Heartland

Ho iniziato a leggere Heartland incuriosito da una presentazione/intervista di Wu Ming 4, e devo dire che non ha deluso le aspettative.
Il romanzo racconta le vicende di alcuni abitanti di Tipton, cittadina della periferia di Birmingham, nel pieno delle Midlands che sono state il cuore dell’industria pesante inglese e che di quella stessa industria hanno seguito e stanno seguendo il disfacimento.
E proprio questo è il tema del romanzo, il disfacimento. Delle famiglie, delle classi, delle stesse identità di ogni individuo (salvo poi, per alcuni, ricostruirsi in un’abborracciata identità nazionale o religiosa ostentata quanto più possibile ma priva di profondità). Calciatori mancati, piccoli politici locali, insegnanti precari, un avvocato d’ufficio, un ex studente modello si muovono sulle pagine cercandosi un proprio posto nel mondo, diverso da quello in cui più o meno stabilmente si trovano e che tutti detestano. Continue reading

Razza migrante

Maz Project ha pubblicato la versione 1.0 dell’e-book Razza migrante (liberamente scaricabile dal link precedente); all’interno c’è anche un mio racconto intitolato Ad Evanston. Non è un racconto nuovo, l’avevo scritto già nel 2011, all’indomani dei riot francesi e inglesi, ma è molto adatto al tema del libro che, come annunciato dal titolo, sono le migrazioni.
Buona lettura.

Ospiti a casa loro

“L’ospite puo’ benissimo stare a casa sua” dice @Empolitica in uno dei tweet di questa surreale discussione. Per quanto assurdo possa sembrare non sono in pochi a condividere un pensiero simile, provo quindi a spiegare perchè è sbagliato.
Il punto chiave è questo: “puo’ benissimo stare a casa sua”. Può stare a casa sua, dove noi* (o i nostri alleati) stiamo bombardando come in Siria, oppure dove noi (o i nostri alleati) stiamo causando catastrofi ecologiche come in Nigeria, opure ancora dove noi (o sempre i nostri alleati) delocalizziamo la produzione delle nostre industrie per non dover rispettare degli standard minimi di condizioni di lavoro, come in Bangladesh. Quindi no, non possonobenissimo stare a casa loro, chi davvero non lo sa farebbe bene a documentarsi, che finge di non saperlo a smetterla di cercare di imbrogliare gli ingenui

*Importante: in questo post uso ‘noi’ per indicare l’Italia, io non ritengo affatto che sia corretto riunire in unico giudizio gruppi umani troppo vasti, men che meno se il criterio di raggruppamento è la nazionalità, questo tipo di raggruppamento è però uno dei presupposti di chi sostiene la tesi che cerco di smontare, quindi in questa dimostrazione per assurdo lo adotto

Giornalismo tossico

Parto da un brevissimo scambio di battute su twitter a proposito dell’interpretazione che i media mainstream hanno dato e stanno dando degli eventi intorno al 9 dicembre, e mi prendo un po’ più di spazio per spiegarmi più charamente.
Indipendentemente dal giudizio che si da di quella protesta (nel mio caso, per essere chiari, negativo), sicuramente quel che dice @ZeroFanzine è vero, nel senso che i media hanno attribuito ai forconi tutto quello che è avvenuto in quei giorni, restando all’ambito torinese, che è quello che conosco meglio, persino la manifestazione dei rifugiati che occupano il MOI che all’ennesima insistenza sono finalmente riusciti a farsi riconoscere la residenza nel comune di Torino. Manifestazione che, come si vede qui (e come era facile immaginare), ha tutt’altra origine.
La domanda però per me è un altra: davvero dobbiamo interessarci di quello che i media mainstream dicono del movimento? Io non credo. Senza nemmeno discutere della loro buonafede, sembrano davvero ormai incapaci di percepire correttamente la realtà. In un incontro di presentazione di Nemico pubblico, WuMing1 diceva che ormai pare si possa dare un secondo significato all’espressione “narrazioni tossiche”, usandola anche per paragonare il rapporto del giornalista con la notizia alterata a quello di un tossicodipendente nei riguardi della sostanza che assume, la sua necessità di alterare ogni volta di più la notizia per seguire quell’andamento di crescita esponenziale che il “turboliberismo” sembra pretendere da ogni prodotto che si voglia appetibile.
E allora, ancor più se i fatti sono percepiti (o resi) non correttamente non per una scelta, ma per un’incapacità, che senso ha preoccuparsi di come ci rappresenteranno questi media? Quello che diranno è deciso a priori (da una scelta o da un ancora più inevitabile meccanismo inconscio), e una volta scelto cosa dire un pretesto per dirlo lo si trova sempre. Io credo che usare questi media per capire se stiamo agendo bene sia dannoso, usarli per argomentare pro o contro qualcosa scorretto, insomma, penso dovrebbero sparire del tutto dal nostro discorso.