Poesiola

Quest’anno non avevo ancora pubblicato nemmeno un testo letterario (ammesso che la distinzione letterario/saggistico abbia senso), quasi in extremis questi versi sono arrivati ad evitarmi di lasciare un vuoto nella cronologia che mi sarebbe spiaciuto, anche se dovuto principalmente al fatto che sto lavorando ad un “romanzo” (che fastidio le definizioni, ma quanto sarebbero lunghe le spiegazioni senza di loro).
Buona lettura

Liberiamo la ciliegia

Il 28 maggio 1871 Eugene Varlin, dopo essere stato massacrato di botte, veniva fucilato in rue Rosier, nello stesso punto in cui due mesi prima il generale Lecomte aveva pagato la sua scelta di ordinare il fuoco su una folla disarmata: L’uccisione di Varlin da parte dell’esercito versagliese è uno degli ultimi episodi della semaine sanglante. In questo anniversario ‘libero’ la versione digitale di Rossa come una ciliegia, il mio romanzo sulla Comune di Parigi, di cui Varlin è uno dei protagonisti.
L’impaginazione è un po’ fatta in casa, ma potete scaricare il pdf qui.
Naturalmente volendo potete sempre procurarvi il cartaceo (indicazioni qui, sezione ‘Schede libro’, colonna destra in alto).
Buona lettura, e quando avete finito se ripassate di qui a lasciarmi un commento fate cosa gradita.

P come Parigi

Terzo post consecutivo di segnalazione di un mio pezzo che compare in uno spazio diverso da questo blog.
E’ uscito il numero 5 di Nuova Rivista Letteraria, per celebrare il centenario della rivoluzione d’ottobre il tema di questa uscita è “l’alfabeto delle rivoluzioni”. Visto che sull’argomento ho pubblicato un romanzo mi è stato chiesto di scrivere uno dei 21 articoli, precisamente la lettera P come Parigi (la comune di). Sulla quarta di copertina c’è l’elenco degli autori, e vedere il mio nome assieme a quello di Valerio Evangelisti (per dirne solo uno) è una gran soddisfazione
Buona lettura.

Strategia referendaria

Nell’ultimo weekend ci sono stati i ballottaggi di molti grossi comuni, di cui si è parlato molto, Un po’ prima del voto e un po’ dopo una nuova ondata di accuse ridicole, ma dagli effetti pesanti, contro il movimento notav (A proposito, siete ancora in tempo per venire stasera alla fiaccolata in solidarietà con gli accusati). Questa combinazione di eventi mi ha suggerito un raccontino che @mazproject pubblica oggi
Potete leggerlo qui.

Gabbie d’oro

Questo racconto è nato da tre articoli (“L’oro del diavolo”,”Le miniere che assetano”,”La resistenza di Màxima”) apparsi su Altreconomia di dicembre. Gli articoli ovviamente contengono molto più materiale di quanto qui presentato, ragion per cui ne consiglia vivamente la lettura.
Oltre che qui lo troverete anche su mazproject

«Pronto?»
«Bè, insomma, fino a Shanghai è andata bene, ma poi…»
«Possono pure chiamarla prima classe ma su queste compagnie aeree asiatiche sembrerà sempre di essere su un carro bestiame…. »
«Sarà che i cinesi sono piccoli e quindi non sanno come fare un sedile largo. E poi non hanno nemmeno un cazzo di bourbon decente, cercano di rifilarti sempre quel maledetto whisky giapponese…»
«Vabbè, inutile pensarci, tanto a Ulan Bator stavolta ci dovevo venire, non poteva bastare una videoconference… »
«Se hanno scarcerato Monkbahyar può voler dire solo che qualcuno quaggiù vuole alzare il prezzo, e per farlo deve essere disposto a giocare pesante, visto che la sua mossa d’apertura è far liberare dopo solo sei anni di carcere un contestatore che eravamo riusciti a far condannare a ventuno. E quindi bisogna parlarci di persona… »
«La situazione alle miniere della valle del Buuruljult è già al limite così, non possiamo permetterci che quelli che abbiamo a libro paga alzino la cresta. D’altronde è il problema di lavorare in questi stati autoritari, ogni piccolo pubblico ufficiale ha un potere enorme di cui può disporre a suo piacimento, il che è ottimo perché hai bisogno di comprare meno persone, però quando si mettono di traverso possono crearti grossi problemi…»
«Di sicuro bisognerà aumentare le loro provvigioni, ma bisogna anche fargli capire che non possono tirar la corda più di tanto. L’ideale poi sarebbe far entrare in testa a quegli zucconi che gestiscono la miniera che devono rinunciare a qualche fetta del loro guadagno per gestire un po’ meglio le cose…»
«Nessuno gli chiede di rispettare i limiti di metalli pesanti dell’organizzazione mondiale della sanità, ma se li superi di mille volte poi diventa difficile evitare che la questione esca dal contesto locale, e sai benissimo che se lo fa finisci per spendere per metterla a tacere molto più di quanto averesti speso per ridurre le dispersioni a cifre meno eclatanti. Senza contare che poi qualche stronzo di giornalista che non si fa blandire né intimorire ancora c’è, e se la notizia arriva ad uno di loro non la puoi fermare, e finisci per trovarti contro una campagna di boicottaggio… »
«Ok, non è per una campagna che vai in malora, però ci rimetti un sacco di soldi…»
«Quelli del Buuruljult dovremmo mandarli a formarsi un po’ a Taliwang, loro si che si sanno gestire. Mica rinunciano a usare il mercurio, o installano chissà quali costosi filtri delle acque di scarico, però ci stanno un po’ più attenti, hanno sforamenti che fanno meno notizia, e soprattutto lasciano che si arricchisca anche qualcuno dei locali, così tutti possono sognare e a nessuno viene in mente di piantar casino. Anche se gli muore uno dei figli per avvelenamento da mercurio quelli pensano agli altri figli, quelli che ancora respirano, e continuano a lavorare come prima, sperando di poterli liberare dalla vita che fanno loro…»
«No, non è una grossa spesa. Basta permettere che si arricchisca qualcuno ogni tanto (e ti dico ‘arrichisca’ come lo dicono loro, ma non voglio mica dire ricco sul serio) e gli altri si illudono; ingigantiscono da loro stessi la storia che si raccontano per darsi coraggio e si convincono a vicenda. Non hai nemmeno bisogno di incatenarli, anche se potrebbero non se ne vanno, la loro gabbia è la loro stessa illusione. E in questo modo a Taliwang hanno un’estrazione oltre le conto tonnellate d’oro l’anno e zero problemi con i locali…»
«Eh, si, in Indonesia ci sanno fare. Non come quei fessi di peruviani, avidi peggio dei mongoli. Ma dico io, d’accordo che le vecchie miniere prima o poi si esauriscono e quelle nuove bisogna aprirle, ma due contemporaneamente nello steso posto, abbattendo case e prosciugando lagune? Sembra che lo si faccia apposta per crearsi problemi da soli. Non puoi aprirne una, lasciar passare due o tre anni e poi presentare il progetto dell’altra? Rinunci a un po’ di guadagno, ma gestisci il tutto in tranquillità… »
«Lo so che è contro il nostro interesse, che noi degli studi legali dalla tranquillità non abbiamo mai nulla da guadagnare, però facendo così per forza trovano qualcuno che si impunta, come quella cazzo di indigena, la Chaupe. In Perù poi hanno quello stronzo di presidente indio che deve far finta di stare “dalla parte del suo popolo”, e allora non è così facile trovare un giudice che butti in prigione gli oppositori solo perché glielo chiede una multinazionale…»
«Certo, puoi minacciarli, denunciarli, tenerli sotto processo quattro o cinque anni, ma alla fine se non si spaventano tornano liberi, e con molto più ascendente sugli altri…»
«Ah, bene, bella notizia. Sono contento che in Perù siate riusciti a sistemare la cosa nonostante se la Chaupe sia tornata libera. Alla fine un governo che pensa di poter fare senza soldi e appoggi dura poco, e raramente arriva al potere qualcuno così ingenuo da non capirlo. Un conto è non far condannare chi protesta, altro dargli ragione… »
«Bravi, bravi, mi avete evitato di dover andare fino in quel postaccio…»
«Pazienza se si dovrà spendere di più in sorveglianza e misure antisabotaggio, sono cose che in questi progetti si devono mettere in conto… »
«Sono contento. Adesso che arrivo in albergo vedo di farmi buona una notte di sonno e poi provvedo a sistemare le cose anche qui in Mongolia, così almeno per qualche mese sono tranquillo. Di dover lasciare il mio bell’attico per un altro viaggio da pezzenti come questo non ne ho proprio nessuna voglia.»

Anniversario

Oggi sono dieci anni dall’inizio della libera repubblica di Venaus.
Di quelle giornate si ricorda più spesso l’epilogo, o addirittura la reazione all’epilogo, ma credo che bisognerebbe dare più peso a quello che la libera Repubblica è stata, anche se solo per pochi giorni, perchè quello che si era messo in piedi a Venaus, e che tanti per curiosità venivano a vedere di persona, abbattendo il muro di falsità costruito dai media attorno al movimento, preoccupava davvero il potere, al punto da farlo optare per uno sgombero di forza, anche correndo il rischio di causare problemi alle olimpiadi che si sarebbero tenute in zona due mesi dopo.
Alla fine per lo stato la scelta pagò, grazie anche al pompiere Ferrentino, che già al Seghino aveva lavorato sottobanco per le forze dell’ordine, aiutandole ad ingannarci, e che dopo la fine della libera repubblica si spese senza risparmio in favore della “tregua olimpica”, ma gli errori che, per eccesso di prudenza, commettemmo nei mesi successivi nulla tolgono all’importanza di quei giorni. Non a caso sei anni dopo alla Maddalena si è scelto di riutilizzare il nome, e forse altrettanto non a caso dieci anni dopo la regione piemonte sceglie proprio il 30 novembre per chiudere il punto nascite dell’ospedale di Susa, formalmente all’interno di un programma di riduzione della sanità pubblica di per sè orrendo, ma che in questo caso riecheggia sinistramente i versi di De Andrè
perchè de nostru da a cianûa a u meü
nu peua ciû cresce ni ærbu ni spica ni figgeü
*
Insomma, per celebrare il decennale della libera repubblica di Venaus preferisco pensare più al suo inizio che alla sua fine, con me sono daccordo quelli di Maz Project che hanno deciso di pubblicare un piccolo UNO, a metà tra cronaca e invenzione che avevo scritto allora. Trovate qui la prima parte, qui la seconda

*perché di nostro dalla pianura al molo
non possa più crescere albero né spiga né figlio

Stop and go sui generis

Oggi avrei dovuto pubblicare la dodicesima giornata di Rossa come una ciliegia, non l’ho fatto e non proseguirò la pubblicazione ‘in diretta’ perchè a fine febbraio/inizio marzo il romanzo uscirà in formato cartaceo per la Habanero edizioni di Genova.
Per far conoscere meglio il libro ed informare delle presentazioni che organizzeremo ho aperto un blog dedicato, al momento è quasi vuoto ma man mano si popolerà.
Spero che nessuno se ne dispiaccia troppo, in fondo è solo una sorta di stop and go sui generis, a primavera potrete riprendere la lettura da dove l’avete interrotta. E poi spero di vedervi in qualche presentazione

#RossaComeUnaCiliegia – giorno XI

frecciaSx vai all’inizio
frecciaSx 23 settembre

Parigi, 31 ottobre 1870

La notizia della caduta di Metz era giunta la prima volta quattro giorni prima, e Felix Pyatt l’aveva scritta sul suo Le Combat, il governo aveva però smentito, e a Parigi in molti avevano creduto agli avvoltoi; ora però pare che finalmente nessuno voglia più dar loro retta. Ormai soltanto qualche mestatore cerca di convincere che l’esercito francese non sia in rotta, che Metz non sia persa, o che lo sia, ma che l’esercito francese si sia riorganizzato poco più vicino a Parigi ed ancora contrasti l’avanzata prussiana. In pochi lo dicono, e nessuno dà loro retta.
La folla, come oramai ogni giorno, si è radunata in strada. Differentemente dai giorni precedenti però stavolta non si contenta di mostrare se stessa e la propria rabbia, questa volta si da un obiettivo, ed una direzione.
In principio sono stati solo quelli che alla caduta dell’uomo di dicembre avevano circondato il parlamento, obbligando chi vi sedeva a concedere quella repubblica che mai avrebbero voluto, a muoversi verso il municipio, ma mano a mano che si avanza il corteo si fa sempre più numeroso ed impetuoso. Adesso i pochi temerari che osano anche solo mettere in dubbio la veridicità della caduta Metz, insieme a quegli sfrontati che ancora accusano Pyatt, Rochefort o Flourens di aver mentito, a calci vengono rigettati fuori dal corteo, e tutti insieme si urla
«No all’armistizio!»
«Viva la repubblica!»
«Resistenza o morte!»
«Vogliamo la Comune!»
«Abbasso Thiers!»
Si giunge sotto il palazzo. Trochou si affaccia per garantire che non vi sarà alcuna resa, e per chiedere che il patriottismo ci riunisca tutti in un’unica fazione, ma noi non si vuole più venir presi per il sedere, ed aprendoci la via con la forza si entra in massa, anche se la più gran parte della folla deve rimanere fuori, che le stanze non bastano a contenerci tutti. Nella sala del consiglio Trochou, Jules Favre e Jules Simon vengono incalzati dai dimostranti, che rinfacciano loro la codardia del governo. Il governatore cerca di calmarci, inventando che per Parigi, nelle attuali condizioni, sia un vantaggio aver abbandonato Metz al nemico, ma nessuno gli da retta, e tutti urlano ancora
«Resistenza o morte!»
«Vogliamo la Comune!»
«No all’armistizio!»
finché il bretone non cede, e si affloscia su una poltrona lamentando che questa «E’ la fine della Francia». Il governo si ritira a deliberare, e noi attendiamo.
L’attesa non è lunga, in breve dal loro conciliabolo sortisce la promessa della Comune. Tocca a Rochefort annunciarla alla folla, che a nessun uomo del governo al di fuori di lui darebbe credito, e la folla gli risponde portandolo in trionfo, fuori dal palazzo, fino a Belleville, non lasciandogli quasi nemmeno il tempo di siglare le sue dimissioni da un governo che non ha più ragion d’essere.
Dentro, invece, restano gli altri, trincerati dietro un plotone bretone, fedele a Trochou come ad un’immagine sacra e pronto ad eseguire ogni suo ordine, fosse pure un assalto suicida. Il coraggio non è però stato mai del governatore, e non lo è neppur oggi.
Nel frattempo un battaglione della guardia nazionale giunge al municipio, e si dispone a sua difesa. Tutti vedono che son guardie e non soldati, nessuno fa caso che sia il centoseiesimo, il battaglione della reazione, guidato da Ibos. Gridar «Viva la Comune!» è per loro un travestimento sufficiente perché li si lasci interporre tra la folla e Trochou. Greffier, capitano della guardia, di altro battaglione, intuisce qualcosa, vorrebbe impedir loro di schierarsi, ma Flourens lo ferma «Perché è stata data la parola, sia nostra che loro, e non si può far atto di diffidenza», così i battaglioni di Greffier e Flourens vengono rimandati via, e la folla, dopo aver letto il manifesto che proclama l’istituzione della Comune per elezione, poco alla volta si muove verso il municipio. Ci si muove su istruzioni di Blanqui, che vuole subito far sostituire il sindaco Saligny col dottor Pilot.
Attorno al municipio l’esercito monta ancora la guardia, e un soldato tenta di bloccare la strada all’emissario di Blanqui, Constant Martin, ma questi scosta la baionetta del militare, e prosegue come se questi non potesse nulla per fermarlo. Il soldato non si oppone oltre, e a centinaia seguono Martin.
Dentro al municipio il sindaco e la sua corte paiono in preda al panico, senza protestare consegnano agli insorti seggio e cassaforte e lasciano loro il palazzo, anche i soldati di guardia vengono rimandati alle loro caserme.
Dentro il municipio si festeggia, e poi ancora in strada, fino ad arrivare, a sera, alla sala della Borsa, dove gli ufficiali della guardia si riuniscono per discutere il da farsi, e dove Rochebrune infiamma la folla proponendo la sortie torrentielle: duecentomila uomini che si lancino contro un unico punto dell’assedio prussiano e lo travolgano con la forza del loro numero. In ogni angolo della sala si approva, si applaude, si chiede che sia fatto subito, e che Rochebrune sia fatto generale della guardia, ma è lui stesso a frenare gli entusiasmi. «Prima la Comune» urla sopra il vociare festoso.
Di corsa giunge un nuovo arrivato, che si lancia sulla tribuna e annuncia che il centoseiesimo ha tradito, che hanno liberato Trochou e il governo, e che anche il municipio non è più nelle nostre mani. Alle sue parole un gelo assedia la sala, pochi riescono a credere ad un tale tradimento, tutti si agitano, chiedono di sapere. Come se non avessero appena saputo.
Si esce dalla sala in ordine sparso, chi va verso il municipio, chi verso il parlamento. Tutti sperduti, tutti traditi. Ognuno deve accettare che il governo ha mentito, che il manifesto che hanno fatto affiggere ha mentito e ancora mente; qualcuno si chiede se non sia tornato l’impero, io ed alcuni altri rispondiamo loro che l’impero mai se n’era andato, che erano rimaste tutte le sue leggi e, a meno del solo imperatore, tutti i suoi uomini, ma in pochi paiono voler accettare questa verità. Poco alla volta, dopo aver toccato con mano quanto fosse vera la notizia, la folla si disperde, e quando ormai è notte alta ognuno torna alla sua casa.
Il mattino, al risveglio, una nuova notizia completa la disfatta. Blanqui, Eudes, Flourens, Pyatt, Milliere ed altri quindici sono in arresto per i fatti di ieri. Quale caro prezzo pagano quegli uomini per la loro e nostra onesta ingenuità.

prossima giornata (forse) il 15 novembre

#RossaComeUnaCiliegia – giorno X

frecciaSx vai all’inizio
frecciaSx 20 settembre

Parigi, 23 settembre 1870

Nicolas era travolto dalle sensazioni. La prima, la più forte, era l’attesa. L’attesa per la magia, per il desiderio di vedere quella sfida, in cui pure già sapeva chi avrebbe vinto, la voglia di vedere l’uomo piegare le leggi della natura, trovando il modo di sgusciare in qualcuna delle pieghe che queste leggi concedevano, di sfruttare qualche passaggio, ovviamente difficile, altrimenti lo avrebbero percorso tutti, ma possibile, almeno per qualcuno. Già dalla mattina si era svegliato dominato dall’attesa di quel miracolo, come lo definivano alcuni, o di quel gioco di prestigio, come lo vedeva lui, quasi con l’ansia di poter partecipare. Almeno guardando, almeno incitando. Era stato con un po’ di stupore che, durante la colazione, gli era sembrato di avvertire un’ansia simile in tutti i suoi famigliari. Dalle sorelle se lo poteva aspettare, per loro il fascino della magia era sicuramente ancora più forte di quanto fosse per lui, ma vedere anche nel papà e nella mamma un’uguale attesa lo sorprese. Durante la lunga passeggiata da Belleville a Montmartre, però, mano a mano che le persone che si muovevano nella loro stessa direzione aumentavano fino a divenire un solo flusso che convergeva verso un unico punto, Nicolas si era reso progressivamente conto del fatto che tutti i presenti nutrivano la stessa sensazione di attesa, e aveva notato che tutte queste aspettative sembravano rimbalzare da una persona all’altra accrescendosi come un’eco, fino a divenire una gigantesca, muta invocazione.
La seconda sensazione era quella della pressione fisica della folla attorno a sé, gli scossoni del suo muovere disordinato e lentamente impetuoso che rischiava di portarlo alla deriva, lontano dai suoi famigliari, da sua madre che teneva per mano Fanny, e da suo padre con sulle spalle la piccola Claire che, beata lei, era l’unica ad avere una buona visibilità. E che infatti veniva usata come vedetta, ruolo che pareva divertirla molto. La pressione era anche visiva; quel muro, certo non compatto ma comunque opaco, nascondeva alla sua vista quasi ogni cosa. Poco prima, addirittura, era bastato che per un attimo un gruppo di persone fosse passato tra lui ed i suoi genitori per fargli perdere le loro tracce, e solo la vista di sua sorella, alta sopra le teste, gli aveva permesso di ricongiungersi con loro.
La terza sensazione era il caldo di quella giornata di settembre, aumentato dalla calca e dalla fatica di quella lunga camminata. Lunga, se non in chilometri, sicuramente in ore, tanto lunga che la fatica a tratti offuscava il desiderio di esserci, di vedere. Non in quel momento però, non quando, finalmente, riusciva a scorgere sopra alle teste la collina di Montmartre, loro destinazione. Ancora pochi minuti di cammino, ammesso che camminare fosse il termine giusto per descrivere quel trascinio di piedi, e gli riuscì di scorgere sulle pendici della collina una folla ancor più fitta di quella, ormai quasi ferma, in cui si trovava in boulevard de la Chapelle. Si chiese come avrebbero fatto a salire: a prima vista pareva un’impresa disperata. Guardò i suoi genitori, ma non gli sembrava che avessero un piano per avanzare, evidentemente quella calca li sorprendeva quanto aveva sorpreso lui. Ma allora si sarebbe perso il decollo? Dopo tutta quell’attesa e quel caldo non gli pareva possibile. Pensò che il problema era il loro essere un gruppo troppo numeroso, e che se aveva ragione allora era un problema che poteva risolvere. Chiamò suo padre e gli chiese se poteva andare avanti da solo. Lo vide voltarsi verso sua madre, e percepì nei loro sguardi una discussione silenziosa; gli sembrò di capire che Pierre fosse più disposto a concedergli quella libertà, Margot più ritrosa, ma il tutto durò pochi istanti, poi evidentemente suo padre ebbe la meglio perché si girò verso di lui e gli chiese se era sicuro di sapere la strada per tornare a casa.
«Boulevard de la Chapelle, boulevard Vertus, boulevard de la Villette, rue Fessart» rispose orgoglioso. Suo padre annuì soddisfatto, e gli disse che poteva andare, purché stesse attento. Nicolas gli rispose di stare tranquillo, finendo la frase mentre già era tre file più avanti.
Come tutta la famiglia era di piccola statura. Di solito questo gli faceva rabbia, ma in quel momento, invece, gli tornava molto utile, perché gli adulti sono sempre molto meglio disposti verso un bambino che non verso un ragazzo, e per questo la sua bassa statura lo aiutava a fendere la folla. Chiedendo permesso, sgusciando, qualche volta anche spingendo, si trovò in boulevard de Rochechouart, nel punto in cui una strada laterale se ne staccava per salire verso place St. Pierre, che si intuiva essere l’epicentro dell’attenzione. La distanza era già molto più accettabile di quella del punto dove aveva lasciato i suoi, ma di nuovo la statura tornava a giocargli contro, nascondendogli la vista dietro un sipario di schiene. Doveva andare più avanti, la calca però era troppa per proseguire con gli stessi metodi usati per arrivare fin lì, bisognava trovare un’altra via per salire, ma lui non conosceva Montmartre, e non sapeva come muoversi, se esistesse un percorso alternativo.
Mentre rifletteva la folla ebbe un ondeggiamento, sospingendolo verso la parete di una casa. Sentì una voce, a pochi metri di distanza ripetere più volte «Largo alla posta», e vide un uomo, scortato da due guardie, avanzare con un grosso sacco sulle spalle. Staccatosi dalla parete si divincolò verso il centro della via e vi arrivò appena prima dei tre uomini che stavano fendendo la calca, e con uno scatto si mise alla testa del piccolo corteo, urlando a sua volta
«Fate largo, largo alla posta»
Sentì dietro di se delle risate, probabilmente di una delle due guardie, e una voce che diceva «Piccolo furfante», sicuramente parlando di lui, ma nessuno cercò di farlo scostare.
Arrivati in place St. Pierre si trovarono davanti una zona tenuta libera da alcuni soldati. Nicolas evitò di sfidare ulteriormente la sorte cercando di entrarvi, e preferì farsi da parte ed arrampicarsi un po’ sulla grondaia di una casa vicina. In pochi secondi riuscì a salire con i piedi su uno dei ferri che la assicuravano alla parete, a poco più di un metro da terra, e a trovarsi una posizione abbastanza stabile per potersi permettere di osservare la scena.
Al centro della piazza stava un’ampia cesta di vimini, legata con una moltitudine di corde ad una gigantesca sacca di tela, all’imbocco della quale era stato acceso un bruciatore a gas. Non gli riuscì di vedere la bombola che lo alimentava ma, seguendo il tubo che usciva dal bruciatore, dedusse che doveva trovarsi nella cesta. Nel momento in cui lui era entrato nella piazza, una parte della gigantesca sacca era già sollevata da terra, e gradualmente si andava gonfiando. Quando si fu completamente staccata dal terreno e cominciò a salire, dalla folla eruppe un boato di meraviglia; la sacca trascinò la cesta verso l’alto, ma solo per pochi centimetri, poi le funi si tesero e bloccarono la mongolfiera a mezz’aria.
A quel punto si avvicinò un gruppo di persone, tra queste tre colpirono l’ attenzione di Nicolas, due perché erano vestite con abiti decisamente troppo pesanti per il caldo di quella giornata, e la terza perché portava una divisa piena di decorazioni, e su di essa la fascia bianca rossa e blu, simbolo della repubblica. I due uomini troppo vestiti, con la fronte imperlata di sudore, si schierarono di fronte all’uomo con la fascia, Nicolas era troppo lontano per sentire se dicevano qualcosa, ma vide i tre scambiarsi un saluto militare. Subito dopo un soldato arrivò di corsa portando una scaletta, con l’aiuto della quale i due entrarono nella cesta, una volta che si furono sistemati dentro l’uomo con il sacco della posta si avvicinò e consegnò loro il proprio carico. In ogni gesto di ognuna delle persone coinvolte si avvertiva un senso di solennità.
Allontanatosi il postino arrivò un altro uomo, che salì a sua volta sulla scaletta, senza però entrare nell’abitacolo; da quella posizione sembrò dare istruzioni ai due passeggeri, indicando ora verso il bruciatore, ora verso il fondo della cesta, dove Nicolas non poteva vedere, finita la sua spiegazione strinse la mano ai due e tornò a terra. A questo punto si avvicinò di nuovo l’uomo con la fascia tricolore, e si ripeté il saluto militare, che questa volta però non si concluse rapidamente come il primo. Tutti e tre gli uomini mantennero la posizione, con la mano alla fronte, mentre quattro addetti liberavano le corde che trattenevano la navicella a terra, permettendo così alla mongolfiera di alzarsi.
Era salita forse solo di un metro quando uno scossone costrinse i due passeggeri ad abbandonare la loro posa per reggersi alle corde, ma l’uomo con la fascia rimase in posizione di saluto per tutto il tempo per cui Nicolas lo ebbe in vista, finché non lo perse per seguire con lo sguardo il volo del Neptune. Un volo che il vento aveva indirizzato proprio sopra alla sua testa, facendo sì che una delle funi che avevano tenuto l’aerostato ancorato a terra gli si appoggiasse addosso, ed iniziasse a scorrere verso l’alto, strisciandogli sul petto e su una spalla. Solleticato da quel contatto per un momento Nicolas ebbe l’istinto di aggrapparvisi, tolse una mano dalla grondaia e la portò fino a sentire la canapa carezzargli il palmo, incerto se restare a gustarsi quella sensazione o aggrapparsi e decollare per chissà dove. Gli sembrò di restare in quella posizione un’eternità, ma in realtà fu solo un’istante, poi fece la sua scelta, riportò la mano al suo appiglio originario e continuò a seguire con lo sguardo il volo del pallone. Nemmeno si accorse di quante bocche, sotto di lui, si erano spalancate temendo una sua pazzia, o del borbottio soddisfatto che accompagnò il suo desistere.
Anche senza accorgersi di quelle reazioni però, nei giorni successivi, ripensando a quei momenti si trovò d’accordo con quegli uomini nel giudicare sciocco il suo gesto. Non sarebbe certamente stato in grado di issarsi fino nella cesta, che ormai era molti metri più in alto di lui, né tantomeno di restare aggrappato a quella fune per tutte le ore del volo, ma nel momento in cui aveva accarezzato la corda nessuno di questi pensieri gli era venuto in mente, ed il motivo per cui aveva desistito era completamente diverso. La vera, l’unica ragione per cui aveva rinunciato alla possibilità di seguire il Neptune nel suo viaggio non era la paura dei pericoli che avrebbe corso, ma solo il timore di essere di intralcio a quell’eroica missione. Non avrebbe mai potuto perdonarsi se il primo viaggio del servizio postale aereo che partiva da Parigi per eludere l’assedio dei prussiani fosse fallito per colpa sua.

31 ottobrefrecciaDx