Programmazione

Se la storia di questi mesi ci insegna qualcosa di sicuro ci parla dell’inutilità della programmazione. Qualunque cosa si pensi, qualunque cosa si organizzi, si pianifichi, basta un qualunque pretesto dato ad un potere ed ai suoi arroganti esecutori perché tutto venga spazzato via, perché giorni, mesi, anni di lavoro vengano distrutti nella realizzazione del fondale davanti al quale il premier o chi per lui si esibisce. D’altronde cosa aspettarsi da un governo che è espressione di una classe manageriale che ha quando parla di “a lungo termine” intende entro l’anno? Abbiamo accettato che tutto quanto non può essere fatto in tempo reale è come se non potesse essere fatto mai, come potevamo aspettarci un epilogo diverso?

Fase 1.1

Ieri sera c’è stato l’indecente annuncio del presidente Conte che proroga i domiciliari in assenza di colpa per tutti noi almeno fino al 18 maggio. Su come potrebbe proseguire questa orribile storia ho scritto un racconto che dovrebbe uscire il 9 maggio su CarmillaOnline, e dico potrebbe non perché spero che il governo reale si dmostri meno criminale di quello ipotizzato nel racconto, ma perché spero che nelle strade che ci vengono un’altra volta vietate si trovi il modo di obbligarlo a dare ascolto ai nostri bisogni.
Sono cosciente che obbligare un governo ad ascoltare la piazza era già diventato molto difficile prima del coronavirus, le misura di emergenza hanno indubbiamente peggiorato di molto le cose, al punto che oggi non saprei suggerire un come, ma riuscirci è assolutamente necessario ed anche urgente. Per intanto partiamo dalle richieste, penso che possano andare benissimo quelle espresse qui

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Ieri sono uscito per comprare delle verdure, i tre-quattrocento metri che ho percorso (più altrettanti al ritorno) di certo non bastano a fare una statistica attendibile, però ho visto decisamente più persone in strada rispetto a quel che succedeva nell’ultimo mese. Sicuramente più del doppio, probabilmente quattro o cinque volte tante.
Rispetto alla mia ultima uscita per acquisti (martedì) non ci sono state modifiche alle normative, non una ragione in più considerata valida per uscire, non un metro o un minuto in più concessi. E allora perchè?
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La discussione è aperta?

Stamattina mi sono imbattuto in un articolo, non so di che giornale, riportato in un tweet dell’economista Marta Fana. Commenti su cosa sia la classe padronale italiana, di cui questo vergognoso essere è un perfetto rappresentante, se ne trovano fortunatamente molti su twitter, io mi limito ad augurargli il fallimento e una vita da schiavo come quelli che desidera avere, e invece mi concentro su come la notizia sia riportata. Continue reading

Inutilità

In questi giorni sia io che mia moglie stiamo telelavorando, quindi inevitabilmente finiamo per ascoltarci a vicenda, soprattutto io ascolto lei visto che il suo lavoro è molto telefonico, e questo ascolto mi ha fatto rendere conto di quanto scollegato dalla realtà sia il mio lavoro da informatico.
Praticamente in ognuna delle sue telefonate in qualche modo si ha a che fare con l’attuale situazione, vuoi per il caso di qualcuno che è positivo al covid, o che ha avuto contatti con qualcuno che è positivo, vuoi per le diverse prassi da seguire a seguito dell’epidemia e/o del lockdown. Nel mio lavoro, a parte il fatto che io e i miei colleghi non ci troviamo più nello stesso luogo fisico, nulla è cambiato: non ciò che dobbiamo realizzare, non i modi, non i tempi.
Se mai avessi avuto bisogno di una conferma dell’inutilità di quel che faccio potrei dire di averla trovata.

Adattamento

Ieri parlavo con un mio amico (ovviamente al telefono, abita dall’altra parte di Torino, in altri tempi arrivare a casa sua richiedeva una ventina di minuti di macchina, fatta a piedi senza correre ci vorrebbero un paio d’ore, ma oggi come oggi non sarebbe più lontano se abitasse in Australia), e lui mi diceva che dopo un primo periodo molto faticoso si sta adattando al nuovo sistema di vita, che certo gli manca la possibilità di correre o di andare in montagna, o al cinema, o a cena con gli amici, ma che d’altra parte la nuova organizzazione del lavoro (anche lui come me telelavora) gli risparmia alcune parti dello stesso che erano quelle che lo infastidivano di più.
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La poesia

La poesia è un genere che mal si presta alla proposta, ed è quindi generalmente usato per parlare di qualcosa che ci causa sofferenza, specialmente quando non si abbia un’idea concreta di come farlo smettere.
Probabilmente è per questo che dopo aver scritto due poesie in otto anni sono tornato a scriverne due in due settimane. La prima l’ho pubblicata appunto quattordici giorni fa, questa è la seconda. Buona lettura.

Senso di colpa

In questo periodo di reclusione tra tante cose faticose la più difficile è sicuramente la gestione del rapporto con mio figlio. In pochi giorni si è visto togliere la scuola (senza nemmeno poter salutare i compagni, qui in Piemonte la chiusura è iniziata dalle vacanze di carnevale), lo judo, la possibilità di uscire, e poi anche quella di andare in cortile, se non una volta ogni 2-3 giorni per una mezzora o poco più, rigidamente senza incontrare altri bambini, quando la sua abitudine era di passarci praticamente tutto il tempo libero a giocare con 5-6 quasi coetanei, con questa situazione, in aggiunta al fatto che pare che i rischi per i bimbi della sua età siano veramente minimi è inevitabile che provi una grossa frustrazione.
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