#TifiamoScaramouche per la bonifica, ovvero Comune (di Torino), comunicazione e amianto

Circa sei mesi fa avevo scritto questo breve post per parlare del comportamento del comune di Torino relativamente alla bonifica di un edificio vuoto contente amianto, oggi pubblico un piccolo aggiornamento perchè mi sembra si sia evidenziata una ulteriore scelta di priorità da parte del comune.
In sei mesi nessun intervento è stato eseguito sullo stabile che nel frattempo, lasciato a se stesso, sta ovviamente continuando a deteriorarsi. Una cosa però è cambiata, l’avviso ritratto in questa foto è stato spostato e posizionato sulla palazzina che si vede sullo sfondo della stessa, divenendo ovviamente meno visibile per i passanti. Credo che con questo si possa dire che per il comune di Torino la ripetizione del mantra Albanesiano “va bene, va tutto bene” ha una priorità superiore alla necessità di informare la popolazione.
Ad informare dobbiamo quindi pensarci noi, per questo l’associazione “amici di via Revello” ha organizzato per domenica 20 settembre una giornata di sensibilizzazione sull’argomento della bonifica, sia dell’ex Gabrio che della ex Diatto. All’interno di questa giornata uno spazio sarà dedicato alla lettura di racconti da “Tifiamo Scaramouche“. Saranno presenti, oltre al sottoscritto, @abesibe, @davidegastaldo, @gioco1010, @maurovanetti, @Moby_Sick e SylvieFreddie, e forse anche altri autori. Perchè la maschera non smette di agire con l’ultimo racconto della raccolta.
Oltre alle letture ci saranno proiezioni, laboratorio grafico per bambini e aperitivo condiviso, il tutto davanti allo stabile in questione, in via Revello, tra via Frejus e via Chianocco, a partire dalle 17.

Priorità 2

Altro sguardo alle priorità del comune di Torino. Vicino a casa mia c’è un edificio che è stato negli anni prima la scuola elementare Casati, poi il centro sociale Gabrio, e che da circa un anno è vuoto, dopo che il centro sociale si è trasferito per permettere al comune di bonificare gli edifici dall’amianto che contengono.
Nonostante la gravità della problematica il comune procede con i tempi lentissimi che gli sono propri, tanto che noi che abitiamo in zona iniziamo a preoccuparci perchè la vernice protettiva con cui gli occupanti coprivano le parti in amianto per evitare rischi alla salute, propria e degli abitanti della zona, è un rimedio efficace ma di breve durata, la verniciatura va ripetuto ogni paio d’anni, e dall’ultima mano ormai ne sono appunto quasi passati due.
Ma, aldilà dei tempi, che possono anche essere dettati da esigenze economiche (anche se in un’assemblea l’assessore Passoni aveva garantito che i soldi per la bonifica c’erano, erano già stati accantonati e per usarli si attendeva solo che l’area fosse vuota), quello che mi colpisce sono ancora una volta le priorità del comune di Torino il quale, circa sei mesi dopo che l’area era stata riconsegnata, ha esposto nel punto più visibile dell’ex scuola questo stricione (simensioni circa 3 metri x 2). Circa tre settimane dopo, sul cancello d’ingresso (molto meno visibile perchè più basso e non d’infilata su via Chianocco) è comparso questo avviso (dimensioni circa 50 cm x 50).
Quindi, sia come tempi che come spazi, il comune ritiene più importante avvertire che costruirà un parco (quando? come? questo lo si lascia alla fantasia del lettore) piuttosto che avvertire gli abitanti della tossicità della zona (per non parlare della questione ex Diatto, che sta a meno di 50 metri,dall’altra parte di via Frejus).
I parchi portano più consenso dell’amianto, è evidente, e ognuno ha le sue priorità

Potenza della tecnologia

Ieri stavo dando una mano per la realizzazione di un film alla ex Diatto (se non sapete cos’è guardate qui, e in generale tutto il blog). L’attività si svolgeva in due parti. Nella prima la regista scriveva sui muri con un gessetto (in modo che si cancelli da solo nel giro di qualche settimana) dei testi, nella seconda li filmava. Quel che ho trovato interessante, e che è oggetto di questo post, è il differente comportamento dei passanti (pochi, ieri mattina a Torino pioveva).
Mentre si stava scrivendo le persone che passavano vicino a noi ci rivolgevano occhiate disgustate o ostili, mentre quando si stava riprendendo gli sguardi erano curiosi, e per rispetto quasi tutti evitavano di passare tra la macchina da presa e il muro, anche a costo di scendere dal marciapiede e affrontare gli schizzi che le auto di passaggio (per fortuna poche anche quelle) sollevavano.
Ecco, questa differenza è quel che non riseco a spiegarmi. Eravamo le stesse persone, vestite nello stesso modo, bagnate più o meno nello stesso modo (un po’ di più durante le riprese, visto che sono state fatte dopo), dov’era la differenza?
Ieri ci ho pensato parecchio, l’unica ipotesi che sono riuscito a confezionare è la presenza del mezzo tecnologico, la macchina da presa sul cavalletto. Mi sono chiesto di quale strano potere questo apparecchio disponga per riuscire a ribaltare così facilmente il disprezzo in rispetto, di nuovo ho trovato una sola possibile risposta che, come quella al quesito precedente, non mi convince del tutto. La risposta è che la presenza di un oggetto tecnologico, e, già dall’apparenza, di un certo valore economico, nella percezione di quei passanti, modifica lo status di chi lo utilizza. Chi usa un oggetto di quel tipo automaticamente non può essere un perdigiorno, un reietto, un sovversivo, non può essere niente che lui giudichi in modo troppo negativo.
Come ho detto, delle due risposte che mi sono dato non sono del tutto convinto, ma temo di non esserlo perchè non lo voglio, perchè mi sembra che diano una visione della ‘gente’ eccessivamente squallida. Ma d’altra parte non riesco a convincermi neanche che siano sbagliate.

Marinaleda, provincia di Utopia?

Ieri sera nei locali della ex Diatto c’è stato un interessante incontro con Esperanza del Rosario Saavedra Martin, vicesindaco del comune di Marinaleda, che ci ha raccontato delle politiche che il suo comune porta avanti da ormai più di trent’anni. Già dalle prime elezioni libere dopo la morte di Franco (1979) il CUT, pur essendo un sindacato, presentò una lista, e vinse. Da allora in ogni elezione nel comune ha riportato la maggioranza assoluta, oggi nel consiglio comunale di Marinaleda siedono 9 eletti del CUT e 2 del partito socialista. A giudicare dai fatti non pare che il potere abbia dato loro alla testa.
A Marinaleda quasi tutti i terreni coltivabili erano proprietà di pochi latifondisti che li coltivavano ad olive. Questo comportava che per i braccianti ci fosse lavoro per non più di due-tre mesi l’anno, per il resto del tempo dovevano emigrare per lavori stagionali altrove, non di rado addirittura all’estero. Per risolvere questo problema il CUT occupò le terre di un marchese (pare caro amico di re Juan Carlos). Dopo una lunga lotta, e sfruttando contemporaneamente una legge particolare sull’irrigazione ed il fatto di essere gli amministratori del comune, il sindacato riuscì a riscattare al comune la proprietà delle terre occupate e le diede in gestione ad una cooperativa vera.
Perchè vera? Bè, per esempio perchè sceglie le coltivazioni anche in baso al fatto che possano dare lavoro lungo tutto l’arco dell’anno (per quanto possibile, il clima della montagna andalusa non è ottimale per l’agricoltura), cosicchè ad oggi i braccianti riescono a lavorare a Marinaleda per 7-10 mesi l’anno. O ad esempio è una cooperativa vera perchè tutti gli stipendi, da quello del direttore a quello del bracciante, sono uguali, 1200 euro al mese. Oggi i giovani di Marinaleda che si trasferiscono per andare all’università in gran parte una volta completati gli studi tornano per restare.
Dopo quella del lavoro la seconda urgenza era quella della casa. Gente sotto i ponti non ce n’era, ma alloggi in cui, per necessità, convivevano anche quattro generazioni si, e allora si dovevano costruire nuovi alloggi. Il comune però non aveva soldi, avendo ereditato dalle amministrazioni precedenti un passivo piuttosto pesante, ma anche per questo si trovò la soluzione. I pochi fondi forniti dal governo andaluso vennero spesi solo per comprare i terreni e i materiali da costruzione, la manodopera venne fornita dai futuri abitanti degli alloggi. Una volta che si otteneva il finanziamento per un certo numero di alloggi si decidevano gli assegnatari, ma non le assegnazioni, tutti lavoravano agli alloggi di tutti, senza sapere quale sarebbe stato il proprio fino a quando non erano tutti completi. In trent’anni a Marinaleda (2650 abitanti) sono stati costruito così oltre 350 alloggi, tutti da 80 mq più patio. Gli assegnatari per restituire il finanziamento pagano un affitto di 15 euro al mese (no, non è un errore di battitura, voglio proprio dire quindici). Ad oggi a Marinaleda l’età media degli assegnatari dei nuovi alloggi è sotto i trent’anni.
Ultimo, ma non da meno, il metodo. A Marinaleda tutto viene deciso nelle assemblee, prima locali e poi cittadine, il consiglio comunicale non fa altro che dare veste ufficiale alle decisioni e gli amministratori le portano al livello di dettaglio.
Bello vero? Bello ma lontano, si potrebbe dire. Forse si, ma non è questo il punto.
Il punto è che Marinaleda è la risposta (reale e maledettamente concreta) a chi dice che non ci sono alternative al modello attuale. Il motto sulla bandiera di Marinaleda è “Una utopia hacia la paz” (un’utopia verso la pace), trent’anni della loro storia dimostrano che è un’utopia realizzabile.

Trattativa

Sono perplesso. Digito la parola trattativa in un motore di ricerca e arrivo a questa definizione

trattativa: negoziato, patteggiamento, colloquio per arrivare a un accordo
(fonte http://it.thefreedictionary.com/trattativa)

Ma allora non capisco il motivo per cui, ieri, durante incontro sul futuro delle officine ex Diatto all’urban Center di Torino, quando una persona del pubblico ha chiesto all’assessore CurtiAllora ci sarà una trattativa con i residenti” lei ha risposto urlando con sdegno “Trattativa? Ma mica siamo in guerra“.
Nella mia modesta esperienza ricordo di aver letto spesso di trattative che vedevano coinvolti i sindacati, e in nessuno di quei casi si aveva un contesto di guerra.
Dopo averci riflettuto penso che l’unica ipotesi con cui credo si possa spiegare la repulsione dell’assessore per questa pratica è la seguente. Le trattative avvengono tra due parti che, magari obtorto collo, ma si riconoscono l’un l’altra pari legittimità, io temo che l’assessore Curti, come molti suoi colleghi, non sia in grado di riconoscere a dei cittadini pari legittimità con degli amministratori. Che lei, come i suoi colleghi, ritenga di vivere, di esistere, su un piano diverso da quello delle persone che si trova ad ammministrare.
A mio avviso questo, indipendentemente dal fatto che abbia ragione o torto a ritenerlo, è la prova definitiva del fallimento della classe politica di cui fa parte.

Una speculazione come tante

Il comune di Torino finanziariamente è messo male. I buchi di bilancio aperti per le olimpiadi sono poi stati allargati da maldestri tentativi di metterci delle pezze, e oggi il debito della città supera i 4 miliardi di euro, mettendo a rischio persino la gestione a brevissimo termine (vedi).
Vista la situazione il comune cerca di far cassa in tutti i modi, uno di questi è il progetto di una speculazione edilizia (centro commerciale, parcheggio sotterraneo e 250 alloggi di lusso) nel quartiere Cenisia, su un terreno su cui sorge un edificio che ha ospitato fabbriche come la Snia Viscosa. Sul palazzo c’erano fino a pochi anni fa dei vincoli delle belle arti, che però il comune nel 2007 ha provveduto a far rimuovere, così come si è preoccupato di accreditare un percorso semplificato (senza VAS) per il progetto. Qui ho descritto molto brevemente, per un maggiore dettaglio rimando al blog http://sniarischiosa.noblogs.org, gestito dal comitato che si oppone a questo progetto
Certo, non parliamo di una grande novità. Torino è piena di progetti di questo tipo, ma è proprio questo il punto.
Uno spazio tolto all’utilizzo pubblico e quasi regalato al privato non è una bella cosa, ma in una città grande come Torino, in circostanze critiche come quelle attuali, può essere accettabile, ma se gli spazi a cui viene riservato questo trattamento sono tanti il problema diventa grave. Costruire centri commerciali e parcheggi a pagamento invece di biblioteche e parchi non vuol dire solo danneggiare l’ambiente, ma soprattutto cercare di far passare (con la forza, viste le modalità usate) l’idea che tutto ciò che non rientra in un rapporto commerciale non ha diritto di esistere. E qui siamo arrivati al punto.
Se riuscissimo a non ragionare solo in termini di utile a brevissimo termine, se fossimo capaci di pesare, anche aprossimativamente, le conseguenze non ‘immediatamente economiche’ delle nostre scelte, ragionamenti come quello della giunta comunale evidenzierebbero subito la loro irrazionalità, anche sul piano economico (illuminante, in merito, la sbrigatività con cui il presidente della Circoscrizione 3 liquida un’interrogazione su questo argomento). Oggi invece sembra che nessuno senta il bisogno di contestare ragionamenti in cui si considera ‘risanamento’ il divorare pezzo a pezzo il proprio corpo, come stanno facendo tante nostre amministrazioni. Ed è proprio questo che rende possibile organizzare fallimenti come Torino.