Liberiamo la ciliegia

Il 28 maggio 1871 Eugene Varlin, dopo essere stato massacrato di botte, veniva fucilato in rue Rosier, nello stesso punto in cui due mesi prima il generale Lecomte aveva pagato la sua scelta di ordinare il fuoco su una folla disarmata: L’uccisione di Varlin da parte dell’esercito versagliese è uno degli ultimi episodi della semaine sanglante. In questo anniversario ‘libero’ la versione digitale di Rossa come una ciliegia, il mio romanzo sulla Comune di Parigi, di cui Varlin è uno dei protagonisti.
L’impaginazione è un po’ fatta in casa, ma potete scaricare il pdf qui.
Naturalmente volendo potete sempre procurarvi il cartaceo (indicazioni qui, sezione ‘Schede libro’, colonna destra in alto).
Buona lettura, e quando avete finito se ripassate di qui a lasciarmi un commento fate cosa gradita.

Si va in scena

Tra esattamente un mese, il 20 novembre, al Molo di Lilith andrà in scena ‘Coraggiosi insieme’, un reading che ho estratto dal mio romanzo Rossa come una ciliegia. Sul palco saremo in due, io a leggere e mio fratello Davide (già autore di una canzone ispirata al romanzo) a suonare vari strumenti, dai più tradizionali come la chitarra ai più insoliti come la m’bira. Il reading è basato su una delle sottotrame (per chi ha già letto il romanzo, quella di Colin), minimamente rimaneggiata per renderla più teatrabile, è quindi una storia completa in sè, e volendo indipendente dal romanzo.
E quindi tra un mese anche questo esperimento prenderà il largo. Spero che al molo siate in molti a salutarlo.

P.S: Questo per scelta è un blog di pure parole, per lo spettacolo abbiamo però anche una locandina, la potete vedere qui

Stop and go sui generis

Oggi avrei dovuto pubblicare la dodicesima giornata di Rossa come una ciliegia, non l’ho fatto e non proseguirò la pubblicazione ‘in diretta’ perchè a fine febbraio/inizio marzo il romanzo uscirà in formato cartaceo per la Habanero edizioni di Genova.
Per far conoscere meglio il libro ed informare delle presentazioni che organizzeremo ho aperto un blog dedicato, al momento è quasi vuoto ma man mano si popolerà.
Spero che nessuno se ne dispiaccia troppo, in fondo è solo una sorta di stop and go sui generis, a primavera potrete riprendere la lettura da dove l’avete interrotta. E poi spero di vedervi in qualche presentazione

#RossaComeUnaCiliegia – giorno XI

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frecciaSx 23 settembre

Parigi, 31 ottobre 1870

La notizia della caduta di Metz era giunta la prima volta quattro giorni prima, e Felix Pyatt l’aveva scritta sul suo Le Combat, il governo aveva però smentito, e a Parigi in molti avevano creduto agli avvoltoi; ora però pare che finalmente nessuno voglia più dar loro retta. Ormai soltanto qualche mestatore cerca di convincere che l’esercito francese non sia in rotta, che Metz non sia persa, o che lo sia, ma che l’esercito francese si sia riorganizzato poco più vicino a Parigi ed ancora contrasti l’avanzata prussiana. In pochi lo dicono, e nessuno dà loro retta.
La folla, come oramai ogni giorno, si è radunata in strada. Differentemente dai giorni precedenti però stavolta non si contenta di mostrare se stessa e la propria rabbia, questa volta si da un obiettivo, ed una direzione.
In principio sono stati solo quelli che alla caduta dell’uomo di dicembre avevano circondato il parlamento, obbligando chi vi sedeva a concedere quella repubblica che mai avrebbero voluto, a muoversi verso il municipio, ma mano a mano che si avanza il corteo si fa sempre più numeroso ed impetuoso. Adesso i pochi temerari che osano anche solo mettere in dubbio la veridicità della caduta Metz, insieme a quegli sfrontati che ancora accusano Pyatt, Rochefort o Flourens di aver mentito, a calci vengono rigettati fuori dal corteo, e tutti insieme si urla
«No all’armistizio!»
«Viva la repubblica!»
«Resistenza o morte!»
«Vogliamo la Comune!»
«Abbasso Thiers!»
Si giunge sotto il palazzo. Trochou si affaccia per garantire che non vi sarà alcuna resa, e per chiedere che il patriottismo ci riunisca tutti in un’unica fazione, ma noi non si vuole più venir presi per il sedere, ed aprendoci la via con la forza si entra in massa, anche se la più gran parte della folla deve rimanere fuori, che le stanze non bastano a contenerci tutti. Nella sala del consiglio Trochou, Jules Favre e Jules Simon vengono incalzati dai dimostranti, che rinfacciano loro la codardia del governo. Il governatore cerca di calmarci, inventando che per Parigi, nelle attuali condizioni, sia un vantaggio aver abbandonato Metz al nemico, ma nessuno gli da retta, e tutti urlano ancora
«Resistenza o morte!»
«Vogliamo la Comune!»
«No all’armistizio!»
finché il bretone non cede, e si affloscia su una poltrona lamentando che questa «E’ la fine della Francia». Il governo si ritira a deliberare, e noi attendiamo.
L’attesa non è lunga, in breve dal loro conciliabolo sortisce la promessa della Comune. Tocca a Rochefort annunciarla alla folla, che a nessun uomo del governo al di fuori di lui darebbe credito, e la folla gli risponde portandolo in trionfo, fuori dal palazzo, fino a Belleville, non lasciandogli quasi nemmeno il tempo di siglare le sue dimissioni da un governo che non ha più ragion d’essere.
Dentro, invece, restano gli altri, trincerati dietro un plotone bretone, fedele a Trochou come ad un’immagine sacra e pronto ad eseguire ogni suo ordine, fosse pure un assalto suicida. Il coraggio non è però stato mai del governatore, e non lo è neppur oggi.
Nel frattempo un battaglione della guardia nazionale giunge al municipio, e si dispone a sua difesa. Tutti vedono che son guardie e non soldati, nessuno fa caso che sia il centoseiesimo, il battaglione della reazione, guidato da Ibos. Gridar «Viva la Comune!» è per loro un travestimento sufficiente perché li si lasci interporre tra la folla e Trochou. Greffier, capitano della guardia, di altro battaglione, intuisce qualcosa, vorrebbe impedir loro di schierarsi, ma Flourens lo ferma «Perché è stata data la parola, sia nostra che loro, e non si può far atto di diffidenza», così i battaglioni di Greffier e Flourens vengono rimandati via, e la folla, dopo aver letto il manifesto che proclama l’istituzione della Comune per elezione, poco alla volta si muove verso il municipio. Ci si muove su istruzioni di Blanqui, che vuole subito far sostituire il sindaco Saligny col dottor Pilot.
Attorno al municipio l’esercito monta ancora la guardia, e un soldato tenta di bloccare la strada all’emissario di Blanqui, Constant Martin, ma questi scosta la baionetta del militare, e prosegue come se questi non potesse nulla per fermarlo. Il soldato non si oppone oltre, e a centinaia seguono Martin.
Dentro al municipio il sindaco e la sua corte paiono in preda al panico, senza protestare consegnano agli insorti seggio e cassaforte e lasciano loro il palazzo, anche i soldati di guardia vengono rimandati alle loro caserme.
Dentro il municipio si festeggia, e poi ancora in strada, fino ad arrivare, a sera, alla sala della Borsa, dove gli ufficiali della guardia si riuniscono per discutere il da farsi, e dove Rochebrune infiamma la folla proponendo la sortie torrentielle: duecentomila uomini che si lancino contro un unico punto dell’assedio prussiano e lo travolgano con la forza del loro numero. In ogni angolo della sala si approva, si applaude, si chiede che sia fatto subito, e che Rochebrune sia fatto generale della guardia, ma è lui stesso a frenare gli entusiasmi. «Prima la Comune» urla sopra il vociare festoso.
Di corsa giunge un nuovo arrivato, che si lancia sulla tribuna e annuncia che il centoseiesimo ha tradito, che hanno liberato Trochou e il governo, e che anche il municipio non è più nelle nostre mani. Alle sue parole un gelo assedia la sala, pochi riescono a credere ad un tale tradimento, tutti si agitano, chiedono di sapere. Come se non avessero appena saputo.
Si esce dalla sala in ordine sparso, chi va verso il municipio, chi verso il parlamento. Tutti sperduti, tutti traditi. Ognuno deve accettare che il governo ha mentito, che il manifesto che hanno fatto affiggere ha mentito e ancora mente; qualcuno si chiede se non sia tornato l’impero, io ed alcuni altri rispondiamo loro che l’impero mai se n’era andato, che erano rimaste tutte le sue leggi e, a meno del solo imperatore, tutti i suoi uomini, ma in pochi paiono voler accettare questa verità. Poco alla volta, dopo aver toccato con mano quanto fosse vera la notizia, la folla si disperde, e quando ormai è notte alta ognuno torna alla sua casa.
Il mattino, al risveglio, una nuova notizia completa la disfatta. Blanqui, Eudes, Flourens, Pyatt, Milliere ed altri quindici sono in arresto per i fatti di ieri. Quale caro prezzo pagano quegli uomini per la loro e nostra onesta ingenuità.

prossima giornata (forse) il 15 novembre

#RossaComeUnaCiliegia – giorno X

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frecciaSx 20 settembre

Parigi, 23 settembre 1870

Nicolas era travolto dalle sensazioni. La prima, la più forte, era l’attesa. L’attesa per la magia, per il desiderio di vedere quella sfida, in cui pure già sapeva chi avrebbe vinto, la voglia di vedere l’uomo piegare le leggi della natura, trovando il modo di sgusciare in qualcuna delle pieghe che queste leggi concedevano, di sfruttare qualche passaggio, ovviamente difficile, altrimenti lo avrebbero percorso tutti, ma possibile, almeno per qualcuno. Già dalla mattina si era svegliato dominato dall’attesa di quel miracolo, come lo definivano alcuni, o di quel gioco di prestigio, come lo vedeva lui, quasi con l’ansia di poter partecipare. Almeno guardando, almeno incitando. Era stato con un po’ di stupore che, durante la colazione, gli era sembrato di avvertire un’ansia simile in tutti i suoi famigliari. Dalle sorelle se lo poteva aspettare, per loro il fascino della magia era sicuramente ancora più forte di quanto fosse per lui, ma vedere anche nel papà e nella mamma un’uguale attesa lo sorprese. Durante la lunga passeggiata da Belleville a Montmartre, però, mano a mano che le persone che si muovevano nella loro stessa direzione aumentavano fino a divenire un solo flusso che convergeva verso un unico punto, Nicolas si era reso progressivamente conto del fatto che tutti i presenti nutrivano la stessa sensazione di attesa, e aveva notato che tutte queste aspettative sembravano rimbalzare da una persona all’altra accrescendosi come un’eco, fino a divenire una gigantesca, muta invocazione.
La seconda sensazione era quella della pressione fisica della folla attorno a sé, gli scossoni del suo muovere disordinato e lentamente impetuoso che rischiava di portarlo alla deriva, lontano dai suoi famigliari, da sua madre che teneva per mano Fanny, e da suo padre con sulle spalle la piccola Claire che, beata lei, era l’unica ad avere una buona visibilità. E che infatti veniva usata come vedetta, ruolo che pareva divertirla molto. La pressione era anche visiva; quel muro, certo non compatto ma comunque opaco, nascondeva alla sua vista quasi ogni cosa. Poco prima, addirittura, era bastato che per un attimo un gruppo di persone fosse passato tra lui ed i suoi genitori per fargli perdere le loro tracce, e solo la vista di sua sorella, alta sopra le teste, gli aveva permesso di ricongiungersi con loro.
La terza sensazione era il caldo di quella giornata di settembre, aumentato dalla calca e dalla fatica di quella lunga camminata. Lunga, se non in chilometri, sicuramente in ore, tanto lunga che la fatica a tratti offuscava il desiderio di esserci, di vedere. Non in quel momento però, non quando, finalmente, riusciva a scorgere sopra alle teste la collina di Montmartre, loro destinazione. Ancora pochi minuti di cammino, ammesso che camminare fosse il termine giusto per descrivere quel trascinio di piedi, e gli riuscì di scorgere sulle pendici della collina una folla ancor più fitta di quella, ormai quasi ferma, in cui si trovava in boulevard de la Chapelle. Si chiese come avrebbero fatto a salire: a prima vista pareva un’impresa disperata. Guardò i suoi genitori, ma non gli sembrava che avessero un piano per avanzare, evidentemente quella calca li sorprendeva quanto aveva sorpreso lui. Ma allora si sarebbe perso il decollo? Dopo tutta quell’attesa e quel caldo non gli pareva possibile. Pensò che il problema era il loro essere un gruppo troppo numeroso, e che se aveva ragione allora era un problema che poteva risolvere. Chiamò suo padre e gli chiese se poteva andare avanti da solo. Lo vide voltarsi verso sua madre, e percepì nei loro sguardi una discussione silenziosa; gli sembrò di capire che Pierre fosse più disposto a concedergli quella libertà, Margot più ritrosa, ma il tutto durò pochi istanti, poi evidentemente suo padre ebbe la meglio perché si girò verso di lui e gli chiese se era sicuro di sapere la strada per tornare a casa.
«Boulevard de la Chapelle, boulevard Vertus, boulevard de la Villette, rue Fessart» rispose orgoglioso. Suo padre annuì soddisfatto, e gli disse che poteva andare, purché stesse attento. Nicolas gli rispose di stare tranquillo, finendo la frase mentre già era tre file più avanti.
Come tutta la famiglia era di piccola statura. Di solito questo gli faceva rabbia, ma in quel momento, invece, gli tornava molto utile, perché gli adulti sono sempre molto meglio disposti verso un bambino che non verso un ragazzo, e per questo la sua bassa statura lo aiutava a fendere la folla. Chiedendo permesso, sgusciando, qualche volta anche spingendo, si trovò in boulevard de Rochechouart, nel punto in cui una strada laterale se ne staccava per salire verso place St. Pierre, che si intuiva essere l’epicentro dell’attenzione. La distanza era già molto più accettabile di quella del punto dove aveva lasciato i suoi, ma di nuovo la statura tornava a giocargli contro, nascondendogli la vista dietro un sipario di schiene. Doveva andare più avanti, la calca però era troppa per proseguire con gli stessi metodi usati per arrivare fin lì, bisognava trovare un’altra via per salire, ma lui non conosceva Montmartre, e non sapeva come muoversi, se esistesse un percorso alternativo.
Mentre rifletteva la folla ebbe un ondeggiamento, sospingendolo verso la parete di una casa. Sentì una voce, a pochi metri di distanza ripetere più volte «Largo alla posta», e vide un uomo, scortato da due guardie, avanzare con un grosso sacco sulle spalle. Staccatosi dalla parete si divincolò verso il centro della via e vi arrivò appena prima dei tre uomini che stavano fendendo la calca, e con uno scatto si mise alla testa del piccolo corteo, urlando a sua volta
«Fate largo, largo alla posta»
Sentì dietro di se delle risate, probabilmente di una delle due guardie, e una voce che diceva «Piccolo furfante», sicuramente parlando di lui, ma nessuno cercò di farlo scostare.
Arrivati in place St. Pierre si trovarono davanti una zona tenuta libera da alcuni soldati. Nicolas evitò di sfidare ulteriormente la sorte cercando di entrarvi, e preferì farsi da parte ed arrampicarsi un po’ sulla grondaia di una casa vicina. In pochi secondi riuscì a salire con i piedi su uno dei ferri che la assicuravano alla parete, a poco più di un metro da terra, e a trovarsi una posizione abbastanza stabile per potersi permettere di osservare la scena.
Al centro della piazza stava un’ampia cesta di vimini, legata con una moltitudine di corde ad una gigantesca sacca di tela, all’imbocco della quale era stato acceso un bruciatore a gas. Non gli riuscì di vedere la bombola che lo alimentava ma, seguendo il tubo che usciva dal bruciatore, dedusse che doveva trovarsi nella cesta. Nel momento in cui lui era entrato nella piazza, una parte della gigantesca sacca era già sollevata da terra, e gradualmente si andava gonfiando. Quando si fu completamente staccata dal terreno e cominciò a salire, dalla folla eruppe un boato di meraviglia; la sacca trascinò la cesta verso l’alto, ma solo per pochi centimetri, poi le funi si tesero e bloccarono la mongolfiera a mezz’aria.
A quel punto si avvicinò un gruppo di persone, tra queste tre colpirono l’ attenzione di Nicolas, due perché erano vestite con abiti decisamente troppo pesanti per il caldo di quella giornata, e la terza perché portava una divisa piena di decorazioni, e su di essa la fascia bianca rossa e blu, simbolo della repubblica. I due uomini troppo vestiti, con la fronte imperlata di sudore, si schierarono di fronte all’uomo con la fascia, Nicolas era troppo lontano per sentire se dicevano qualcosa, ma vide i tre scambiarsi un saluto militare. Subito dopo un soldato arrivò di corsa portando una scaletta, con l’aiuto della quale i due entrarono nella cesta, una volta che si furono sistemati dentro l’uomo con il sacco della posta si avvicinò e consegnò loro il proprio carico. In ogni gesto di ognuna delle persone coinvolte si avvertiva un senso di solennità.
Allontanatosi il postino arrivò un altro uomo, che salì a sua volta sulla scaletta, senza però entrare nell’abitacolo; da quella posizione sembrò dare istruzioni ai due passeggeri, indicando ora verso il bruciatore, ora verso il fondo della cesta, dove Nicolas non poteva vedere, finita la sua spiegazione strinse la mano ai due e tornò a terra. A questo punto si avvicinò di nuovo l’uomo con la fascia tricolore, e si ripeté il saluto militare, che questa volta però non si concluse rapidamente come il primo. Tutti e tre gli uomini mantennero la posizione, con la mano alla fronte, mentre quattro addetti liberavano le corde che trattenevano la navicella a terra, permettendo così alla mongolfiera di alzarsi.
Era salita forse solo di un metro quando uno scossone costrinse i due passeggeri ad abbandonare la loro posa per reggersi alle corde, ma l’uomo con la fascia rimase in posizione di saluto per tutto il tempo per cui Nicolas lo ebbe in vista, finché non lo perse per seguire con lo sguardo il volo del Neptune. Un volo che il vento aveva indirizzato proprio sopra alla sua testa, facendo sì che una delle funi che avevano tenuto l’aerostato ancorato a terra gli si appoggiasse addosso, ed iniziasse a scorrere verso l’alto, strisciandogli sul petto e su una spalla. Solleticato da quel contatto per un momento Nicolas ebbe l’istinto di aggrapparvisi, tolse una mano dalla grondaia e la portò fino a sentire la canapa carezzargli il palmo, incerto se restare a gustarsi quella sensazione o aggrapparsi e decollare per chissà dove. Gli sembrò di restare in quella posizione un’eternità, ma in realtà fu solo un’istante, poi fece la sua scelta, riportò la mano al suo appiglio originario e continuò a seguire con lo sguardo il volo del pallone. Nemmeno si accorse di quante bocche, sotto di lui, si erano spalancate temendo una sua pazzia, o del borbottio soddisfatto che accompagnò il suo desistere.
Anche senza accorgersi di quelle reazioni però, nei giorni successivi, ripensando a quei momenti si trovò d’accordo con quegli uomini nel giudicare sciocco il suo gesto. Non sarebbe certamente stato in grado di issarsi fino nella cesta, che ormai era molti metri più in alto di lui, né tantomeno di restare aggrappato a quella fune per tutte le ore del volo, ma nel momento in cui aveva accarezzato la corda nessuno di questi pensieri gli era venuto in mente, ed il motivo per cui aveva desistito era completamente diverso. La vera, l’unica ragione per cui aveva rinunciato alla possibilità di seguire il Neptune nel suo viaggio non era la paura dei pericoli che avrebbe corso, ma solo il timore di essere di intralcio a quell’eroica missione. Non avrebbe mai potuto perdonarsi se il primo viaggio del servizio postale aereo che partiva da Parigi per eludere l’assedio dei prussiani fosse fallito per colpa sua.

31 ottobrefrecciaDx

#RossaComeUnaCiliegia – giorno IX

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frecciaSx 13 settembre

Parigi, 20 settembre 1870

Sono rincasato tardi, ma voglio comunque lasciare sulla pagina le impressioni della giornata. Dopo il disastro di ieri a Châtillon ho passato tutto il giorno cercando di parlare con soldati e guardie che fossero sul posto, per avere informazioni di prima mano. Mentre per le guardie mi è bastato muovermi nelle camerate accanto a quelle del mio battaglione per i soldati è stato più difficile incontrarne qualcuno, ma un giro per le ambulanze mi ha permesso di parlare con alcuni dei feriti più lievi, che uscivano dopo essersi fatti cambiare le medicazioni ricevute ieri.
Il tentativo di riprendere il forte non pareva cosa tanto superiore alle possibilità della nostra armata, eppure è miseramente fallito. Ducrot, da subito, ha incolpato di questo la guardia nazionale, dicendo che le guardie, a differenza dei soldati, si rifiutavano di andare all’attacco, e spesso scappavano; sono però i suoi stessi uomini a smentirlo. Di quelli con cui ho parlato solo due hanno detto di aver visto guardie rifiutarsi di attaccare, e uno di loro diceva che l’ordine che era stato impartito era insensato, e che tentare di eseguirlo sarebbe stata la morte certa, mi ha detto che lui stesso non sa dire se, al loro posto, avrebbe ubbidito, e che se così fosse stato l’avrebbe fatto solo per timore di essere punito. Mi tranquillizza sapere che i soldati la pensino così, e che allo stesso modo ne parlino. Non avevo molti dubbi sul fatto che Ducrot mentisse, ma è importante sapere che non saranno solo le guardie a riportare la realtà dei fatti; tra i loro racconti e quelli dei soldati credo che ogni parigino potrà essere informato, e non cadere nei tranelli che il governo sta già preparando. Anche se non mi stupisce è triste constatare come i nostri governanti, anche sotto assedio, si preoccupino più di ammansire con le loro menzogne la popolazione di Parigi che non di respingere l’invasore, che è sempre più vicino alla vittoria. Tra ieri e oggi tutti i rappresentanti dei governi stranieri si sono affrettati a lasciare Parigi, e questo non lascia buone speranze per quel che ci aspetta.
Quando sono stato raggiunto ad Anversa dalla notizia della caduta di Bonaparte e della proclamazione della terza repubblica credevo che ci sarebbe stato un maggiore ricambio negli uomini al governo. Non che mi aspettassi tra loro qualche socialista, sappiamo bene che il capitale non avrebbe mai ceduto le redini, neanche in condivisione, tuttavia credevo che nell’alternare il bastone e la carota, questa volta, dopo tanti anni di bastone, sarebbe stato il turno della carota. Da queste prime due settimane non pare che sarà così, sembra piuttosto che, invece di concedere qualcosa per non rischiare di perdere tutto, il governo scelga di arroccarsi sulle stesse posizioni che già l’imperatore difendeva a fatica. Forse non è strano, dato che gli uomini come Jecker, che tengono i fili dei nuovi governanti, sono gli stessi che manovravano Bonaparte, ma mi sarei aspettato da parte loro una maggiore capacità di imparare dai propri errori.
Quando ho lasciato Parigi, cinque mesi fa, gli animi erano esasperati, e di certo non può averli rasserenati una guerra dichiarata contro il volere del popolo, e condotta in modo inetto. Forse qualcuno può oggi abboccare all’amo della proclamata repubblica, ma non credo che l’illusione durerà per molto; presto la popolazione di Parigi si risveglierà, volente o nolente; la durezza della realtà è troppo vicina ai loro occhi perché la possano ignorare a lungo. Anche Blanqui ed i suoi non paiono aver abboccato, e muovono a Trochou critiche ancor più dure delle nostre anche se, come sempre, non giungono abbastanza a fondo da identificare il vero problema nell’organizzazione capitalista. Per ora però l’importante è che si combatta insieme il nemico comune, il loro numero ed il loro slancio ci saranno di grande aiuto. Quindi non temo per Parigi, il mio dubbio è se si possa essere altrettanto fiduciosi per il resto della Francia. Senza la visione diretta dei fatti non si può far altro che affidarsi alle narrazioni che ne giungono, e il potere ha mezzi che gli permettono molto più facilmente di coprire le distanze. A Strasburgo, a Metz, sicuramente la gente avrà visto abbastanza da sapere a cosa credere, ma in quelle parti della Francia che la guerra avrà risparmiato? Cosa sapranno coloro che ci vivono? A quali racconti crederanno? Saremo in grado, noi, di far arrivare, almeno nelle città più grandi, la nostra versione? Io credo che sia questo il quesito principale, la questione che dirimerà tra un futuro realmente nuovo ed uno identico al passato, tranne che nei nomi. A Lyon possiamo contare su Bakunin, a Marsiglia su Hugues, a Narbonne su Digeon, a Limoges, a Saint Etienne e in altre città ci saranno altri compagni che sono in contatto con qualcuno di noi qui a Parigi, e forse altro appoggio alla causa potranno fornirlo i blanquisti, ma ora che l’assedio è stato chiuso la difficoltà sarà principalmente per noi, che ci troviamo nella capitale e dobbiamo farne uscire i nostri racconti. Per quanto arduo sia il compito dobbiamo riuscire ad impedire che in Bretagna, o in Garonna, arrivi solo la voce dei servi degli Jecker.
C’è poi un’altra questione che m’angustia. Meno di due mesi fa i miei compagni dell’internazionale francese e di quella tedesca si scambiavano lettere in cui ci si giurava che mai e poi mai avremmo combattuto l’uno contro l’altro, mentre oggi io e molti altri ci siamo arruolati volontari nella guardia civile. Certo, si può dire che oggi sia la guardia della repubblica, e non più dell’imperatore, e che combattiamo contro il kaiser, che è di certo peggio di chi ci governa, ma di meno peggio in meno peggio non si potrebbe dire che lo stesso Bonaparte fosse meno peggio dell’imperatore prussiano? In ogni opzione c’è sempre un meno peggio, ma non sempre la differenza vale la scelta, e a volte ignorare le opzioni evidenti e perseguire quelle più nascoste, quelle che a un primo sguardo parrebbero una semplice astensione, è l’unica cosa giusta da fare. Il punto è: noi internazionalisti che ci siamo arruolati nella guardia civile abbiamo passato quel limite, oppure stiamo perseguendo la scelta migliore, difendendo un governo che, pur non volendoci, è per sua natura costretto ad avere per noi più tolleranza di quanta ne aveva Bonaparte, o ne avrebbe il kaiser, e difendendo quindi insieme ad esso anche la nostra possibilità di agire nella direzione di un governo veramente giusto? Quando mi sono arruolato ero certo di star facendo la scelta migliore, ma il comportamento di Ducrot oggi mi porta a dubitare. Può essere che anche noi internazionalisti si sia caduti in una delle loro trappole? Difficile a dirsi, e forse anche inutile, dal momento che non credo si sia più in tempo per invertire la rotta su questa decisione. Penso che su queste righe dovrò tornare a riflettere in tempi più calmi.

23 settembrefrecciaDx

#RossaComeUnaCiliegia – giorno VIII

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frecciaSx 7 settembre

Parigi, 13 settembre 1870

Cara Ann,
ti scrivo da Parigi, dove siamo arrivati dopo un viaggio molto confuso, come credo sia normale visto che abbiamo dovuto aggirare le zone di guerra. Anche se scomodo questo viaggio però non è mai stato pericoloso, e il fastidio che ho sentito forse è dovuto più alla pigrizia che mi sta venendo con l’età che non al viaggio vero e proprio.
Non ho ancora avuto il tempo di vedere Parigi, tranne poche vie vicino a casa di monsieur Victor, che è nel centro, in quello che chiamano ‘Primo arrondissement’. Arrondissement è il nome che qui danno ai quartieri, ce ne sono venti, qualcuno ha un nome, come a Londra, ma molti hanno solo un numero. So che sembra strano chiamare un posto con un numero, ma qui fanno così, e d’altra parte stando a New Lanark anche immaginare un quartiere è una cosa difficile.
A proposito di numeri, devo darti l’indirizzo per scrivermi, qui abito in place de Vosges numero 6.
In casa sono tutti agitatissimi, sia i padroni che la servitù, ma lo sono da più di una settimana, dal giorno in cui monsieur Victor è tornato nella casa di Lussemburgo urlando che Napoleone era caduto, e c’era di nuovo la repubblica. Tutta questa agitazione mi ha fatto diventare curioso non solo di vedere Parigi, ma anche di vivere in una repubblica, che qui tutti dicono essere una cosa bellissima. Per adesso però anche la repubblica non l’ho potuta vedere, perché c’è la guerra, i prussiani stanno mettendo l’assedio a Parigi e allora qui c’è un governatore militare, che è un po’ come un re, solo che si sa che resta per un po’ di tempo e poi basta, anche se non si sa per quanto.
Oggi questo governatore, che si chiama Trochou, ha fatto fare una grande parata, per tirar su il morale dei parigini, che sono tutti molto preoccupati, e per come è andata la guerra fino a adesso credo che hanno ragione ad esserlo. Però, anche se sono preoccupati, i francesi non pensano di aver perso la guerra, sono convinti che fino adesso è andata così perché a comandare c’era Napoleone, e che ora che non c’è più le cose andranno meglio, anche se metà dell’esercito è prigioniero dei prussiani.
La Francia è un paese diverso dal nostro, e anche dagli altri dove sono stato, qui anche la gente in strada dice cose che non capisco, anche quelli che hanno studiato ancora meno di me.
Questa di avere studiato poco o tanto è una cosa strana. Quando ero a New Lanark non ci pensavo, poi, arrivato ad Edimburgo, e poi a Londra, ho visto che tanti non sapevano leggere, e allora mi sembrava di aver studiato tanto, ma poi ancora ho conosciuto monsieur Victor, in quel modo strano che sai, e stando con lui e la sua famiglia mi sembra di aver studiato poco. Che poi non lo so se i francesi non li capisco perché hanno studiato tanto, o perché sono matti, o solo perché pensano diverso da noi.
Ma stavo parlando della parata. Siamo andati a vederla, tutti i domestici, e credo ci fossero anche i signori, perché monsieur Victor ci ha detto che potevamo andare tutti, che oggi era più importante guardare la parata che preparare la cena. È stata bella, con i soldati a piedi e a cavallo che sembravano sicuri di vincere, soprattutto quelli a cavallo. La gente gli faceva festa, soprattutto a certi che avevano una divisa diversa, e che mi hanno detto essere la guardia nazionale. Questi non sono soldati, ma volontari che si sono arruolati quasi tutti per difendere la città e, al contrario dei soldati, sono quasi tutti parigini. Credo sia per questo che la gente si scalda di più per loro, perché li conosce, ma anche per gli altri c’erano urla e applausi.
Credo che per persone come noi, che sono cresciute in un piccolo paese, sia difficile capire questo affetto. Io lo vedo, ma è come veder passare un treno, vedi che va avanti ma non capisci cosa lo fa muovere. Non so bene in cosa sono finito Ann, e non so come andrà a finire, però per adesso non sono pentito di essere venuto a Parigi.
Ora che hai l’indirizzo scrivimi presto, è tanto che non leggo di te, e non so se con la guerra la posta continuerà a funzionare.
Un abbraccio.
Tuo
Colin

20 settembre frecciaDx

#RossaComeUnaCiliegia – giorno VII

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frecciaSx 4 settembre

Parigi, 7 settembre 1870

L’atmosfera del club non era mai stata quieta. Per certi versi era come un’osteria, ma le persone erano cinque volte tante, e se le loro opinioni erano meno dissimili tra di loro di quanto potessero essere quelle degli avventori della “Botte d’oro”, non era certo dal tono delle discussioni che lo si sarebbe potuto capire. E le donne non erano da meno degli uomini. Anche se sapeva che ve ne avrebbe trovate, da principio Pierre si stupì di vederne così tante da costituire quasi metà dell’assemblea, e ancora di più del numero lo sorprendevano la veemenza e l’immediatezza dei loro discorsi. Abituato com’era al modo di Margot di girar attorno ai problemi per poi arrivarci da una direzione inattesa rimaneva attonito davanti a quell’assalto frontale.
Quando le aveva raccontato la prima riunione a cui aveva partecipato lei aveva subito risposto che alla successiva ci sarebbero andati insieme, e per una volta l’aveva fatto nel modo più diretto possibile, senza giri di parole, con una fermezza che l’aveva sorpreso. Non che gli desse fastidio la presenza di sua moglie, solo non gli sembrava una buona idea. Però, per quanto ci pensasse, non riusciva a spiegarsi il perché, quindi alla fine acconsentì, sentendosi ridicolo nel dare un’approvazione che lei non aveva chiesto e che con tutta probabilità non avrebbe neanche atteso di avere.
Pierre era venuto alla sua prima riunione del club in cerca di notizie sicure sull’andamento della guerra, e non ne aveva avute, aveva però sentito la voglia di tornare lì, a sentire quegli uomini e quelle donne discutere con animazione, in un modo che gli era estraneo ma che nondimeno lo attraeva. E ancora più forte era stata l’attrazione provata la volta seguente da Margot, con la differenza che lei, fin dalla sua prima apparizione, anziché limitarsi ad ascoltare si era lanciata in un battibecco con alcuni dei presenti.
Erano andati insieme al club due volte, ma una volta capito che avevano entrambi tutte le intenzioni di continuare a frequentare quelle riunioni, decisero che avrebbero fatto meglio ad andare a turno, in modo che qualcuno restasse a casa con i bambini. Per quelle due volte Nicolas era stato incaricato di badare alle sorelline, ma non volevano imporgli altri obblighi dopo averlo tenuto per quasi tutta l’estate a fare da aiutante in bottega. Quella sera però avevano deciso di fare un’eccezione, e chiedere a Nicolas ancora uno sforzo. Le novità degli ultimi giorni erano tanto forti da convincerli che era necessario essere presenti entrambi. Tre giorni prima la notizia dell’abdicazione di Luigi Bonaparte era giunta a Parigi e si era diffusa in tutti i quartieri, mescolandosi con quella della proclamazione della repubblica, con quella della nomina di Trochou a capo militare di Parigi, e con voci non altrettanto certe sull’andamento della guerra, sugli assedi di Metz e Strasburgo e sull’avanzata prussiana verso la capitale. Avanzata difficile da misurare ma innegabile, come si capiva anche dal fervere dei preparativi per la difesa della città. L’accavallarsi di tutte queste notizie aveva incendiato gli animi, e il giorno dopo la nomina di Trochou si era costituito un comitato centrale in cui si riunivano i rappresentanti dei venti arrondissement. Rappresentanti nominati dai club, non dalle istituzioni.
Contemporaneamente la guardia civile aveva aperto gli arruolamenti e i volontari facevano la fila per registrarsi, non solo per i trentacinque luigi della diaria. Pierre non si era unito a loro, la sua naturale prudenza lo aveva tenuto lontano dagli uffici di reclutamento, ma non aveva calmato la sensazione che lo spingeva in quella direzione e che lo portava a sentirsi un codardo ogni volta che rimandava. E non cambiava le cose il fatto che la sua paura, più per che per se stesso, fosse per quanto sarebbe potuto accadere alla sua famiglia se lui fosse morto.
Quella sera era la prima riunione del club sotto la repubblica. Per le strade l’impressione era che le cose stessero instradandosi, quasi da sole, nel migliore dei modi, per questo in molti erano venuti più per festeggiare che per discutere del futuro. Non tutti però, e questo aveva acceso la miccia; un certo Gouvernie, che non conoscevano, e Pillon guidavano le due opposte fazioni.
«Dunque per voi non vale niente l’abdicazione dell’aguzzino?» diceva il primo «Avete forse dimenticato di come, meno di due mesi or sono, abbia tentato di far assassinare Rochefort, per zittire il suo giornale che ripetutamente lo sbugiardava? Avete forse dimenticato che, sebbene Rochefort ne sia uscito incolume, nell’agguato è perito il buon Vittorio Noir, e che egli non è stato che una delle vittime di quel mostro?»
«Io non dimentico nulla,» rispondeva l’altro «ed auguro a Bonaparte la più misera delle morti nella più fetida delle galere prussiane; ma non è di lui e del passato che dobbiamo occuparci, bensì di noi e del presente. E nel presente siamo sotto il comando di uno dei generali che lo servivano»
«Lo serviva, è vero, ma tranne pochi coraggiosi, tra cui, lo riconosco, voi, tutti lo abbiamo dovuto servire, volenti o nolenti. E io non credo che Trochou fosse più felice di me di doverlo fare. Quanto poi al fatto che sia un militare, vi do ragione, non è l’uomo che vorrei a guidare la Repubblica in tempo di pace, ma noi non siamo in tempo di pace. L’esercito prussiano avanza, la stupidità di Bonaparte gli ha spalancato la via di Parigi; sarà difficile fermarli, e non lo si potrà fare senza l’aiuto del popolo, ma non lo si potrà fare nemmeno senza la guida di qualcuno che abbia una conoscenza della guerra quale non abbiamo né io né voi, né nessuno dei presenti, e quale non hanno nemmeno Rochefort, o Delescluze, o Blanqui. Oggi ci serve un militare, e non vedo in cosa un Ducrot, un MacMahon o un Bazaine, quand’anche fossero a Parigi, potrebbero essere migliori di Trochou»
«Non ho mai detto di preferire il governo di un MacMahon o di un Bazaine a quello presente, tutte e tre le possibilità mi fanno orrore. E non pretendo di sapere se quando Trochou ubbidiva agli ordini di colui che si faceva chiamare imperatore lo faceva controvoglia o con piacere, so però che lo faceva con zelo, e che mai si è sentita la sua voce criticare le scelte di Bonaparte, anche le più criminali o le più suicide. Può darsi che il nostro nuovo comandante non sia una cattiva persona, ma io, per essere convinto che l’impero sia realmente finito, e che non sia cambiato solo l’uomo che si attribuisce quel titolo, aspetto che il comando passi a qualcuno che sotto l’autorità imperiale non abbia impartito ordini»
«Allora, caro Pillon, dovrete attendere a lungo. Gli uomini capaci di dirigere uno stato, ancor più in tempi tremendi come questi, non nascono come le margherite nei campi, o le ciliegie sui rami. A quei pochi si appoggiava Bonaparte, a quei pochi, con qualche aggiunta e qualche esclusione, dovremo affidarci noi»
Tutto lo scambio di battute aveva galleggiato sul rumore di fondo dei battibecchi tra gli esponenti delle due fazioni, ma dopo l’ultima frase di Guovernie troppe voci si erano sovrapposte, e la discussione si era persa in ondate di accuse che spazzavano la sala in ogni direzione. Solo dopo molti minuti qualcuno finalmente riuscì a riportare l’assemblea alla calma, nel frattempo il discorso si era spostato sugli arruolamenti della guardia nazionale.
«Credo che nessuno qui dubiti del fatto che i tedeschi arriveranno a Parigi» disse questi «E, con il grosso dell’esercito bloccato a Strasburgo e a Metz, solo la guardia nazionale può difendere la città»
Qualcuno dal fondo della sala provò ad obiettare che forse si poteva tentare qualcosa di diverso da una difesa armata, ma fu subito zittito da quelli che gli stavano vicino.
«Sono d’accordo che si debba difendere Parigi,» ribattè qualcun altro «ma perché entrare nella guardia nazionale, mettendosi agli ordini di chissà chi?»
«Perché le armi per difendere Parigi noi non le abbiamo, la guardia sì»
«Potremmo prendercele, le armi, e poi usarle per difenderci, senza ubbidire agli ordini di nessuno»
«Ma senza neanche avere un’organizzazione»
«E poi, in quanti saremmo ad andare a prendere le armi?»
«Io credo in molti»
«Ma certo molti meno di quanti potremmo essere arruolandoci tutti insieme. Se saremo abbastanza la faremo diventare la nostra guardia nazionale, non più quella dei nobili, o dei ricchi»
«E poi non tutti sanno usare un fucile»
«Ci istruiremo tra di noi»
«E in questo modo oltre che contro i prussiani dovremo combattere anche contro il resto del nostro esercito. O forse pensate che il governo non avrà nulla da ridire se ci prendiamo le armi e le usiamo a nostro piacimento?»
«E i cannoni? Come li porteresti via i cannoni?»
La discussione andava nuovamente disperdendosi, ma era chiaro che l’ipotesi di armarsi ed organizzarsi in proprio era in netta minoranza. Qualcuno passò a proporre un cambio di gerarchia e regolamento all’interno della guardia nazionale, altri gli fecero notare che la sua nomina a ministro non era ancora arrivata, e le risate frammentarono definitivamente la discussione. A quel punto Pierre e Margot decisero che era ora di tornare a casa.
«Vorrei potermi arruolare anch’io nella guardia» disse lei lungo la strada. Pierre incassò quella frase come una critica, e cercò di scusarsi.
«Io ci ho pensato tante volte, però quel che diceva quell’uomo circa l’esser comandati da chissà chi è vero, e mi preoccupa. Capisco che serva dell’ordine, ma vorrei almeno poter scegliere chi mi comanda. Se la mia vita dipenderà da lui, che almeno sia una persona di cui mi fido»
Margot annuì. Proseguirono per qualche passo in silenzio, poi lei riprese.
«Se non posso entrare nella guardia, posso però prestare servizio in un’ambulanza. Di sicuro ne organizzeranno qualcuna»
«E’ una buona idea. Temo ci sarà molto da fare per le ambulanze nei prossimi mesi»
«Si, non sarà un periodo in cui si potrà stare con le mani in mano, o chiudersi dentro casa, o in bottega»
«No, non si potrà» convenne Pierre guardandola dal basso in alto, a dispetto della reciproca altezza. Quello che Margot voleva da lui gli era chiaro, ed era ragionevole. Non c’era nessuna possibile obiezione, tranne la sua paura, e nemmeno a lui pareva un’obiezione valida.
«Forse anch’io farei meglio ad arruolarmi nella guardia nazionale» disse «Appena avrò finito le scarpe che ho in bottega»
Margot gli prese la mano, sorridendo di quel suo infantile prendere tempo, ma soprattutto sorridendo perché Pierre si era deciso. Parigi non poteva fare a meno di nessuno dei suoi uomini validi.

13 settembre frecciaDx

#RossaComeUnaCiliegia – giorno VI

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frecciaSx 22 agosto

Anversa, 4 settembre 1870

Qualcuno taccerà di infantilità questo mio comportamento, e se lo facesse io non potrei affermare che abbia torto, ma non per questo ho intenzione di modificarlo. Per me oggi è stato il giorno di una nuova nascita, quindi un comportamento infantile mi deve essere concesso, almeno oggi. Domani forse abbandonerò questo diario che sto iniziando, ma in questo momento mi pare giusto fermare su queste pagine i miei pensieri, e pensare di farlo giorno per giorno nei prossimi mesi, che saranno sicuramente un periodo di grandi cambiamenti.
Questa mattina i giornali riportavano la notizia della cattura di Napoleone III da parte dell’esercito prussiano, e della proclamazione della terza repubblica; questi fatti, così importanti per ogni francese così come per ogni uomo o donna che abbia a cuore la libertà, lo sono, egoisticamente, ancora di più per me. La mia condanna non è stata cancellata, ma non voglio credere che in una nazione che si proclama Repubblica si possa dar seguito ad una condanna inflitta per il solo fatto di aver fatto parte di un’associazione dichiarata illegale da un tiranno, forse neppure più pienamente lucido. Credo, voglio credere, che non vi sia più un motivo per il mio esilio, e dunque, dopo aver passato tutta la giornata di oggi in preparativi, domattina prenderò il sacco che è già pronto accanto al mio letto, riattraverserò quel confine che ho dovuto passare quattro mesi fa e punterò verso Parigi, per riunirmi a quanti ho lasciato a lottare contro un nemico che, per quanto mostri volti diversi, è sempre il medesimo. Credo non sarò l’unico a farlo.
Questi quatto mesi sono stati per il mio animo la peggiore sofferenza che ricordi. Dopo le retate di primavera, convinto dai miei compagni che in quella situazione la mia permanenza non sarebbe stata di giovamento per alcuno, sono fuggito dalla Francia. La condanna di luglio ha aggiunto ulteriori motivazioni al mio esilio, e sono del tutto convinto che quella scelta sia stata giusta, ciononostante in questi mesi ho continuato a sentirmi un disertore, anche perché, da quando sono in questa città, ho saputo rendermi ben poco utile. Ho scritto alcune lettere, parlato con alcuni compagni, ma non sono riuscito a realizzare alcunché di concreto; persino per il mio alloggio e per i pasti dipendo ancora dai risparmi che ho portato con me lasciando Parigi, e soprattutto dalla generosità dei compagni. All’inizio non riuscivo a capacitarmi di questa mia inattività, mi ripetevo che per un membro di un’associazione che si dice internazionale non poteva fare differenza trovarsi in Belgio anziché in Francia; ho poi capito che in realtà non era quello il discrimine, bensì il fatto di trovarsi sradicato, in una città che non conoscevo e in cui mi auguravo di non dover restare troppo a lungo. Ma oggi per fortuna tutto ciò non ha più importanza, da domani potrò tornare ad essere parte della nostra grande lotta.
Dalle notizie che giungono da sud la situazione della guerra pare disperata. Dopo la sconfitta dell’altro giorno, che ha portato all’abdicazione del tiranno, il grosso di quanto rimane dell’esercito è assediato, parte a Metz, parte a Strasburgo, e difficilmente potrà tenere a lungo quelle due città. Tutto quanto possono fare quegli uomini è resistere, per dare a Parigi il tempo di riorganizzarsi ed essere pronta a combattere i prussiani quando volgeranno in quella direzione.
Per conto mio spero mi sia dato almeno il tempo di tornare in città, prima che venga circondata; se ci sarà un assedio, come ormai pare probabile, doverlo vivere da lontano mi farebbe sentire ancora più colpevole per la mia fuga. Ma questo non succederà, domani lascerò Anversa, già prima di sera tornerò a sentir parlare la mia lingua, e il giorno successivo sarò di nuovo a casa.

7 settembre frecciaDx