#RossaComeUnaCiliegia – giorno X

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frecciaSx 20 settembre

Parigi, 23 settembre 1870

Nicolas era travolto dalle sensazioni. La prima, la più forte, era l’attesa. L’attesa per la magia, per il desiderio di vedere quella sfida, in cui pure già sapeva chi avrebbe vinto, la voglia di vedere l’uomo piegare le leggi della natura, trovando il modo di sgusciare in qualcuna delle pieghe che queste leggi concedevano, di sfruttare qualche passaggio, ovviamente difficile, altrimenti lo avrebbero percorso tutti, ma possibile, almeno per qualcuno. Già dalla mattina si era svegliato dominato dall’attesa di quel miracolo, come lo definivano alcuni, o di quel gioco di prestigio, come lo vedeva lui, quasi con l’ansia di poter partecipare. Almeno guardando, almeno incitando. Era stato con un po’ di stupore che, durante la colazione, gli era sembrato di avvertire un’ansia simile in tutti i suoi famigliari. Dalle sorelle se lo poteva aspettare, per loro il fascino della magia era sicuramente ancora più forte di quanto fosse per lui, ma vedere anche nel papà e nella mamma un’uguale attesa lo sorprese. Durante la lunga passeggiata da Belleville a Montmartre, però, mano a mano che le persone che si muovevano nella loro stessa direzione aumentavano fino a divenire un solo flusso che convergeva verso un unico punto, Nicolas si era reso progressivamente conto del fatto che tutti i presenti nutrivano la stessa sensazione di attesa, e aveva notato che tutte queste aspettative sembravano rimbalzare da una persona all’altra accrescendosi come un’eco, fino a divenire una gigantesca, muta invocazione.
La seconda sensazione era quella della pressione fisica della folla attorno a sé, gli scossoni del suo muovere disordinato e lentamente impetuoso che rischiava di portarlo alla deriva, lontano dai suoi famigliari, da sua madre che teneva per mano Fanny, e da suo padre con sulle spalle la piccola Claire che, beata lei, era l’unica ad avere una buona visibilità. E che infatti veniva usata come vedetta, ruolo che pareva divertirla molto. La pressione era anche visiva; quel muro, certo non compatto ma comunque opaco, nascondeva alla sua vista quasi ogni cosa. Poco prima, addirittura, era bastato che per un attimo un gruppo di persone fosse passato tra lui ed i suoi genitori per fargli perdere le loro tracce, e solo la vista di sua sorella, alta sopra le teste, gli aveva permesso di ricongiungersi con loro.
La terza sensazione era il caldo di quella giornata di settembre, aumentato dalla calca e dalla fatica di quella lunga camminata. Lunga, se non in chilometri, sicuramente in ore, tanto lunga che la fatica a tratti offuscava il desiderio di esserci, di vedere. Non in quel momento però, non quando, finalmente, riusciva a scorgere sopra alle teste la collina di Montmartre, loro destinazione. Ancora pochi minuti di cammino, ammesso che camminare fosse il termine giusto per descrivere quel trascinio di piedi, e gli riuscì di scorgere sulle pendici della collina una folla ancor più fitta di quella, ormai quasi ferma, in cui si trovava in boulevard de la Chapelle. Si chiese come avrebbero fatto a salire: a prima vista pareva un’impresa disperata. Guardò i suoi genitori, ma non gli sembrava che avessero un piano per avanzare, evidentemente quella calca li sorprendeva quanto aveva sorpreso lui. Ma allora si sarebbe perso il decollo? Dopo tutta quell’attesa e quel caldo non gli pareva possibile. Pensò che il problema era il loro essere un gruppo troppo numeroso, e che se aveva ragione allora era un problema che poteva risolvere. Chiamò suo padre e gli chiese se poteva andare avanti da solo. Lo vide voltarsi verso sua madre, e percepì nei loro sguardi una discussione silenziosa; gli sembrò di capire che Pierre fosse più disposto a concedergli quella libertà, Margot più ritrosa, ma il tutto durò pochi istanti, poi evidentemente suo padre ebbe la meglio perché si girò verso di lui e gli chiese se era sicuro di sapere la strada per tornare a casa.
«Boulevard de la Chapelle, boulevard Vertus, boulevard de la Villette, rue Fessart» rispose orgoglioso. Suo padre annuì soddisfatto, e gli disse che poteva andare, purché stesse attento. Nicolas gli rispose di stare tranquillo, finendo la frase mentre già era tre file più avanti.
Come tutta la famiglia era di piccola statura. Di solito questo gli faceva rabbia, ma in quel momento, invece, gli tornava molto utile, perché gli adulti sono sempre molto meglio disposti verso un bambino che non verso un ragazzo, e per questo la sua bassa statura lo aiutava a fendere la folla. Chiedendo permesso, sgusciando, qualche volta anche spingendo, si trovò in boulevard de Rochechouart, nel punto in cui una strada laterale se ne staccava per salire verso place St. Pierre, che si intuiva essere l’epicentro dell’attenzione. La distanza era già molto più accettabile di quella del punto dove aveva lasciato i suoi, ma di nuovo la statura tornava a giocargli contro, nascondendogli la vista dietro un sipario di schiene. Doveva andare più avanti, la calca però era troppa per proseguire con gli stessi metodi usati per arrivare fin lì, bisognava trovare un’altra via per salire, ma lui non conosceva Montmartre, e non sapeva come muoversi, se esistesse un percorso alternativo.
Mentre rifletteva la folla ebbe un ondeggiamento, sospingendolo verso la parete di una casa. Sentì una voce, a pochi metri di distanza ripetere più volte «Largo alla posta», e vide un uomo, scortato da due guardie, avanzare con un grosso sacco sulle spalle. Staccatosi dalla parete si divincolò verso il centro della via e vi arrivò appena prima dei tre uomini che stavano fendendo la calca, e con uno scatto si mise alla testa del piccolo corteo, urlando a sua volta
«Fate largo, largo alla posta»
Sentì dietro di se delle risate, probabilmente di una delle due guardie, e una voce che diceva «Piccolo furfante», sicuramente parlando di lui, ma nessuno cercò di farlo scostare.
Arrivati in place St. Pierre si trovarono davanti una zona tenuta libera da alcuni soldati. Nicolas evitò di sfidare ulteriormente la sorte cercando di entrarvi, e preferì farsi da parte ed arrampicarsi un po’ sulla grondaia di una casa vicina. In pochi secondi riuscì a salire con i piedi su uno dei ferri che la assicuravano alla parete, a poco più di un metro da terra, e a trovarsi una posizione abbastanza stabile per potersi permettere di osservare la scena.
Al centro della piazza stava un’ampia cesta di vimini, legata con una moltitudine di corde ad una gigantesca sacca di tela, all’imbocco della quale era stato acceso un bruciatore a gas. Non gli riuscì di vedere la bombola che lo alimentava ma, seguendo il tubo che usciva dal bruciatore, dedusse che doveva trovarsi nella cesta. Nel momento in cui lui era entrato nella piazza, una parte della gigantesca sacca era già sollevata da terra, e gradualmente si andava gonfiando. Quando si fu completamente staccata dal terreno e cominciò a salire, dalla folla eruppe un boato di meraviglia; la sacca trascinò la cesta verso l’alto, ma solo per pochi centimetri, poi le funi si tesero e bloccarono la mongolfiera a mezz’aria.
A quel punto si avvicinò un gruppo di persone, tra queste tre colpirono l’ attenzione di Nicolas, due perché erano vestite con abiti decisamente troppo pesanti per il caldo di quella giornata, e la terza perché portava una divisa piena di decorazioni, e su di essa la fascia bianca rossa e blu, simbolo della repubblica. I due uomini troppo vestiti, con la fronte imperlata di sudore, si schierarono di fronte all’uomo con la fascia, Nicolas era troppo lontano per sentire se dicevano qualcosa, ma vide i tre scambiarsi un saluto militare. Subito dopo un soldato arrivò di corsa portando una scaletta, con l’aiuto della quale i due entrarono nella cesta, una volta che si furono sistemati dentro l’uomo con il sacco della posta si avvicinò e consegnò loro il proprio carico. In ogni gesto di ognuna delle persone coinvolte si avvertiva un senso di solennità.
Allontanatosi il postino arrivò un altro uomo, che salì a sua volta sulla scaletta, senza però entrare nell’abitacolo; da quella posizione sembrò dare istruzioni ai due passeggeri, indicando ora verso il bruciatore, ora verso il fondo della cesta, dove Nicolas non poteva vedere, finita la sua spiegazione strinse la mano ai due e tornò a terra. A questo punto si avvicinò di nuovo l’uomo con la fascia tricolore, e si ripeté il saluto militare, che questa volta però non si concluse rapidamente come il primo. Tutti e tre gli uomini mantennero la posizione, con la mano alla fronte, mentre quattro addetti liberavano le corde che trattenevano la navicella a terra, permettendo così alla mongolfiera di alzarsi.
Era salita forse solo di un metro quando uno scossone costrinse i due passeggeri ad abbandonare la loro posa per reggersi alle corde, ma l’uomo con la fascia rimase in posizione di saluto per tutto il tempo per cui Nicolas lo ebbe in vista, finché non lo perse per seguire con lo sguardo il volo del Neptune. Un volo che il vento aveva indirizzato proprio sopra alla sua testa, facendo sì che una delle funi che avevano tenuto l’aerostato ancorato a terra gli si appoggiasse addosso, ed iniziasse a scorrere verso l’alto, strisciandogli sul petto e su una spalla. Solleticato da quel contatto per un momento Nicolas ebbe l’istinto di aggrapparvisi, tolse una mano dalla grondaia e la portò fino a sentire la canapa carezzargli il palmo, incerto se restare a gustarsi quella sensazione o aggrapparsi e decollare per chissà dove. Gli sembrò di restare in quella posizione un’eternità, ma in realtà fu solo un’istante, poi fece la sua scelta, riportò la mano al suo appiglio originario e continuò a seguire con lo sguardo il volo del pallone. Nemmeno si accorse di quante bocche, sotto di lui, si erano spalancate temendo una sua pazzia, o del borbottio soddisfatto che accompagnò il suo desistere.
Anche senza accorgersi di quelle reazioni però, nei giorni successivi, ripensando a quei momenti si trovò d’accordo con quegli uomini nel giudicare sciocco il suo gesto. Non sarebbe certamente stato in grado di issarsi fino nella cesta, che ormai era molti metri più in alto di lui, né tantomeno di restare aggrappato a quella fune per tutte le ore del volo, ma nel momento in cui aveva accarezzato la corda nessuno di questi pensieri gli era venuto in mente, ed il motivo per cui aveva desistito era completamente diverso. La vera, l’unica ragione per cui aveva rinunciato alla possibilità di seguire il Neptune nel suo viaggio non era la paura dei pericoli che avrebbe corso, ma solo il timore di essere di intralcio a quell’eroica missione. Non avrebbe mai potuto perdonarsi se il primo viaggio del servizio postale aereo che partiva da Parigi per eludere l’assedio dei prussiani fosse fallito per colpa sua.

31 ottobrefrecciaDx

#RossaComeUnaCiliegia – giorno VII

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frecciaSx 4 settembre

Parigi, 7 settembre 1870

L’atmosfera del club non era mai stata quieta. Per certi versi era come un’osteria, ma le persone erano cinque volte tante, e se le loro opinioni erano meno dissimili tra di loro di quanto potessero essere quelle degli avventori della “Botte d’oro”, non era certo dal tono delle discussioni che lo si sarebbe potuto capire. E le donne non erano da meno degli uomini. Anche se sapeva che ve ne avrebbe trovate, da principio Pierre si stupì di vederne così tante da costituire quasi metà dell’assemblea, e ancora di più del numero lo sorprendevano la veemenza e l’immediatezza dei loro discorsi. Abituato com’era al modo di Margot di girar attorno ai problemi per poi arrivarci da una direzione inattesa rimaneva attonito davanti a quell’assalto frontale.
Quando le aveva raccontato la prima riunione a cui aveva partecipato lei aveva subito risposto che alla successiva ci sarebbero andati insieme, e per una volta l’aveva fatto nel modo più diretto possibile, senza giri di parole, con una fermezza che l’aveva sorpreso. Non che gli desse fastidio la presenza di sua moglie, solo non gli sembrava una buona idea. Però, per quanto ci pensasse, non riusciva a spiegarsi il perché, quindi alla fine acconsentì, sentendosi ridicolo nel dare un’approvazione che lei non aveva chiesto e che con tutta probabilità non avrebbe neanche atteso di avere.
Pierre era venuto alla sua prima riunione del club in cerca di notizie sicure sull’andamento della guerra, e non ne aveva avute, aveva però sentito la voglia di tornare lì, a sentire quegli uomini e quelle donne discutere con animazione, in un modo che gli era estraneo ma che nondimeno lo attraeva. E ancora più forte era stata l’attrazione provata la volta seguente da Margot, con la differenza che lei, fin dalla sua prima apparizione, anziché limitarsi ad ascoltare si era lanciata in un battibecco con alcuni dei presenti.
Erano andati insieme al club due volte, ma una volta capito che avevano entrambi tutte le intenzioni di continuare a frequentare quelle riunioni, decisero che avrebbero fatto meglio ad andare a turno, in modo che qualcuno restasse a casa con i bambini. Per quelle due volte Nicolas era stato incaricato di badare alle sorelline, ma non volevano imporgli altri obblighi dopo averlo tenuto per quasi tutta l’estate a fare da aiutante in bottega. Quella sera però avevano deciso di fare un’eccezione, e chiedere a Nicolas ancora uno sforzo. Le novità degli ultimi giorni erano tanto forti da convincerli che era necessario essere presenti entrambi. Tre giorni prima la notizia dell’abdicazione di Luigi Bonaparte era giunta a Parigi e si era diffusa in tutti i quartieri, mescolandosi con quella della proclamazione della repubblica, con quella della nomina di Trochou a capo militare di Parigi, e con voci non altrettanto certe sull’andamento della guerra, sugli assedi di Metz e Strasburgo e sull’avanzata prussiana verso la capitale. Avanzata difficile da misurare ma innegabile, come si capiva anche dal fervere dei preparativi per la difesa della città. L’accavallarsi di tutte queste notizie aveva incendiato gli animi, e il giorno dopo la nomina di Trochou si era costituito un comitato centrale in cui si riunivano i rappresentanti dei venti arrondissement. Rappresentanti nominati dai club, non dalle istituzioni.
Contemporaneamente la guardia civile aveva aperto gli arruolamenti e i volontari facevano la fila per registrarsi, non solo per i trentacinque luigi della diaria. Pierre non si era unito a loro, la sua naturale prudenza lo aveva tenuto lontano dagli uffici di reclutamento, ma non aveva calmato la sensazione che lo spingeva in quella direzione e che lo portava a sentirsi un codardo ogni volta che rimandava. E non cambiava le cose il fatto che la sua paura, più per che per se stesso, fosse per quanto sarebbe potuto accadere alla sua famiglia se lui fosse morto.
Quella sera era la prima riunione del club sotto la repubblica. Per le strade l’impressione era che le cose stessero instradandosi, quasi da sole, nel migliore dei modi, per questo in molti erano venuti più per festeggiare che per discutere del futuro. Non tutti però, e questo aveva acceso la miccia; un certo Gouvernie, che non conoscevano, e Pillon guidavano le due opposte fazioni.
«Dunque per voi non vale niente l’abdicazione dell’aguzzino?» diceva il primo «Avete forse dimenticato di come, meno di due mesi or sono, abbia tentato di far assassinare Rochefort, per zittire il suo giornale che ripetutamente lo sbugiardava? Avete forse dimenticato che, sebbene Rochefort ne sia uscito incolume, nell’agguato è perito il buon Vittorio Noir, e che egli non è stato che una delle vittime di quel mostro?»
«Io non dimentico nulla,» rispondeva l’altro «ed auguro a Bonaparte la più misera delle morti nella più fetida delle galere prussiane; ma non è di lui e del passato che dobbiamo occuparci, bensì di noi e del presente. E nel presente siamo sotto il comando di uno dei generali che lo servivano»
«Lo serviva, è vero, ma tranne pochi coraggiosi, tra cui, lo riconosco, voi, tutti lo abbiamo dovuto servire, volenti o nolenti. E io non credo che Trochou fosse più felice di me di doverlo fare. Quanto poi al fatto che sia un militare, vi do ragione, non è l’uomo che vorrei a guidare la Repubblica in tempo di pace, ma noi non siamo in tempo di pace. L’esercito prussiano avanza, la stupidità di Bonaparte gli ha spalancato la via di Parigi; sarà difficile fermarli, e non lo si potrà fare senza l’aiuto del popolo, ma non lo si potrà fare nemmeno senza la guida di qualcuno che abbia una conoscenza della guerra quale non abbiamo né io né voi, né nessuno dei presenti, e quale non hanno nemmeno Rochefort, o Delescluze, o Blanqui. Oggi ci serve un militare, e non vedo in cosa un Ducrot, un MacMahon o un Bazaine, quand’anche fossero a Parigi, potrebbero essere migliori di Trochou»
«Non ho mai detto di preferire il governo di un MacMahon o di un Bazaine a quello presente, tutte e tre le possibilità mi fanno orrore. E non pretendo di sapere se quando Trochou ubbidiva agli ordini di colui che si faceva chiamare imperatore lo faceva controvoglia o con piacere, so però che lo faceva con zelo, e che mai si è sentita la sua voce criticare le scelte di Bonaparte, anche le più criminali o le più suicide. Può darsi che il nostro nuovo comandante non sia una cattiva persona, ma io, per essere convinto che l’impero sia realmente finito, e che non sia cambiato solo l’uomo che si attribuisce quel titolo, aspetto che il comando passi a qualcuno che sotto l’autorità imperiale non abbia impartito ordini»
«Allora, caro Pillon, dovrete attendere a lungo. Gli uomini capaci di dirigere uno stato, ancor più in tempi tremendi come questi, non nascono come le margherite nei campi, o le ciliegie sui rami. A quei pochi si appoggiava Bonaparte, a quei pochi, con qualche aggiunta e qualche esclusione, dovremo affidarci noi»
Tutto lo scambio di battute aveva galleggiato sul rumore di fondo dei battibecchi tra gli esponenti delle due fazioni, ma dopo l’ultima frase di Guovernie troppe voci si erano sovrapposte, e la discussione si era persa in ondate di accuse che spazzavano la sala in ogni direzione. Solo dopo molti minuti qualcuno finalmente riuscì a riportare l’assemblea alla calma, nel frattempo il discorso si era spostato sugli arruolamenti della guardia nazionale.
«Credo che nessuno qui dubiti del fatto che i tedeschi arriveranno a Parigi» disse questi «E, con il grosso dell’esercito bloccato a Strasburgo e a Metz, solo la guardia nazionale può difendere la città»
Qualcuno dal fondo della sala provò ad obiettare che forse si poteva tentare qualcosa di diverso da una difesa armata, ma fu subito zittito da quelli che gli stavano vicino.
«Sono d’accordo che si debba difendere Parigi,» ribattè qualcun altro «ma perché entrare nella guardia nazionale, mettendosi agli ordini di chissà chi?»
«Perché le armi per difendere Parigi noi non le abbiamo, la guardia sì»
«Potremmo prendercele, le armi, e poi usarle per difenderci, senza ubbidire agli ordini di nessuno»
«Ma senza neanche avere un’organizzazione»
«E poi, in quanti saremmo ad andare a prendere le armi?»
«Io credo in molti»
«Ma certo molti meno di quanti potremmo essere arruolandoci tutti insieme. Se saremo abbastanza la faremo diventare la nostra guardia nazionale, non più quella dei nobili, o dei ricchi»
«E poi non tutti sanno usare un fucile»
«Ci istruiremo tra di noi»
«E in questo modo oltre che contro i prussiani dovremo combattere anche contro il resto del nostro esercito. O forse pensate che il governo non avrà nulla da ridire se ci prendiamo le armi e le usiamo a nostro piacimento?»
«E i cannoni? Come li porteresti via i cannoni?»
La discussione andava nuovamente disperdendosi, ma era chiaro che l’ipotesi di armarsi ed organizzarsi in proprio era in netta minoranza. Qualcuno passò a proporre un cambio di gerarchia e regolamento all’interno della guardia nazionale, altri gli fecero notare che la sua nomina a ministro non era ancora arrivata, e le risate frammentarono definitivamente la discussione. A quel punto Pierre e Margot decisero che era ora di tornare a casa.
«Vorrei potermi arruolare anch’io nella guardia» disse lei lungo la strada. Pierre incassò quella frase come una critica, e cercò di scusarsi.
«Io ci ho pensato tante volte, però quel che diceva quell’uomo circa l’esser comandati da chissà chi è vero, e mi preoccupa. Capisco che serva dell’ordine, ma vorrei almeno poter scegliere chi mi comanda. Se la mia vita dipenderà da lui, che almeno sia una persona di cui mi fido»
Margot annuì. Proseguirono per qualche passo in silenzio, poi lei riprese.
«Se non posso entrare nella guardia, posso però prestare servizio in un’ambulanza. Di sicuro ne organizzeranno qualcuna»
«E’ una buona idea. Temo ci sarà molto da fare per le ambulanze nei prossimi mesi»
«Si, non sarà un periodo in cui si potrà stare con le mani in mano, o chiudersi dentro casa, o in bottega»
«No, non si potrà» convenne Pierre guardandola dal basso in alto, a dispetto della reciproca altezza. Quello che Margot voleva da lui gli era chiaro, ed era ragionevole. Non c’era nessuna possibile obiezione, tranne la sua paura, e nemmeno a lui pareva un’obiezione valida.
«Forse anch’io farei meglio ad arruolarmi nella guardia nazionale» disse «Appena avrò finito le scarpe che ho in bottega»
Margot gli prese la mano, sorridendo di quel suo infantile prendere tempo, ma soprattutto sorridendo perché Pierre si era deciso. Parigi non poteva fare a meno di nessuno dei suoi uomini validi.

13 settembre frecciaDx

#RossaComeUnaCiliegia – giorno IV

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frecciaSx 20 luglio

Parigi, 18 agosto 1870

«Papà!»
Pierre si voltò verso il viso di bambina che si sporgeva dall’ingresso.
«Si, Fanny?»
«Mamma dice che è ora di mangiare»
«Va bene, aspettaci che torniamo a casa insieme. Nicolas, lascia stare, lo finisci domani quel paio»
«Va bene papà»
Pierre chiuse la finestrella, lasciò che i figli uscissero in strada, poi li seguì chiudendo la porta della bottega.
Da qualche giorno il lavoro era aumentato, tanto che aveva dovuto far venire Nicolas a dargli una mano per tutta la giornata, anche se non gli piaceva costringerlo a stare con lui in bottega: Nicolas era intelligente, e il suo lavoro doveva essere studiare, e quando non studiava riposare. Però anche con il suo aiuto le scarpe si stavano accumulando, se non avesse avuto con sé il figlio Pierre sarebbe stato costretto a rifiutare dei clienti, e quindi dei guadagni, e quei soldi potevano essere importanti, specialmente pensando al sogno che aveva fatto il ragazzo. Gli venne da pensare che in fondo Nicolas stesso era la causa della propria pena, ma subito si pentì di quel pensiero. Non era colpa di suo figlio se aveva fatto quel sogno, forse non era in assoluto una colpa: era possibile che quel sogno avrebbe permesso loro di sopravvivere all’assedio, o di farlo un po’ meglio, con meno sofferenze.
Guardò il ragazzo. La sorella cercava di farlo correre, o giocare, ma lui rispondeva con pesantezza, stanco. In bottega Nicolas era un grosso aiuto. Certo, non si poteva fargli fare il lavoro vero e proprio, per quello Pierre avrebbe avuto dovuto avere il tempo per insegnargli, per guidarlo nei primi pezzi, ma in quei giorni proprio non avrebbe saputo dove trovarlo. Però il ragazzo sbrigava tutte le mansioni di contorno, che erano le più noiose, e lo faceva senza lamentele. Puliva le scarpe dal fango, toglieva i resti delle cuciture da sostituire, riordinava spago, aghi e tutti gli attrezzi, consegnava le scarpe finite ai clienti, ed era più sicuro di lui nel fare i conti. Era l’aiutante perfetto, e Pierre si trovava spesso a dover respingere la tentazione di tenerlo in bottega anche dopo che fosse passata quell’ondata. Per fortuna quando fosse ricominciata la scuola la tentazione sarebbe svanita necessariamente da sola.
E poi chissà in che situazione si sarebbero trovati di lì a qualche settimana. La sera prima, in osteria, c’erano state accanite discussioni sull’andamento della guerra, discussioni dalle quali nessuno avrebbe potuto farsi un’idea di come stessero veramente le cose. Una fazione riferiva notizie che dicendo che il governo cercava di tenere segrete, l’altra obiettava che se il governo avesse davvero voluto tenerle segrete loro non sarebbero riusciti a saperle. Ascoltando il loro dibattere Pierre sarebbe stato più propenso a credere ai secondi, ma c’era il sogno di Nicolas a bilanciare le sue sensazioni.
Arrivati a casa si misero subito a tavola, dove le bambine monopolizzarono la conversazione con il racconto della loro giornata, mentre Nicolas interveniva solo ogni tanto, in modo brusco. Era evidente che gli dava fastidio passare tutte le sue vacanze in bottega, mentre le sue sorelle scorrazzavano in giro per il quartiere, e Pierre non era meno dispiaciuto di lui. D’altra parte entro un paio d’anni il ragazzo avrebbe concluso le scuole, e con quelle sarebbero finite anche le vacanze estive, quindi forse gli faceva bene iniziare ad adattarsi. Era anche vero però che il fatto che di quelle occasioni gliene fossero rimaste così poche rendeva più duro rinunciarvi. Da qualunque angolo la si guardasse, la situazione era spiacevole.
Appena vuotati i piatti Claire e Fanny chiesero il permesso di tornare fuori a giocare. Margot guardò dalla finestra, e vide che il sole arrivava ancora sulle facciate dall’altra parte della strada.
«D’accordo ,» disse alle bambine «ma appena tramonta dovete tornare di corsa a casa»
A quelle parole le due si dileguarono in un attimo, vedendole sparire Nicolas si affrettò a finire anche il suo piatto e rincorrerle. Prima di arrivare in strada ebbe il tempo di urlare. «Vado anch’io, torno appena tramonta»
Margot e Pierre si sorrisero.
«Poverino,» disse lei «tutto il giorno in bottega mentre le sue sorelle sono a giocare»
«Ci stavo pensando anch’io. Stasera tornando a casa mi è sembrato molto stanco»
«Forse dovresti fargli fare solo mezza giornata»
«Io non vorrei farlo lavorare, ma continuano ad arrivare così tante scarpe… E dopo il suo sogno non me la sento di rifiutare clienti»
«Se ci sarà un assedio i prezzi saliranno così tanto che tutti i soldi che puoi guadagnare col tuo lavoro non serviranno a molto»
«Però con quelli che riusciamo ad avere adesso possiamo fare delle scorte, mentre i prezzi sono ancora bassi»
«E’ dal giorno dopo il sogno di Nicolas che ho iniziato a comprare un po’ di più e mettere da parte. Ultimamente però mi sembra che lo stiano facendo anche altri»
«C’è tanta gente che pensa che le cose all’est stiano andando male»
«Li hai sentiti ieri, in osteria?»
«Si»
«E che dicevano?»
«Che gli annunci del governo sono tutti finti. Che il nostro esercito non solo non ha mai passato il Reno, ma sta arretrando. Alcuni dicevano che Strasburgo è già sotto assedio, altri che ormai è assediata anche Metz, che Bazaine e MacMahon hanno paura di prendere qualunque decisione, e che ai soldati manca tutto»
«Cosa vuol dire che manca tutto?»
«Che mancano le munizioni per i cannoni, e a volte anche per i fucili. Che mancano gli stivali, e che non tutti i giorni arrivano i pasti»
«Ma i treni da Parigi continuano a partire pieni di tutto»
«Non so, forse questi esagerano. Qualcuno di sicuro. Ieri uno raccontava di un generale che era andato a Metz con il treno, ma una volta arrivato là non è riuscito a trovare i suoi soldati, e ha dovuto telegrafare a Parigi perché gli dicessero cosa fare»
«Bé, questa mi sembra davvero troppo grossa»
«Anche a me, però non credo neanche che le cose vadano bene come dice il governo. Chissà, forse senza il sogno di Nicolas ci avrei creduto, però ora dubito di ogni notizia che sento»
«Ed erano tutti convinti che il governo stia mentendo?»
«No, molti gli credono. C’è stata una grossa discussione ieri, qualcuno che raccontava le cose che ti ho detto prima, ed altri che chiedevano loro come facessero a saperle»
«C’è da dare di matto. Come si fa a capire chi ha ragione?»
«Non lo so. Di certo non si capiva ieri, con tutto quello strillare»
«Ma c’è qualcuno di cui ti fidi?»
«Di quelli dell’osteria?»
«Si»
«Di cui mi fiderei se dovessi chiedergli un favore si, ma non credo che ne sappiano davvero qualcosa della guerra. E’ più facile che si capisca qualcosa in bottega, magari parlando con chi porta a risuolare le scarpe invernali ad agosto. Però per ora credo che siano venuti solo i più fifoni, o quelli che vedono sempre tutto nero»
«Ce ne sono tanti, allora, di fifoni»
«Sì» rispose lui, e per un attimo sorrise, ma quando tornò a parlare il tono era nuovamente preoccupato.
«Non credo sia questo il quartiere in cui si possono sapere queste cose, bisognerebbe vivere a boulevard Saint Germain»
«Eppure secondo me qualcuno che sa cosa sta succedendo lo trovi anche a Belleville, magari non in osteria»
«E dove?»
«Nei club»
«Nei club?» Pierre storse la bocca
«Sì»
«Non credo Margot. Nei club c’è gente con una buona lingua, magari anche con delle belle idee, ma non gente che può avere le conoscenze per sapere queste cose»
«Non possono conoscere dei generali, e forse non conoscono nemmeno dei soldati, ma sono persone che viaggiano. Io dico che possono conoscere qualcuno a Metz, o a Strasburgo, e avere notizie da loro»
Pierre la fissò. Non era ancora convinto, ma non era nemmeno così certo che fosse un’idea stupida.
«Sai quando c’è una riunione del club di Belleville?»
«Dopodomani»
«Se sei così informata vuol dire che avevi già deciso che ci saremmo andati, vero?»
Margot non rispose, ma il suo sguardo equivaleva ad un si.

22 agosto frecciaDx

#RossaComeUnaCiliegia – giorno II

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frecciaSx 5 luglio

Parigi, 10 luglio 1870

La bottega aveva poca luce, un po’ perché esposta a nord, un po’ perché a Belleville la rivoluzione urbanistica che aveva aperto larghi viali al posto delle vecchie strade strette non era mai arrivata. Poche delle novità del centro, o dei quartieri lungo la Senna, arrivavano fino lì. A Neully, ad Issy, qualcosa ogni tanto compariva, quasi portato dallo scorrere del fiume, a Belleville o a Montmartre no. Pareva quasi che la salita fosse troppo ripida per le novità.
Che pensiero idiota! Pierre, seduto vicino alla finestra per sfruttare meglio la poca luce, rise di quell’idea sentita qualche sera prima all’osteria. Però era divertente provare ad immaginare la novità come un’onda, che segue senza fatica il corso del fiume ma non riesce ad allontanarsene più di tanto. Chi l’aveva pensata era sicuramente una bella testa. Forse era stato quel Pillon? Quello era uno bravo a parlare, le poche volte in cui lo si vedeva in osteria ti faceva divertire.
Ricontrollò con cura la cucitura che aveva fatto alla suola dello stivale. Di signori nella sua bottega non ne erano mai entrati, e d’altra parte i signori forse le scarpe vecchie le buttavano anziché risuolarle, però i Lorentet, pur non essendo signori, erano buoni clienti e andavano trattati bene. Avevano delle buone scarpe, più di un paio a testa, e non lasciavano mai che la suola si bucasse. Quando diventava troppo sottile la facevano cambiare o rinforzare, senza aspettare di sentire il selciato sotto il piede, come invece facevano quasi tutti. Avere i Lorentet come clienti era come avere tre o quattro famiglie normali, e poi, a differenza di quasi tutti quelli che avevano qualche soldo in più, non erano dei piantagrane, per questo quando risuolava le loro scarpe ci metteva sempre un po’ di attenzione in più del normale.
Lo stivale superò la verifica, così Pierre si alzò e andò a riporre il paio sullo scaffale. Stava scegliendo su quale altra scarpa trasferire la sua attenzione quando sentì la voce di Margot salutare qualcuno, lasciò perdere il lavoro e si voltò per veder comparire il profilo di sua moglie nella porta. Solo il profilo, perché più di quello il controluce non permetteva di distinguere.
Entrando lei lo salutò, poi, senza fermarsi, arrivò fino al banco da lavoro e vi appoggiò sopra una ciotola. Pierre le si avvicinò, riuscendo finalmente a distinguere qualcosa in più dei soli contorni, e prese dalla ciotola una delle due pesche che vi erano contenute.
«Per rinfrescarti un po’» gli disse lei.
«Grazie» rispose lui. Ma sapeva che non erano le pesche il motivo per cui era arrivata fin lì.
«Molto lavoro oggi?» chiese lei, prendendo ancora tempo.
«No, non molto. Lo sai che d’estate c’è sempre meno lavoro, però qualcosa da fare ce l’ho. Non c’è da preoccuparsi»
«Non è per questo che sono preoccupata»
«Lo so, è per Nicolas»
Lei annuì. «Stamattina era impaurito»
«Impaurito per un sogno!»
«Non è solo un sogno, e lo sai»
«Non sappiamo se succederà»
«Non lo sappiamo, ma sappiamo che ha sognato l’incidente del carro, e anche l’incendio alla fabbrica di fucili»
«Già»
«Neanche a me piace pensarci, ma qualche volta Nicolas sente le cose che stanno per succedere, quelle brutte. E’ come se qualcuno lo avvertisse»
«Margot, stai dicendo che Dio gli parla?»
«No, non sto dicendo questo. Non so come succeda, o perché, e non so se sia un bene o un male, anche se sono contenta che succeda poco, però stanotte è successo. Solo che quello che ha sognato stavolta non è chiaro come lo era stato le altre»
«Dici che non è chiaro, ma a me lo sembra. Solo che se è così..»
«Se è così?»
«Allora devono succedere tante cose, e nessuna buona»
«Lui ci ha visti mangiare un ratto di fogna!»
«Ed esserne contenti»
«Si, si è visto sorridere»
«Dovevamo avere molta fame, e sembrava che non fossimo solo noi ad essere senza cibo»
«Una carestia»
«Potrebbe essere, ma quest’anno i granai sono pieni, non credo ci sarà carestia. Non per cause naturali. Se succederà può essere solo per via di un assedio»
« Ma pensare ad un assedio a Parigi..»
«Vuol dire pensare che la guerra ci sarà, e che la perderemo»
Pierre e Margot si guardarono, in silenzio, poi fu lui a riprendere a parlare.
«Forse possiamo andarcene»
«Ma dove? Se i prussiani arrivano a Parigi avranno conquistato almeno mezza Francia»
«Potremmo andare a sud. A Bordeaux, a Tolosa, di calzolai ce n’è bisogno ovunque»
«Ma noi siamo di Parigi, Pierre. Siamo sempre vissuti a Parigi, e Parigi è diversa dal resto della Francia. A Bordeaux, a Tolosa, la vita è diversa da qui. E poi lì per tutti saremo dei parigini che sono scappati prima dell’assedio, quindi forse delle spie, o dei traditori. Qui la bottega va bene, e poi hai ragione tu, quello che ha sognato Nicolas non ha una fine. Non sappiamo cosa succederà dopo»
Pierre la guardò, dubbioso. Lui avrebbe preferito mettere una maggiore distanza tra se e il pericolo, però Margot almeno in parte aveva ragione, il sogno di Nicolas riguardava solo un episodio, preoccupante, ma intermedio; ci doveva per forza essere un dopo, e nulla indicava che fosse peggio di quel che loro figlio aveva visto. Di certo li attendeva un inverno faticoso, ma non avevano mai vissuto nella bambagia. Forse aveva ragione Margot, forse era meglio restare, e affrontare quel che gli sarebbe arrivato addosso.
«Va bene, restiamo»
«Grazie. Vedrai che ce la faremo. Intanto io, un po’ alla volta, incomincio a mettere da parte più farina e fagioli possibile»
Pierre sorrise mentre la guardava uscire, contento di poter contare sullo spirito pratico di sua moglie. Se nel sogno Nicolas aveva visto giusto, nei mesi seguenti ne avrebbero avuto un gran bisogno.

20 luglio frecciaDx

Un piccolo esperimento rosso come una ciliegia

Voglio fare un piccolo esperimento. Già da un po’ di tempo si stanno diffondendo le ‘dirette dal passato’, blog o account twitter che raccontano passo per passo un evento storico, ad n anni esatti dal suo verificarsi, come se fosse in corso oggi. Io voglio provare a raccontare un evento (la comune di Parigi del 1871) attraverso una fiction, con voci narranti contemporanee ai fatti e suddivisa per giorni, pubblicando ogni capitolo nella data in cui fatti avvengono, o in quello in cui la voce narrante li racconta, forzando in questo modo il tempo della lettura ad avvicinarsi ai tempi di svolgimento.
Come tutte le cose anche la Comune non nasce dal niente, e non si può raccontarla senza un prima. Quanto prima si debba partire è sempre opinabile, ma nel caso della Comune è evidente che non si può prescindere dalla guerra Franco-Prussiana, quindi io ho deciso di mettere il mio inizio il 5 luglio (e poi ho deciso di mettere prima di quell’inizio un prologo), come molto spesso accade le cose partono lentamente e poi accellerano, non stupitevi quindi se i primi post saranno più diradati e gli ultimi più vicini fra loro.
La storia è divisa su 57 giornate, più il prologo che non ha una data. Oggi pubblico proprio il prologo, le giornate seguiranno, alla fine di ogni post indico la data della pubblicazione successiva.
Buona lettura, e vediamo come funziona l’esperimento.

Rossa come una ciliegia

Prologo

All’inizio c’è solo la notte, con qualche piccolo e pallido bagliore ai margini, verso il basso. Nessun suono all’inizio, nessun movimento, in un secondo tempo lo sguardo si abbassa e vi entrano le case e le loro luci fioche, ma sono molte meno di quante dovrebbero. Infine la visione giunge a livello terra, ora si può riconoscere anche il punto di vista: quella che sta vedendo è la strada dove abita, anche se sembra in qualche modo diversa, e non solo perché più buia.
L’immagine è sempre quieta, anche se non più del tutto immobile, poche figure scivolano in lontananza rasentando i muri, camuffandosi nella propria ombra. Non è però con gli occhi che si percepisce il dolore in questa notte, per percepirlo servono le orecchie, e non lo colgono come un frastuono, come ti potresti aspettare, ma piuttosto come lamenti, come brevi e deboli grida di rabbia. Lo colgono soprattutto nel silenzio che ovatta i pochi suoni. L’immagine ora avanza in direzione delle mura che, anche senza vederlo, sa essere nascoste dietro alle case. Avanza lentamente, dubbiosa e oscillante tra i due lati della strada, cercando di sbirciare attraverso le finestre o le porte socchiuse, soprattutto attraverso quelle da cui non escono voci. L’immagine avanza ancora, nella notte, nella strada quasi vuota. I movimenti affrettati delle poche figure in lontananza gli comunicano ulteriore oppressione. Poco più avanti, sulla sinistra, c’è una delle poche finestre illuminate, smettendo di ascoltare le case buie punta su quella. Le si avvicina mantenendosi nel centro della strada, sempre preoccupato di non farsi scorgere, e sbircia all’interno. Seduta a tavola c’è una famiglia composta da papà, mamma e tre figli. Sul lato lungo del tavolo, di fronte a lui, un ragazzo sorride affondando il cucchiaio nella sua ciotola e portandolo alla bocca; i due genitori, a capotavola, sembrano anche loro sorridere, anche se in modo più contenuto, mentre si scambiano uno sguardo complice. Delle due bimbe Nicolas non può vedere il volto, sono sedute dandogli le spalle, ma il movimento con cui una di loro solleva la ciotola per chiedere altra zuppa ha un che di gioioso. La donna si alza, si sporge sul tavolo e impugna il mestolo per servire la figlia; assomiglia molto alla madre di Nicolas, anche se pare più magra e forse un po’ più vecchia. Mentre inclina la pentola per raccoglierne meglio il contenuto lui si avvicina alla finestra, mosso dal bisogno di vedere anche i dettagli, anche a rischio di essere notato. Col volto a pochi centimetri dal vetro ora guarda il mestolo sollevarsi, dall’orlo sporge un filamento bianco-rosato dall’impressione nodosa. Il filamento, assieme al resto del contenuto, finisce nella ciotola che la bimba riporta sul tavolo con un gesto possessivo; nel frattempo la sorella porge a sua volta la propria.
Ora si sposta, cercando un angolo diverso, che dalla finestra gli permetta di far scorrere lo sguardo sul resto della stanza, e metro a metro perlustra il tavolo, le pareti quasi spoglie, il lavello, la dispensa, la madia. Sulla madia c’è un piccolo ritaglio di pelliccia, largo poco più di un palmo, di un colore tra il grigio e il marroncino. La pelliccia è sporca di qualcosa che potrebbe essere fango, ma anche di molte altre cose, alcune delle quali somigliano a resti di cibo, come se quello scampolo fosse finito dentro alla fogna . Nicolas continua a fissare quella pelliccia, e quello sporco, li scruta a lungo per carpire il loro segreto e poi, all’improvviso, li collega al filamento, e capisce, ed è allora che parte il suo urlo, a distruggere quell’oppressione di silenzio e penombra.

5 luglio frecciaDx