Passeggiando in bicicletta

Ieri una presentazione di un libro dei Wu Ming ha deviato il mio (troppo) abituale percorso casa-lavoro facendomi passare dal centro città. Al ritorno, in orario in cui le vie si erano ormai spopolate, arrivando a piazza Castello dai giardini reali ho visto che nel solito spazio accanto a palazzo Madama era stato montato un palco, che la mia abitudine a pensar male mi ha fatto immaginare fosse per qualcosa di legato alle prossime elezioni. E, anche se in un modo diverso da quello che pensavo, avevo ragione. L’ho capito quando, aggirata la struttura, mi sono apparsi alla vista due fantasmi sorridenti: Neve e Glitz; il palco era pronto per qualche evento delle celebrazioni del decennale delle olimpiadi invernali di Torino 2006. Che si celebri un simile anniversario indubbiamente stupisce, ancor più chi abbia letto Il libro nero delle Olimpiadi di Torino 2006, ma tant’è. Continue reading

Una speculazione come tante

Il comune di Torino finanziariamente è messo male. I buchi di bilancio aperti per le olimpiadi sono poi stati allargati da maldestri tentativi di metterci delle pezze, e oggi il debito della città supera i 4 miliardi di euro, mettendo a rischio persino la gestione a brevissimo termine (vedi).
Vista la situazione il comune cerca di far cassa in tutti i modi, uno di questi è il progetto di una speculazione edilizia (centro commerciale, parcheggio sotterraneo e 250 alloggi di lusso) nel quartiere Cenisia, su un terreno su cui sorge un edificio che ha ospitato fabbriche come la Snia Viscosa. Sul palazzo c’erano fino a pochi anni fa dei vincoli delle belle arti, che però il comune nel 2007 ha provveduto a far rimuovere, così come si è preoccupato di accreditare un percorso semplificato (senza VAS) per il progetto. Qui ho descritto molto brevemente, per un maggiore dettaglio rimando al blog http://sniarischiosa.noblogs.org, gestito dal comitato che si oppone a questo progetto
Certo, non parliamo di una grande novità. Torino è piena di progetti di questo tipo, ma è proprio questo il punto.
Uno spazio tolto all’utilizzo pubblico e quasi regalato al privato non è una bella cosa, ma in una città grande come Torino, in circostanze critiche come quelle attuali, può essere accettabile, ma se gli spazi a cui viene riservato questo trattamento sono tanti il problema diventa grave. Costruire centri commerciali e parcheggi a pagamento invece di biblioteche e parchi non vuol dire solo danneggiare l’ambiente, ma soprattutto cercare di far passare (con la forza, viste le modalità usate) l’idea che tutto ciò che non rientra in un rapporto commerciale non ha diritto di esistere. E qui siamo arrivati al punto.
Se riuscissimo a non ragionare solo in termini di utile a brevissimo termine, se fossimo capaci di pesare, anche aprossimativamente, le conseguenze non ‘immediatamente economiche’ delle nostre scelte, ragionamenti come quello della giunta comunale evidenzierebbero subito la loro irrazionalità, anche sul piano economico (illuminante, in merito, la sbrigatività con cui il presidente della Circoscrizione 3 liquida un’interrogazione su questo argomento). Oggi invece sembra che nessuno senta il bisogno di contestare ragionamenti in cui si considera ‘risanamento’ il divorare pezzo a pezzo il proprio corpo, come stanno facendo tante nostre amministrazioni. Ed è proprio questo che rende possibile organizzare fallimenti come Torino.

Olimpiadi

Otto anni fa, in un romanzo breve (qui testo integrale), facevo scrivere al protagonista una articolo sulle olimpiadi di Salt Lake City di due anni prima. Oggi probabilmente serve uno sforzo di memoria (o di documentazione) per capire tutti i iriferimenti, ma il senso mi pare continui a valere.

Parliamo delle olimpiadi americane. Le ho sentite definire squallide, rovinate, infangate, e in molti altri modi di simile tono, ma forse noi idealisti romantici dovremmo ringraziare queste olimpiadi di Salt Lake City. Dovremmo ringraziarle di essere state esattamente quello che sono state, cioè un’orrenda miscela di doping, truffe arbitrali e scorrettezze varie, dovremmo ringraziarle perché in questo modo ci hanno definitivamente cancellato la falsa illusione di uno sport pulito. Campioni olimpici per mezza giornata, campioni olimpici postdatati, campioni olimpici senza merito. Intendiamoci, io non ce l’ho con l’australiano che è diventato campione olimpico di short track sapendo pattinare appena meglio di me che non ne sono capace, lui aveva ogni diritto di partecipare, e non è certo colpa sua se gli altri si sono spintonati fino a finire tutti o fuori pista o squalificati, una tantum giustamente. E non è certo colpa sua se nessuno si è preoccupato di spintonare lui che era ultimo e staccato.
Forse sarebbe lui il simbolo più giusto di queste olimpiadi, più del norvegese che vince perché scia più veloce e spara più dritto di chiunque altro, ma che oramai non si può più fare a meno di chiedersi come riesca ad essere così superiore, specialmente dopo le squalifiche di tanti suoi colleghi, alcuni dei quali avevano vinto quasi quanto lui.
Ma allora in queste olimpiadi non resta proprio niente da salvare? No, io almeno una cosa la salverei e, non per fare il campanilista, ma è una cosa fatta da un’italiana, una fondista a fine carriera, che ha vinto tanto ma che ancora più spesso è arrivata seconda, ogni volta lamentandosi, a torto o a ragione, di esserestata battuta dai giudici, o da avversarie dopate, o dalla sfortuna che, a suo dire, ce l’ha sempre con lei.
Questa italiana ha corso la trenta chilometri, e alla fine è arrivata terza, battuta dalla seconda di quattro secondi dopo un’ora e mezza di gara. Per soli quattro secondi ha perso una medaglia d’argento che già si immaginava potesse diventare d’oro, visto che la squalifica per doping della vincitrice era nell’aria. Ma questa volta l’italiana non ha pianto nè accusato, questa volta è corsa incontro all’amica, anche lei a fine carriera, che l’aveva appena battuta vincendo la sua prima medaglia olimpica, e nell’abbraccio che le ha dato si vedeva che era sinceramente felice per lei.
Ecco, se potessimo credere che questo è lo sport noi romantici idealisti continueremmo ad amarlo, rifiutandoci di ammettere che ormai lo sport ad alto livello è solo un’industria tra tante, forse persino peggiore di tante. E allora grazie Muhlegg, grazie Lazutina, grazie ai pattinatori e ai giudici. Grazie per averci tolto questi dolorosi sogni.