temerari che osano anche solo mettere in dubbio la veridicità della caduta Metz, insieme a quegli sfrontati che ancora accusano Pyatt, Rochefort o Flourens di aver mentito, a calci vengono rigettati fuori dal corteo, e tutti insieme si urla
«No all’armistizio!»
«Viva la repubblica!»
«Resistenza o morte!»
«Vogliamo la Comune!»
«Abbasso Thiers!»
Si giunge sotto il palazzo. Trochou si affaccia per garantire che non vi sarà alcuna resa, e per chiedere che il patriottismo ci riunisca tutti in un’unica fazione, ma noi non si vuole più venir presi per il sedere, ed aprendoci la via con la forza si entra in massa, anche se la più gran parte della folla deve rimanere fuori, che le stanze non bastano a contenerci tutti. Nella sala del consiglio Trochou, Jules Favre e Jules Simon vengono incalzati dai dimostranti, che rinfacciano loro la codardia del governo. Il governatore cerca di calmarci, inventando che per Parigi, nelle attuali condizioni, sia un vantaggio aver abbandonato Metz al nemico, ma nessuno gli da retta, e tutti urlano ancora
«Resistenza o morte!»
«Vogliamo la Comune!»
«No all’armistizio!»
finché il bretone non cede, e si affloscia su una poltrona lamentando che questa «E’ la fine della Francia». Il governo si ritira a deliberare, e noi attendiamo.
L’attesa non è lunga, in breve dal loro conciliabolo sortisce la promessa della Comune. Tocca a Rochefort annunciarla alla folla, che a nessun uomo del governo al di fuori di lui darebbe credito, e la folla gli risponde portandolo in trionfo, fuori dal palazzo, fino a Belleville, non lasciandogli quasi nemmeno il tempo di siglare le sue dimissioni da un governo che non ha più ragion d’essere.
Dentro, invece, restano gli altri, trincerati dietro un plotone bretone, fedele a Trochou come ad un’immagine sacra e pronto ad eseguire ogni suo ordine, fosse pure un assalto suicida. Il coraggio non è però stato mai del governatore, e non lo è neppur oggi.
Nel frattempo un battaglione della guardia nazionale giunge al municipio, e si dispone a sua difesa. Tutti vedono che son guardie e non soldati, nessuno fa caso che sia il centoseiesimo, il battaglione della reazione, guidato da Ibos. Gridar «Viva la Comune!» è per loro un travestimento sufficiente perché li si lasci interporre tra la folla e Trochou. Greffier, capitano della guardia, di altro battaglione, intuisce qualcosa, vorrebbe impedir loro di schierarsi, ma Flourens lo ferma «Perché è stata data la parola, sia nostra che loro, e non si può far atto di diffidenza», così i battaglioni di Greffier e Flourens vengono rimandati via, e la folla, dopo aver letto il manifesto che proclama l’istituzione della Comune per elezione, poco alla volta si muove verso il municipio. Ci si muove su istruzioni di Blanqui, che vuole subito far sostituire il sindaco Saligny col dottor Pilot.
Attorno al municipio l’esercito monta ancora la guardia, e un soldato tenta di bloccare la strada all’emissario di Blanqui, Constant Martin, ma questi scosta la baionetta del militare, e prosegue come se questi non potesse nulla per fermarlo. Il soldato non si oppone oltre, e a centinaia seguono Martin.
Dentro al municipio il sindaco e la sua corte paiono in preda al panico, senza protestare consegnano agli insorti seggio e cassaforte e lasciano loro il palazzo, anche i soldati di guardia vengono rimandati alle loro caserme.
Dentro il municipio si festeggia, e poi ancora in strada, fino ad arrivare, a sera, alla sala della Borsa, dove gli ufficiali della guardia si riuniscono per discutere il da farsi, e dove Rochebrune infiamma la folla proponendo la sortie torrentielle: duecentomila uomini che si lancino contro un unico punto dell’assedio prussiano e lo travolgano con la forza del loro numero. In ogni angolo della sala si approva, si applaude, si chiede che sia fatto subito, e che Rochebrune sia fatto generale della guardia, ma è lui stesso a frenare gli entusiasmi. «Prima la Comune» urla sopra il vociare festoso.
Di corsa giunge un nuovo arrivato, che si lancia sulla tribuna e annuncia che il centoseiesimo ha tradito, che hanno liberato Trochou e il governo, e che anche il municipio non è più nelle nostre mani. Alle sue parole un gelo assedia la sala, pochi riescono a credere ad un tale tradimento, tutti si agitano, chiedono di sapere. Come se non avessero appena saputo.
Si esce dalla sala in ordine sparso, chi va verso il municipio, chi verso il parlamento. Tutti sperduti, tutti traditi. Ognuno deve accettare che il governo ha mentito, che il manifesto che hanno fatto affiggere ha mentito e ancora mente; qualcuno si chiede se non sia tornato l’impero, io ed alcuni altri rispondiamo loro che l’impero mai se n’era andato, che erano rimaste tutte le sue leggi e, a meno del solo imperatore, tutti i suoi uomini, ma in pochi paiono voler accettare questa verità. Poco alla volta, dopo aver toccato con mano quanto fosse vera la notizia, la folla si disperde, e quando ormai è notte alta ognuno torna alla sua casa.
Il mattino, al risveglio, una nuova notizia completa la disfatta. Blanqui, Eudes, Flourens, Pyatt, Milliere ed altri quindici sono in arresto per i fatti di ieri. Quale caro prezzo pagano quegli uomini per la loro e nostra onesta ingenuità.

prossima giornata (forse) il 15 novembre