Liberiamo la ciliegia

Il 28 maggio 1871 Eugene Varlin, dopo essere stato massacrato di botte, veniva fucilato in rue Rosier, nello stesso punto in cui due mesi prima il generale Lecomte aveva pagato la sua scelta di ordinare il fuoco su una folla disarmata: L’uccisione di Varlin da parte dell’esercito versagliese è uno degli ultimi episodi della semaine sanglante. In questo anniversario ‘libero’ la versione digitale di Rossa come una ciliegia, il mio romanzo sulla Comune di Parigi, di cui Varlin è uno dei protagonisti.
L’impaginazione è un po’ fatta in casa, ma potete scaricare il pdf qui.
Naturalmente volendo potete sempre procurarvi il cartaceo (indicazioni qui, sezione ‘Schede libro’, colonna destra in alto).
Buona lettura, e quando avete finito se ripassate di qui a lasciarmi un commento fate cosa gradita.

#RossaComeUnaCiliegia – giorno XI

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frecciaSx 23 settembre

Parigi, 31 ottobre 1870

La notizia della caduta di Metz era giunta la prima volta quattro giorni prima, e Felix Pyatt l’aveva scritta sul suo Le Combat, il governo aveva però smentito, e a Parigi in molti avevano creduto agli avvoltoi; ora però pare che finalmente nessuno voglia più dar loro retta. Ormai soltanto qualche mestatore cerca di convincere che l’esercito francese non sia in rotta, che Metz non sia persa, o che lo sia, ma che l’esercito francese si sia riorganizzato poco più vicino a Parigi ed ancora contrasti l’avanzata prussiana. In pochi lo dicono, e nessuno dà loro retta.
La folla, come oramai ogni giorno, si è radunata in strada. Differentemente dai giorni precedenti però stavolta non si contenta di mostrare se stessa e la propria rabbia, questa volta si da un obiettivo, ed una direzione.
In principio sono stati solo quelli che alla caduta dell’uomo di dicembre avevano circondato il parlamento, obbligando chi vi sedeva a concedere quella repubblica che mai avrebbero voluto, a muoversi verso il municipio, ma mano a mano che si avanza il corteo si fa sempre più numeroso ed impetuoso. Adesso i pochi temerari che osano anche solo mettere in dubbio la veridicità della caduta Metz, insieme a quegli sfrontati che ancora accusano Pyatt, Rochefort o Flourens di aver mentito, a calci vengono rigettati fuori dal corteo, e tutti insieme si urla
«No all’armistizio!»
«Viva la repubblica!»
«Resistenza o morte!»
«Vogliamo la Comune!»
«Abbasso Thiers!»
Si giunge sotto il palazzo. Trochou si affaccia per garantire che non vi sarà alcuna resa, e per chiedere che il patriottismo ci riunisca tutti in un’unica fazione, ma noi non si vuole più venir presi per il sedere, ed aprendoci la via con la forza si entra in massa, anche se la più gran parte della folla deve rimanere fuori, che le stanze non bastano a contenerci tutti. Nella sala del consiglio Trochou, Jules Favre e Jules Simon vengono incalzati dai dimostranti, che rinfacciano loro la codardia del governo. Il governatore cerca di calmarci, inventando che per Parigi, nelle attuali condizioni, sia un vantaggio aver abbandonato Metz al nemico, ma nessuno gli da retta, e tutti urlano ancora
«Resistenza o morte!»
«Vogliamo la Comune!»
«No all’armistizio!»
finché il bretone non cede, e si affloscia su una poltrona lamentando che questa «E’ la fine della Francia». Il governo si ritira a deliberare, e noi attendiamo.
L’attesa non è lunga, in breve dal loro conciliabolo sortisce la promessa della Comune. Tocca a Rochefort annunciarla alla folla, che a nessun uomo del governo al di fuori di lui darebbe credito, e la folla gli risponde portandolo in trionfo, fuori dal palazzo, fino a Belleville, non lasciandogli quasi nemmeno il tempo di siglare le sue dimissioni da un governo che non ha più ragion d’essere.
Dentro, invece, restano gli altri, trincerati dietro un plotone bretone, fedele a Trochou come ad un’immagine sacra e pronto ad eseguire ogni suo ordine, fosse pure un assalto suicida. Il coraggio non è però stato mai del governatore, e non lo è neppur oggi.
Nel frattempo un battaglione della guardia nazionale giunge al municipio, e si dispone a sua difesa. Tutti vedono che son guardie e non soldati, nessuno fa caso che sia il centoseiesimo, il battaglione della reazione, guidato da Ibos. Gridar «Viva la Comune!» è per loro un travestimento sufficiente perché li si lasci interporre tra la folla e Trochou. Greffier, capitano della guardia, di altro battaglione, intuisce qualcosa, vorrebbe impedir loro di schierarsi, ma Flourens lo ferma «Perché è stata data la parola, sia nostra che loro, e non si può far atto di diffidenza», così i battaglioni di Greffier e Flourens vengono rimandati via, e la folla, dopo aver letto il manifesto che proclama l’istituzione della Comune per elezione, poco alla volta si muove verso il municipio. Ci si muove su istruzioni di Blanqui, che vuole subito far sostituire il sindaco Saligny col dottor Pilot.
Attorno al municipio l’esercito monta ancora la guardia, e un soldato tenta di bloccare la strada all’emissario di Blanqui, Constant Martin, ma questi scosta la baionetta del militare, e prosegue come se questi non potesse nulla per fermarlo. Il soldato non si oppone oltre, e a centinaia seguono Martin.
Dentro al municipio il sindaco e la sua corte paiono in preda al panico, senza protestare consegnano agli insorti seggio e cassaforte e lasciano loro il palazzo, anche i soldati di guardia vengono rimandati alle loro caserme.
Dentro il municipio si festeggia, e poi ancora in strada, fino ad arrivare, a sera, alla sala della Borsa, dove gli ufficiali della guardia si riuniscono per discutere il da farsi, e dove Rochebrune infiamma la folla proponendo la sortie torrentielle: duecentomila uomini che si lancino contro un unico punto dell’assedio prussiano e lo travolgano con la forza del loro numero. In ogni angolo della sala si approva, si applaude, si chiede che sia fatto subito, e che Rochebrune sia fatto generale della guardia, ma è lui stesso a frenare gli entusiasmi. «Prima la Comune» urla sopra il vociare festoso.
Di corsa giunge un nuovo arrivato, che si lancia sulla tribuna e annuncia che il centoseiesimo ha tradito, che hanno liberato Trochou e il governo, e che anche il municipio non è più nelle nostre mani. Alle sue parole un gelo assedia la sala, pochi riescono a credere ad un tale tradimento, tutti si agitano, chiedono di sapere. Come se non avessero appena saputo.
Si esce dalla sala in ordine sparso, chi va verso il municipio, chi verso il parlamento. Tutti sperduti, tutti traditi. Ognuno deve accettare che il governo ha mentito, che il manifesto che hanno fatto affiggere ha mentito e ancora mente; qualcuno si chiede se non sia tornato l’impero, io ed alcuni altri rispondiamo loro che l’impero mai se n’era andato, che erano rimaste tutte le sue leggi e, a meno del solo imperatore, tutti i suoi uomini, ma in pochi paiono voler accettare questa verità. Poco alla volta, dopo aver toccato con mano quanto fosse vera la notizia, la folla si disperde, e quando ormai è notte alta ognuno torna alla sua casa.
Il mattino, al risveglio, una nuova notizia completa la disfatta. Blanqui, Eudes, Flourens, Pyatt, Milliere ed altri quindici sono in arresto per i fatti di ieri. Quale caro prezzo pagano quegli uomini per la loro e nostra onesta ingenuità.

prossima giornata (forse) il 15 novembre

#RossaComeUnaCiliegia – giorno V

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frecciaSx 18 Agosto

Parigi, 22 agosto 1870

Ognuno ci ferma, o tenta di farlo. Ognuno inveisce, o blandisce, o ordina, ma nulla di ciò ci può trattenere. Riescono al più rallentarci, o fermarci per un breve istante, ma poi ogni guardia viene elusa, ogni porta superata, ed io, Adele Esquiros e Andrè Leon avanziamo sempre più nel labirinto di stanze, recando la nostra missiva.
Finalmente giungiamo ad un’anticamera, quella dell’ufficio di Trochou, ma da qui, davvero, è impossibile proseguire. Ci viene intimato di andarcene, ma noi non possiamo obbedire, le carte che portiamo contengono le migliaia di firme che chiedono di fermare l’esecuzione di Eudes e Brideau, colpevoli di nulla ma incarcerati dai tribunali dell’immondo sovrano. Per cui resistiamo, ed impediamo che ci respingano, ed in questo ci aiuta il loro imbarazzo nel mettere le mani addosso a delle signore. Alcuni uomini si allontanano, altri restano a sorvegliarci, molto più numerosi del necessario; ci viene ordinato di sedere, ed essendo l’ordine conforme al nostro desiderio lo eseguiamo. Sul divano, le carte strette al petto per fugare dai gendarmi ogni speranza di potermele sottrarre, ripercorro gli eventi che ci hanno portate qui.
Otto giorni fa le notizie dal fronte si susseguivano sempre più disastrose, e fino ad oggi hanno continuato a farlo. Si era saputo che del corpo d’armata di Trossard non rimaneva alla Francia un sol uomo; quattromila erano i morti, e prigionieri tutti gli altri. Erano divenute note, malgrado il governo tentasse di tenerle segrete, le notizie delle sconfitte, da Wissembourg a Woerth, fino all’assedio di Strasburgo, ed era sotto gli occhi di ognuno la fortificazione del Bois de Boulogne, testimonianza del fatto che nel palazzo già ci si attendeva un assedio, anche se la viltà dei comandanti faceva si che continuassero a negare questa possibilità.
Davanti a questo penoso quadro il popolo di Parigi sapeva che non vi era altra speranza di salvezza se non la Repubblica, ma mentre alcuni attendevano che fossero le cariche prussiane a disarcionare Napoleone, altri volevano esser loro stessi il motore del cambiamento. Questi ultimi, decisi a procurarsi l’armamento necessario a perseguire i propri scopi, progettarono di assaltare una caserma dei pompieri a Belleville, in boulevard de la Villette. Per chissà quali infami vie la polizia aveva però scoperto il loro intento, e presidiava la caserma, così, quando iniziarono ad arrivare, ancora non in gran numero, gli attaccanti furono sopraffatti e dovettero fuggire. Scappò chi ci riuscì, ma non Eudes e Brideau, che vennero accusati addirittura dell’omicidio di un pompiere, che poi si scoprì essere stato solo ferito lievemente. Il cadere di quest’accusa non modificò comunque la loro condanna a morte, giacché non era per gli atti che avevano commesso che il tribunale li voleva puniti, ma per i loro pensieri, e per aver avuto il coraggio della coerenza con essi.
Di fronte a una tale ingiustizia non si poteva tacere, e non si tacque. Michelet scrisse una lettera per chiedere di fermare l’esecuzione, e a migliaia accorsero a firmarla, tra loro di certo anche alcuni che l’idea di quell’assalto non avevano mai condiviso, ma che non avrebbero lasciato che un loro compagno venisse giustiziato per colpe che, quand’anche fossero state tali, erano comunque lievi.
Le firme erano state raccolte, ora si trattava di consegnarle al governatore di Parigi, ma persino questo non era semplice. Trochou non era uomo facile da avvicinare, e certo non si poteva pensare di sfondare con la forza, si era quindi scommesso sull’audacia femminile, e la scommessa era stata vinta. A nessun nostro compagno uomo sarebbe mai stato concesso di arrivare fin dove ci eravamo spinte noi.
Finalmente l’attesa termina, e ci si para davanti un uomo, più ricercatamente agghindato degli altri, che si presenta come il segretario di Trochou. Ci dice che il governatore è assente, e che possiamo lasciare nelle sue mani l’incartamento, che senza meno provvederà a consegnare. Né io, né Adele, né Andrè abbiamo alcuna fiducia negli uomini del potere, ancor più quando fanno sfoggio della propria opulenza, ma è in effetti probabile che il governatore sia altrove, e di certo non ci sarà concesso di attenderlo in quest’anticamera, così ci risolviamo a consegnare al segretario la lettera e le firme, facendo annotare su un registro l’avvenuta consegna di questo album, come prova del fatto che non siamo state ingannate. Ottenuto questo finalmente lasciamo il palazzo, scortate alla porta da una quantità di armigeri. Basteranno quei fogli a tenere in vita i compagni, o il delirio del vecchio imperatore affretterà la loro esecuzione, in barba alle promesse fatteci dal segretario? Costui si è tanto premurato di farci presente in qual gran conto si tenga in quei palazzi la volontà popolare da renderci ancor più certe che per essa non vi sia in quei luoghi alcun riguardo. E’ ben triste vedere quanto esile possa, a volte, essere il filo a cui restano appese delle vite, ma per quanto sia fragile quel filo non si può rinunciare a tesserlo.

4 settembre frecciaDx

#RossaComeUnaCiliegia – giorno I

frecciaSx Prologo

Parigi, 5 luglio 1870

Nel luglio parigino l’afa è un fastidio costante. Nel villaggio in cui nacqui quarant’anni fa il caldo non mancava di farsi sentire, ma non lo faceva in modo così opprimente, non giungeva mai a rendere il respiro tanto faticoso. Qui è come se l’aria per arrivare ai polmoni dovesse filtrare attraverso un lenzuolo bagnato. Fortunatamente (ma non di fortuna si tratta, bensì di una buona scelta) nel mese in cui la calura è più pesante gli alunni vengono liberati dall’incombenza scolastica, che un loro sacrificio si rivelerebbe ben poco fruttuoso. In quel mese noi insegnanti non cessiamo di lavorare, o di recarci a scuola, ma lo facciamo senza necessità di riguardo verso un orario imposto, in questo senso il nostro lavoro, pur momentaneamente privato di quel rapporto coi fanciulli che ne è il centro e la ragione, diviene più libero, e per questo in qualche misura più adatto alla natura umana.
In questo luglio le occupazioni di un’insegnante a Parigi non differiscono da quelle degli altri anni, ma i suoi pensieri sì, e non in piccola misura, anche se è uguale a sempre la protervia del potere, che discende su di noi attraverso i tribunali ancor più che attraverso la polizia. Così quei tribunali che ieri l’altro avevano assolto Pietro Bonaparte dall’omicidio di Victor Noir, ignorando le testimonianze di chi era presente al fatto, ieri a Blois hanno condannato tanti innocenti per via delle macchinazioni di Guerin, uomo di un’infamia che non sono capace di descrivere, e domani perseguiteranno qualcun altro per qualche altra fandonia. Perciò per noi ogni giorno è lotta per opporci alle cariche con cui si cerca di spazzarci via, ed in questo ogni luglio è uguale ad ogni altro, e ad ogni altro mese dell’anno, ma in questo luglio del milleottocentosettanta si ha la sensazione che qualcosa di grande stia per accadere. Qualcosa di orrendo, forse, o forse di meraviglioso, ma qualcosa che ogni uomo ed ogni donna dotato di sentimento percepisce con una forza tale da sentirsi scosso nelle interiora. Ance se voci in tal senso si sentono per la via nessuno di noi arriva a pensare assurdità quali credere che se vi sarà la guerra con la Prussia sarà la prima, o l’ultima, del suo genere, ma nondimeno nessuno può negare che questa guerra, se inizierà, verrà a calarsi su due popoli che rispetto al passato non sono più distanti, ma uniti dal legame di una fraternità che è sempre esistita, ma che fino a non molti anni fa non si era in grado di riconoscere. Oggi invece la si vede, la si conosce, ne si parla, ed esiste persino un’associazione che, fino dal nome, la rappresenta, e a nulla vale che questa associazione l’uomo di dicembre l’abbia fatta mettere fuorilegge dai suoi tribunali, l’Internazionale non è meno reale perché lo stato nega il suo esistere, fallendo finanche nel negarlo giacché, continuamente, si ritrova a processarne i membri, riconoscendo così la sua esistenza. Ai servi delle istituzioni vengono dati poteri tali da poter spezzare delle vite, e questo li fa cadere nell’errore di credersi capaci piegare le volontà e cancellare le idee. Un errore questo che contiamo di fargli pagar molto caro, il più presto possibile.
Così, nelle attività di ogni giorno, un pensiero è costante. Più di un pensiero, un’urgenza. Mentre si correggono i compiti, mentre si catalogano i libri della biblioteca, mentre si verificano le necessità per poi provvedere agli acquisti, mentre si studiano le nuove teorie su come meglio aiutare gli allievi nell’apprendimento, sempre sullo sfondo incombe la possibilità che vi sia un conflitto, e che questo divenga onnipresente, che assorba in se ogni altra cosa.
Sono giorni frenetici. Gli internazionalisti francesi scrivono ai compagni prussiani dichiarando la follia della guerra, e da questi ricevono identica risposta. «Solennemente vi promettiamo che né rullo di tamburi, né rombar di cannone, né vittorie, né disfatte ci distrarranno dal nostro lavoro per la unione dei proletari di tutto il mondo». Così scrivono nella loro missiva, e non vi è ragione di dubitare della saldezza delle loro intenzioni, solo si può temere che la loro forza sia sufficiente a fermare la follia degli imperatori.
E anche chi è privo di un’organizzazione non per questo mette meno impegno nella lotta. Non si dà giorno senza che le strade di Parigi siano percorse da chi reclama pace, e non vi è dubbio che se fosse il popolo a decidere la guerra non si farebbe. Ma non è il popolo a decidere, bensì Bonaparte, e i banchieri suoi creditori. Uomini come Jeker, che già si era arricchito con la disastrosa guerra in Messico, ed ora spera di potersi maggiormente arricchire con un disastro più grande. Uomini capaci di misurare il valore, anche quello della vita, solo in franchi, o marchi, o sterline, uomini freddamente meccanici fino nelle loro passioni.
Non è il popolo a decidere oggi, ma presto lo sarà. L’unico, grande, dubbio, il solo, enorme, timore, è che questo non avvenga in tempo per impedire la carneficina, che è problema grave ed incombente. Per questo ogni giorno rubo alla scuola qualche minuto in più per riflettere su come si possano accelerare le cose, su come si possano abbreviare i mesi a settimane, e nello stesso tempo mi angoscio per la possibilità che non ci siano date nemmeno le settimane. Purtroppo nessuno di noi conosce quanto tempo si abbia a disposizione per il nostro difficile compito, ma in tutta Parigi si sente il crescere di una forza come non ho mai visto, e come persone più anziane di me dicono di non vedere dal quarantotto. E allora bando ad ogni esitazione: se questo vento soffia anche noi dobbiamo soffiare con quanto fiato abbiamo in corpo, soffiare fino a spezzare l’immobilità dell’aria, fino a causare la fine di questo opprimente luglio.

10 luglio frecciaDx